Basilicata24 odia la Basilicata

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Chi dice che danneggiamo la Basilicata, che non la amiamo perché diffondiamo un’immagine negativa della regione, si sbaglia

di  – 21 settembre 2017 – 14:00

E va bene, diciamo la nostra sulle critiche che alcuni sollevano verso il nostro modo di “fare giornalismo”. Per la verità sono pochi, ma proprio perché si tratta di osservazioni critiche noi le rispettiamo e le apprezziamo. Veniamo al dunque. Dicono che diamo sempre notizie cattive sulla Basilicata, che parliamo sempre male della nostra Regione, dei nostri politici, insomma di tutto quanto ci capita a tiro. E’ vero, anche se non completamente. Ma la critica ci sta, tutta.

E’ anche vero che c’è tanto giornalismo al contrario, che copre quasi l’intero panorama informativo regionale. Quel giornalismo che offre sempre “buone notizie”, che addolcisce quelle cattive, che fa da megafono fedele ai messaggi del Potere, senza alcuna osservazione critica, con scarsi approfondimenti. Legittimamente, per carità.

E’ quindi necessario, per consentire la formazione di un’opinione pubblica più consapevole, che ci sia qualcuno che faccia da contrappeso all’informazione “ufficiale”. Chiunque assuma posizioni di potere ha a disposizione diversi e molti canali di comunicazione e di informazione. Da quelli istituzionali, per esempio Basilicatanet, al servizio pubblico radio e tv, oltre ai tanti giornali della carta stampata. Senza parlare poi dei tanti blog, che si spacciano per giornale online, vettori fedeli dei messaggi ufficiali. Insomma a raccontare le cose belle c’è già tanta gente. Qualcuno suo malgrado deve raccontare le cose brutte.

A parte questa necessità di equilibrare i contenuti dell’informazione per provare a garantire un minimo di senso critico nell’opinione pubblica, v’è dell’altro. Chi dice che danneggiamo la Basilicata, che non la amiamo perché diffondiamo un’immagine negativa della regione, si sbaglia.

Noi amiamo la Basilicata, forse più di tanti altri che fanno finta di amarla mentre la distruggono. La amiamo così tanto che non riusciamo a stare zitti quando le viene fatto del male. Noi proviamo a dar luce agli ostacoli, alle zone d’ombra, alle oscurità, a svelare inganni e malefatte. Proprio perché questa terra l’amiamo. Avete mai provato a superare un ostacolo senza vederlo? Ecco, chi copre gli ostacoli, non fa il bene della Basilicata perché non l’aiuta a superarli. C’è gente che mette lo sgambetto e c’è chi ti avverte dei pericoli per aiutarti a superarli. O no?

Noi non vogliamo una Basilicata che coltivi il grano per riempire i granai, no. Vogliamo una Basilicata che coltivi il grano per fare il pane. Vogliamo una Basilicata che sia luogo di fioritura di umanità e sviluppo. E per questo non possiamo far finta di non vedere e di non sentire, quando i granai si riempiono a vantaggio di alcuni senza che gli altri abbiano il pane. Non possiamo girare la testa dall’altra parte quando vediamo che i campi di fioritura sono in pericolo. Non facciamo gli addetti stampa, né gli artigiani dei comunicati stampa ufficiali del Potere. Non siamo burocrati della notizia. Siamo giornalisti, liberi.  Comunque grazie per le critiche, ne abbiamo bisogno sempre, per migliorare o anche solo per riflettere. Criticare non è mai sbagliato.

Fonte:https://www.basilicata24.it/2017/09/basilicata24-odia-la-basilicata-48814/

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Il Messico siamo noi

Ieri pomeriggio ho toccato con mano il disastro dell’Italia, del ceto politico rapinoso  che l’ha sgovernata, dell’informazione supina, della classe dirigente mediocre e opaca ben oltre i confini della legge, ma soprattutto di un Paese rassegnato il cui amor proprio sul fondo del barile consiste solo nell’imitazione pedissequa delle “tendenze”, credendo così di essere moderno ed evoluto o addirittura, nei casi davvero inguaribili, ribelle.  Oltre questa cortina fumogena, questa vasca per pesci rossi che deforma la vista di ogni cosa, che non è apertura, ma dissoluzione e allo stesso tempo confine invalicabile, non si va. Seguendo prima per caso, poi per puntiglio le cronache del terremoto messicano, che la televisione si è concessa interrompendo il chiacchiericcio assurdo dei suoi notiziari di fantasia, si notava chiarissima una svalutazione a priori dell’ambiente messicano, delle sue capacità di reazione e campeggiava la denuncia scandalizzata degli edifici costruiti col cemento indebolito, come se questa fosse una caratteristica centro americana e non ci coivolgesse in pieno, salvo che da noi è possibile solo qualche accenno da parte dell’informazione maistream lasciando alla fine solo e sempre a tarallucci e vino.

Ora però il tutto ci mostra un aspetto totalmente diverso. Per prima cosa la magnitudo del sisma è stata almeno 30 volte superiore a quelli dell’Aquila e del centro Italia sebbene l’epicentro si trovasse più in profondità rispetto a quelli appenninici e ha coinvolto un’area abitata non da qualche centinaio di migliaia di persone, ma da oltre 40 milioni, un po’ come se i due terzi dello stivale fossero stati sottoposti a un sisma fortissimo. Anche supponendo che le vittime arrivino a mille, quadruplicando l’attuale bilancio ufficiale o triplicandolo se si aggiungono le 98 vittime della scossa di due settimane fa,  non ci sono assolutamente paragoni tra le stragi fatte da terremoti di media intensità in Italia che hanno provocato oltre 600 morti in un’area non densamente abitata e la perdita di vite provocate da quelli fortissimi del centro america che hanno direttamente coinvolto anche una delle megalopoli contemporanee. E il paragone si fa ancora più impietoso se si prendono le cifre dei palazzi crollati, o se si paragona il disastro messicano con quello che ha colpito nel 2012 una delle regioni più evolute del nostro Paese, danneggiando un’infinità di costruzioni industriali recenti, per cui mi chiedevo da dove venisse quell’aria di vaga condiscendenza che ogni tanto baluginava fra le tristi cronache.

Non è forse un caso che dopo un intero pomeriggio a ravanare tra macerie ed esperti già oggi la notizia navighi verso il fondo dei siti on line di giornali e giornaloni: probabilmente non si vuole che alla fine un po’ di aritmetica elementare si faccia strada anche nelle menti più passive e si scopra la fragilità materiale e morale dello Stivale dopo trent’anni di deregulation, di opacità, di lasciar fare e sinergicamente di tirare a campare, di noncuranza ambientale, di scambi di favori e di mancanza di investimenti. Una gracilità che si rivela persino superiore a quella del Messico nonostante che esso ci appaia praticamente da sempre come un Paese tra i più corrotti e meno efficienti del mondo, ancorché abbia una bandiera che almeno da un lato è assolutamente identica alla nostra.

E potrei anche azzardare una scommessa: che la ricostruzione degli edifici crollati, sebbene meno impegnativa e la sistemazione di quelli danneggiati, sarà terminata ancor prima che da noi si sia finito di sgomberare le macerie dell’anno scorso, anche perché lì la popolazione sembra in grado di reagire e non tende in qualche modo a farsi complice dei suoi stessi guai, sebbene quello messicano sia sostanzialmente un regime autoritario sotto un debole velo democratico ed esprima le volontà del potente vicino che ne sostiene il caos interno per trarne un vantaggio.

 

via Il Messico siamo noi — Il simplicissimus

RASCHIANO IL FONDO DEL BARILE. IL NOSTRO, NATURALMENTE. — Blondet & Friends

Maria Etruria Boschi vuole “aggredire” i  contanti  che avete in casa.

Disperati, i nostrio governanti non eletti vogliono mettere le mani su favoleggiati 200 miliardi che  “nascondiamo”, e impedirci di usare i contanti per i pagamenti.

Voglio ricordare che Etruria Boschi  ha la disponibilità insindcabile dei fondi della Presidenza  del Consiglio, segretariato generale, salito da 400 a quasi 800 milioni annui.  Da questi fondi Etruria Boschi ha trovato i soldi necessari per pagare questo signore, che forse riconoscete:

Francesco Spano, messo a dirigere l’UNAR, L’Ufficio per la Lotta contro le Discriminazioni, che in realtà era il centro di finanziamento di localini gay  tutti sesso, droga, prostituzione maschile,  a cui lo stesso Spano era abbonato. Si dice che l’emolumento di Spano, fosse sui 200 mila euro l’anno. Adesso Spano è passsato ad altro stipendio pubblico: mesi fa, Dagospia lo dava prossimo a “salire in cattedra alla prestigiosa Sna, la Scuola nazionale dell’ amministrazione, della presidenza del Consiglio dei ministri.  La cattedra sarebbe una sorta di premio per il modo in cui Spano ha lasciato, senza far troppe storie, la sua poltrona di responsabile dell’ ufficio contro le discriminazioni, una struttura nata con il compito di lottare essenzialmente contro il razzismo, ma che da anni era diventata la punta di lancia avanzata delle campagne a favore dei gay”.

Ecco perché al governo i soldi non bastano mai, e Maria Etruria Boschi  ha bisogno di  “aggredire” le banconote che teniamo in casa. Forse dovrebbe cominciare a risparmiare su Spano, ed anche sulla Scuola di Amministrazione, un tempoo prestigiosa formatrice di grand commis, ora evidentemente santuario di parassiti scartati da altri posti.

SPESE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, GESTITE DA MARIA ETRURIA BOSCHI. Senza renderne conto.

L’articolo RASCHIANO IL FONDO DEL BARILE. IL NOSTRO, NATURALMENTE. è tratto da Blondet & Friends, che mette a disposizione gratuitamente gli articoli di Maurizio Blondet assieme ai suoi consigli di lettura.

via RASCHIANO IL FONDO DEL BARILE. IL NOSTRO, NATURALMENTE. — Blondet & Friends

GAMBERO ROSSO PREMIA LA LUCANIA

Tratto da: Onda Lucana by Antonio Morena

Complimenti al Made in Lucania,sempre più in espansione con i suoi talenti intelligenti, i quali consolidano la propria posizione nel mondo delle attività produttive mettendo in evidenza il proprio stile e apportando qualità e novità,settore quello della gastronomia sempre molto competitivo tra tradizione antica e storici capiscuola emerge il nostro Salvatore Gatta della nota pizzeria “Fandango”in loc. Scalera comune di Filiano (pz).

E’ veramente un grande successo personale quello di Salvatore,riuscire ad entrare nel mondo dell’ élite nazionale,i “Tre Spicchi” conferiti dalla prestigiosa guida Pizzerie d’Italia 2018 del Gambero Rosso.

Inseriamo il link sottostante ,affinchè, possiate consultare la lunga lista dei vincitori regione per regione:

http://www.gamberorosso.it/it/food/1045892-guida-pizzerie-d-italia-2018-del-gambero-rosso-elenco-dei-migliori-e-dei-premiati

 

 

Vince per la categoria:”Pizzerie d’italia”,settore: pizza napoletana,sembra quasi un gioco che un lucano riesca a superare,quantomeno a compararsi con chi ha sempre nella storia della pizza praticato  la tradizione dei maestri napoletani,eppure,gli scherzi della vita portano buoni successi per chi resta nella competenza del lavoro dedito  nella esplorazione verso nuove tecniche e nella spasmodica ricerca di nuovi prodotti applicati,un vero talento,fiducioso dei propri mezzi che con maestria e dopo una lunghissima gavetta si fa strada in un ambito non sempre facile.

Tratto da: Onda Lucana by Antonio Morena

 

 

 

 

 

 

MONICA

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Immagine tratta da web.

Tratto da:Onda Lucana by Gerardo Renna

MONICA

Cammini male,
però mi piace tanto….vederti passare!

Ogni volta che ti vedo arrivare
lo sguardo dal lavoro distolgo,
che avido su di te si posa!

Sui tuoi capelli biondi,
sul tuo viso bello,
che intorno brilla come una stella!

Nell’incedere un po’ spedito
il tuo corpo polposo e il tuo seno prosperoso
vedo, sbalordito,
che m’accendono il desi0….!

Il desiderio irrefrenabile
di “gustar” il tuo seno grosso,
che ad ogni passo in petto ti balla!

Ogni volta che ti vedo, nel letto ti vorrei,
nuda, rosea, come sei,
per godere la tua bellezza, la tua morbidezza
e la tua calda sofficità prorompente…!

Bologna, luglio 1970

Tratto da:Onda Lucana by Gerardo Renna

L’ITALIA STA RICOPRENDO DI ARMI IL MEDIO ORIENTE

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Cosa succede quando l’emiro di Kuwait ha il garage già pieno di Ferrari e Lamborghini e il suo faraonico palazzo arredato in un trionfo di poltrone Frau? Succede che inizia ad acquistare cacciabombardieri, ma rigorosamente Made in Italy. Una decisione che negli ultimi due anni ha contribuito al balzo dell’export di armi italiane nel mondo, con cifre che in 27 anni di monitoraggio non si erano mai viste.

Un boom che si traduce nei 14,6 miliardi di euro del 2016 rispetto ai 2,6 del 2014 – per chi ama le percentuali, si parla di un aumento del 452% in soli due anni. E il merito è proprio di quegli emiri e di quei principi dei Paesi del Golfo Persico che, fatta incetta di cavallini, tori, tridenti e bolidi tricolori, hanno deciso che se gli ospedali in Yemen andavano bombardati, bisognava farlo con stile.

L’euforia ha contagiato anche il Governo italiano: per convincersene basta leggere le frasi encomiastiche sulla “capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero” nella Relazione sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazione di armi per il 2016. Toni compiaciuti ai limiti del buon gusto, che non stupiscono nei comunicati stampa di Avio o di Leonardo (ex Finmeccanica), ma che ti lasciano piuttosto perplesso se messi nero su bianco dall’organismo imparziale che si dovrebbe limitare a monitorare la vendita dei nostri sistemi d’arma entro i limiti imposti dalle convenzioni internazionali. E che soprattutto dovrebbe verificare che la vendita di armamenti non infranga la Legge n. 185 del 1990, per la quale “l’esportazione e il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato” – in violazione dell’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite –, verso quelli “la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” e quelli “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”.

 

Ma per potersi vantare di essere usciti dalla crisi grazie alla “capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale” ed essere presenti negli arsenali di un’ottantina di nazioni – terzi al mondo dopo Usa e Francia – non si può andare tanto per il sottile quando si tratta di clienti. E se la Legge n. 185 si mette di mezzo? Per cancellare qualsiasi vincolo basta che Governo italiano e cliente di turno stipulino un accordo intergovernativo nel campo della difesa, con menzione specifica della regolamentazione dell’import-export dei sistemi d’arma. Una volta scoperto l’escamotage, diventa molto interessante incrociare la lista dei Paesi visitati dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal suo successore Paolo Gentiloni con quella dei nostri principali clienti. Ammetterete che la domanda “Che diavolo ci andrà a fare Renzi in Turkmenistan?” aveva attraversato anche il vostro cervello.

 

In meno di due anni l’Italia si è trovata una lista di nuovi amici internazionali da far (quasi) rimpiangere i bei tempi della special relation tra Silvio e Putin, o il fu best friend Gheddafi. Al primo posto troviamo l’emirato del Kuwait, vero artefice del raddoppio delle commissioni di armi italiane nel 2016. Con l’accordo del cinque aprile dello scorso anno tra il ministero della Difesa e lo Stato del Golfo, l’Alelia Aermacchi del gruppo Leonardo si è impegnata a dotare di 28 caccia di quarta generazione Typhoon Eurofighter l’aeronautica militare del Kuwait e a fornire assistenza per i prossimi vent’anni. Un contratto da 7,3 miliardi di euro, ossia la metà del totale registrato nel 2016, stipulato tralasciando l’insignificante dettaglio che il Kuwait, con più di 3mila missioni di bombardamento, è in prima linea con la sua aviazione nella coalizione guidata dall’Arabia Saudita in Yemen: una campagna di due anni con forze di terra e soprattutto bombardamenti aerei – spesso su obiettivi civili – che hanno ucciso tra le 7 e le 10mila persone, per un terzo bambini.

 

Nel 2016 ha decuplicato gli ordini, arrivando a quota 341 milioni di euro. A seguire troviamo la Turchia, che ha assicurato la sua recente svolta democratica con un po’ di shopping: i milioni sono 133. Felici i trascorsi del 2015, con la consegna all’esercito turco dei primi nove modelli dell’elicottero d’assalto T129, prodotto da Ankara, su licenza Augusta Westland, basandosi sul modello italiano Mangusta – velivolo ultimamente utilizzato per colpire le postazioni dell’esercito curdo, nostro alleato nella lotta contro l’Isis in Siria e Iraq. Sempre nel 2015, prima dell’omicidio del ricercatore Giulio Regeni, non ci siamo fatti mancare un maxi-rifornimento di munizioni leggere e gas lacrimogeni alle forze di polizia egiziane del generale di Al Sisi, usate per reprimere le manifestazioni dei mesi successivi. Ultimi, ma non meno importanti, due piccoli miracoli all’italiana: Angola e Turkmenistan. Dopo la visita dell’allora premier Renzi, il Turkmenistan ha abbracciato il Made in Italy, passando dai 5 milioni di commesse del 2015 ai 39 dell’anno successivo. Risultato battuto però dall’exploit dell’Angola – sorvegliato speciale Onu per la sistematica violazione dei diritti umani –, passata dai 72mila euro di acquisti del 2015 agli 88 milioni di euro del 2016.

 

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli”, recita l’undicesimo articolo della Costituzione. Saggezza che si scontra con quella popolare dell’improvvisato trafficante d’armi Pietro Chiocca, interpretato da Alberto Sordi nel film Finché c’è guerra c’è speranza: «Perché vedete, le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono, anche le persone come voi, le famiglie come la vostra, che voglio voglio e non si accontentano mai. Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano costano molto! E per procurarseli qualcuno bisogna depredare, ecco perché si fanno le guerre!».

Fonte:https://condividetimpera.it/2017/09/20/litalia-sta-ricoprendo-di-armi-il-medio-oriente-the-vision/

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Siae, dal 2018 addio all’esclusiva sui diritti d’autore

L’esclusiva Siae ha i giorni contati. Dal 1 gennaio 2018 ci sarà una vera e propria rivoluzione nell’ambito dei diritti d’autore: in Italia potranno nascere nuove agenzie di collecting del diritto d’autore, purché risultino enti non a scopo di lucro.

FINE DEL MONOPOLIO – Un duro colpo per il monopolio della Siae: il ministero dei Beni culturali vuole inserire una proposta nella prossima legge di Bilancio che andrà a modificare il decreto legislativo n. 35 del 15 marzo 2017, il quale, a sua volta, recepiva la direttiva Barnier.

La novità è ormai attesa da lungo tempo ed è strettamente legata alla direttiva europea del 2014, mai recepita in Italia, sulla liberalizzazione dei diritti d’autore. Una liberalizzazione discussa sia in Parlamento sia a livello mediatico, con l’intervento di diversi artisti a favore della liberalizzazione.
Lo scorso marzo l’Italia aveva comunque fatto un passo avanti permettendo di affidare la gestione a collecting societies di altri stati membri dell’ UE ma, seppur l’iniziativa sembrava preannunciare un margine di cambiamento, la situazione è rimasta quasi la stessa, spingendo il governo a trovare una soluzione più significativa. Contro Siae si era, infatti, scagliata anche l’Antitrust, la quale aveva avviato lo scorso aprile un’indagine per abuso di posizione dominante.

COSA CAMBIA – Dal 1 gennaio 2018 in Italia potranno nascere nuove agenzie di collecting del diritto d’autore, purché risultino enti non a scopo di lucro. L’attività di intermediazione potrà essere svolta dagli organismi di gestione collettiva degli altri Stati membri, mentre le entità di gestione indipendente come Soundreef potranno continuare a operare sul suolo nazionale, a patto che stringano precisi accordi con uno di loro o, addirittura, si associno.

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