Giurassico Mondo

GIURASSICO MONDO
By IVAN LAROTONDA copertina di Antonio Morena
Fin dove giunge a colpire la parabola effettuata dall’arco delle involuzioni? In epoche come la nostra, che hanno ormai raggiunto l’acme in tutto lo scibile umano, e di conseguenza, anche per ciò che riguarda la conquista di tutti i diritti possibili ed immaginabili, viene spontaneo, nell’uomo, quella che si definisce nostalgia per la gioventù passata. Infatti, l’uomo occidentale si comporta proprio come un attempato, felice dei traguardi ottenuti, che ha vinto le sue battaglie, ed ora, in procinto di andare in pensione, avverte l’angoscia di fine esistenza. Per cui non resta che invertire per ringiovanire, e che cosa si inverte? Praticamente tutti i valori che sono stati raggiunti nell’arco dei precedenti millenni! Così: torniamo ad eliminare progressivamente il diritto di voto, a dare stipendi da fame agli operai, a far pagare sempre più prestazioni mediche, al pansessualismo delle ere pagane, all’idolatria per le cose più stupidi. E’ proprio vero che da circa 200 anni crediamo in tutte le fesserie possibili ed immaginabili! E dunque, pur di tornare a sentirsi giovane, questa società con l’alzheimer, vuol tornare adolescente, per ripetere le cretinate tipiche di quell’età. Dimenticando la grande lezione egheliana, del percorso compiuto, ossia del fatto che non si potrà più tornare ad essere ingenui, perché nel volgere dei secoli abbiamo immagazzinato tanta cultura che estirparla non vuol dire ringiovanire, ma tornare allo stato barbarico, e non ci sarà più San Benedetto e i suoi monacelli, a salvare la cultura. Non resta dunque che tornare a un età che è più simile ad una preistoria senza fine, che vedrà tutti contro tutti, in un post umanesimo dove vinceranno i potenti. Si ringiovanisce in un solo modo, mantenendo i diritti acquisiti, per i quali sono morti milioni di esseri umani, e lasciar perdere le pratiche vanesie, faustiane, tese a sovvertire l’ordine naturale delle cose, ma è una strategia ben collaudata, bisogna ringiovanire involvendosi, lo fanno apposta, le “schiere di Ottimati” dei quali non conosciamo nemmeno il nome, e forse non hanno nemmeno corpo. Non ci vuole molto, anche da noi in Lucania, che certo eravamo ancora per strada, intendo sulla strada della completa affermazione della libertà nel lavoro, ci siamo spenti prima del traguardo, e per noi è ancora peggio, perché è più facile estirpare dei diritti non ancora maturati o affermati. Questa è sempre terra del Vassileus, e quello, da buon bizantino, tartassava ferocemente la popolazione, lasciando ai suoi successori tale “buon costume”. Ma, tartassare non vuol dire solo far pagare un monte di tasse, ha assunto anche il significato di oppressione della libertà individuale e di impresa. In questa giungla giurassica, che è la burocrazia lucana, viene facile ridurre all’esilio: il giovane promettente, l’operaio qualificato o meno, il professionista ecc. e la colpa non è di nessuno. E mi tocca dirlo sinceramente, per davvero non è colpa di nessuno, sono le sedimentazioni di involuzione che ha troncato il percorso sano verso l’avvicinamento al mondo nordico. In buona sostanza, eravamo sul punto di tramutarci in una piccola Emilia Romagna, negli anni post terremoto ’80, quando, prima il capitalismo feroce, che ha devastato la nostra economia, di tipo “curtense”, poi la crisi politica, che intendiamoci non è italiana, viene dall’UE, poi le crisi valoriali che affliggono l’occidente, ed il gioco è fatto. La giungla è pronta, si salvi chi può.
Tratto da Onda Lucana by Antonio Morena e Ivan Larotonda
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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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