Spirito civico e religione tra mondo arcaico e modernità.

Spirito civico e religione tra mondo arcaico e modernità. Parte prima.

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Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Giunta ormai al limite della sua esperienza storica, quella civiltà che oggi, semplicemente viene chiamata occidentale, quasi a voler celarla dietro un pudore indotto dal politicamente corretto, (che sarebbe meglio definire corrotto), e che dunque avrebbe meritato almeno un funerale con la stessa carta d’identità che aveva alla nascita, ossia civiltà romana, è utile tracciare un profilo sintetico del mondo arcaico: Di quando tutto gravitava intorno alla Repubblica, fondata sul patto fra Dei e uomini, permeata di civismo scandito e pregiudicato dai riti della religione statale, (Montesquieu era ben lungi dal venire), dopotutto in quel felice tempo di innocente ferocia, tra gli uomini abitavano gli Dei, come sosteneva Hegel. Osservando gli aspetti, che potremmo definire per molti versi eterni o immutabili, perché patrimonio comune in tutti i tempi, (trascendentali al tutto scorre), il punto sul quale ci si interroga semmai è: cosa accogliamo noi oggi, uomini dell’Occidente, di questo patrimonio immutabile Fatto di: desideri, paure, vendetta, pietà familiare e per la propria Patria, amicizia, avventura, viaggio-esplorazione, guerra e volontà di vittoria? Verrebbe facile liquidare il quesito con una banale risposta del tipo, poco o niente; nella realtà dei fatti la vicenda è molto più complessa, perché per rifiutare, o ignorare, dati valori o semplici sentimenti, comuni all’uomo antico, si necessita ovviamente di un cambio di mentalità che ci ha allontanati dagli avi. Ma come siamo diventati così diversi? Soprattutto nell’ultimo secolo, perché il maggior distacco lo si è avuto proprio nel novecento, rispetto a quanto abbiamo fatto in tutti i secoli precedenti; non vi era infatti eccessiva differenza tra un cristiano cavaliere in Terra Santa ed un legionario scipionico, entrambi e ad un tempo, feroci e compassionevoli molto più di noi. Vediamone allora i passi verso il baratro dei sentimenti, a cominciare da….

Oggi chi governa da noi? Una gerontocrazia di matrice sessantottina, erede del giacobinismo, reo a sua volta di aver eliminato la componente spirituale nei cittadini, sostituendola con insufficienti contraltari materialistici. In effetti il primo passo verso la desertificazione civica è stata l’eliminazione del “credo in unum Deo” come facitore della coscienza nazionale. Nel corso di duecento anni tale imperante disimpegno dello Stato nelle questioni etico religiose, mascherate da libertà individuali, ha letteralmente demolito, una volta salito al potere in Europa e nord America, quel pensiero che veniva definito da Benedetto XVI, ellenismo, ossia il connubio fede-ragione, che il socratismo aveva codificato tramite un processo logico approfondito durante i secoli dell’evo classico. Tale processo di affinazione ontologica era proseguito anche nella nascente religione cristiana, attraverso l’operato dei neofiti di tale fede, ancor prima socratici e romani, depositari quindi di una robusta eredità, rispettivamente filosofica e giuridica, rivelatesi utili strumenti per indagare il miracolo dell’incarnazione del Logos. Artefici supremi del processo sincretistico tra le tre grandi civiltà racchiuse all’interno dell’Impero Romano, (Giudaismo, Ellenismo, Romanità), furono S. Paolo e S. Agostino, che a ragione bisogna considerare come i grandi liberatori dell’Occidente dalle catene semitiche dell’ortodossa inintelligibilità di Dio. Costoro infatti, operarono meglio di chiunque altro, la trasformazione culturale dei popoli, che raggiunse la definitiva forma: logico-giuridico-cristiana, soprattutto nell’età medievale, offrendo alle nascenti identità nazionali europee, una solida torre spirituale in cui rifugiarsi.

Oggigiorno non solo il comune cittadino, (come chi scrive), ma anche l’intellettuale perde di credibilità, se ragiona ancora su Dio e le sue “ipostasi metafisiche”, tra le quali per il nostro argomento, rientrava in passato anche l’etica nazionale, (paradossalmente uno dei cardini del giacobinismo repubblicano e nazionalista!). Intendiamoci, la componente religiosa, se vissuta in modo integralista, storicamente non ha lasciato nelle memorie umane, regimi di cui aver nostalgia, ciò non toglie che essa sia stata comunque fondante in ogni comunità, e tale fu riconosciuta anche dal Napoleone, (seguace di Rousseau), che pur essendo ateo, mantenne in vita la religione per scopi puramente civici, come elemento aggregante di una Nazione, (religione derivante per l’appunto da re-ligere, legare a se dunque unire), ovviamente fallì pretendendo di renderla uno scrigno vuoto perché priva di Dio!

Eppure l’umanità moderna europea rendendo vacuo il pensiero agostiniano, ripescò la curiositas tipica della filosofia ellenica, liberandosi dai dogmi della fede, riappropriandosi del ruolo di attore principale sul palco dell’universo. In un moto circolare, caro al pensiero antico precristiano, (ristrutturato in età moderna dal pensiero di Vico), dall’età omerica dominata dagli Dei che muovono i fili di uomini burattini, alle scuole ioniche liberamente danzanti sui prati della conoscenza, per sfociare secoli dopo nel severo vincolo patristico fideistico, per poi ancora “scatenarsi” questa coscienza umana alla ricerca della confutazione o affermazione tramite l’esperimento scientifico, (razionalismo cartesiano), dei misteri gravitanti intorno ad essa.  Tali moti dell’animo umano, che si susseguono attraverso le generazioni come se si trattasse di una sola entità perennemente vivente, (fenomenologia dello spirito?), hanno cercato sempre di rapportare l’ordine sociale a quello naturale, che è poi l’accordo con l’inspiegabile, con la Verità, ossia l’essere unico ed immutabile! Una verità che oggi l’uomo occidentale non cerca più oltre la fisica; l’oltre-uomo annunziato dallo Zarathustra letterario è alla fine arrivato?  Rientrante nei fattori spirituali vi sono anche le sedimentazioni culturali, ossia gli usi ed i costumi di chi ci ha preceduti nell’abitare i medesimi luoghi, e che sono stati da noi ereditati. Ed è stata proprio tale abitudine sedentaria infatti, a forgiare il termine Patria, riconosciuto come insieme di valori per lo più spirituali, ereditati dai padri entro limiti geografici ben precisi ed inviolabili dallo straniero. Sempre seguendo la lezione Vichiana incentrata sulla cultura, troviamo non solo la formazione ma anche la trasmissione agli eredi di una tradizione paterna, (unica in grado di forgiare le Nazioni), operazione compiuta nell’età primordiale dagli uomini pii, cosiddetti perché alzarono per primi il capo al cielo ponendosi il problema di rispondere al Dio tonante assiso tra i nembi. Dal Rex-augure Romolo che impugnando il lituo tracciava confini nei cieli, scaturì la norma per la comunità dei consanguinei, al quale succedette il magistrato-sacerdote-legislatore, in definitiva si costituiva la Patria. Somma di tutte le componenti spirituali e materiali: “Una d’arme, di lingua, d’altar, di memorie di sangue e di cor”. Così, magistralmente definita dal Manzoni, in “Marzo 1821”.

Una Patria nazionale, che dopo il letargo dell’età decadente post feudale, si ripropose al tempo delle barricate parigine, come “somma di tradizioni”, non risparmiando comunque la dolorosa scissione della spiritualità laica da quella religiosa, (con ovvia abolizione della seconda), ed il corrispettivo, eroico, tentativo di creazione del credo nazionalista, durato fino al successivo crollo, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, degli ideali di Patria nazionale, contestuale all’ascesa al potere delle due entità multinazionali per eccellenza, il socialismo ed il liberismo. Una volta scomparsi i padri del nazionalismo, evaporati nelle nebbie della storia, come fuggiti in una sorta di brumoso mito nordico, l’alleanza liberal-radical defraudò le odierne popolazioni occidentali dei successi politici, civili, economici ecc. delle nazionaliste, stataliste, generazioni precedenti. Eliminando questi valori: tradizionali, spirituali, trascinarono seco anche ovviamente il mondo delle nazioni. Così nel mentre oppresso dall’angoscia derivante dalla perdita della tradizione, dunque dell’anima, il sensibile Mischima si suicidava esibizionisticamente, nella maniera propriamente tradizionale per il suo popolo, i “raziocinanti” continuavano imperterriti ad insegnare ai loro figli che: “l’uomo altro non è che un animale semplicemente più intelligente degli altri.” Dunque l’unica cosa da fare nella vita era ed è il benessere egoistico ed edonistico a scapito di tutto il resto, compreso in ultima analisi la vita stessa! Ecco il naturale risultato finale del lungo processo epistemologico avviato dal razionalismo, proseguito col giacobinismo sfociante nelle dittature atee socialiste, muscolose e senz’anima; prive di supporti metafisici anch’esse crollarono come castelli di carta. E dunque l’analisi di Nietzsche sulla fine del mondo socratico era giusta? L’eccesso, l’abuso della logicità, della ricerca ossessiva della verità, ha progressivamente usurato l’entità metafisica, finendo con l’eliminarla del tutto perché non dimostrabile con le scienze, ed elevando al suo posto, imperatore dei popoli, il Capitale! Ed il liberalismo, suo strumento politico, ha insediato sul trono dell’Occidente il nichilismo, un umanità destoricizzata e destrutturata, ridotta a mero agglomerato di consumatori compulsivi, senza anima e credo, che ha smesso di osservare il cielo restando china sull’I Phone per tutto il tempo. All’interno della quale regna il brutto democraticamente distribuito, dagli orrendi palazzoni di periferia, abitati dai figli dell’abbondanza, somaticamente più belli dei loro padri, ma comunque devastati nella nostra età titanica, da orribili scarabocchi che chiamano in uno snervante linguaggio inglese tatoo. Non va certo meglio nelle campagne di codesto mondo industrializzato, dove è stato vomitato asfalto per il semplice speculativo piacere di arricchirsi, non per utilità pubblica, esattamente come le ultime idiozie giunte a tormentare l’animo, ossia le pale eoliche. Come abbiamo fatto a ridurci così? Eppure sono queste le stesse terre abitate un tempo da Virgilio, che nelle Georgiche presentava l’estate avanzante, con l’addensarsi delle ombre sui monti abitati dalle ninfe driadi, dovuto ai rami che si riempiono di foglie <<…Umbrae densaeque in montibus silvae…>> . Solo una coscienza educata al bello poteva raggiungere tali vette poetiche, all’armonia tra uomo e natura divinizzata, che solo gli antichi sapevano tradurre in arte! D’altronde l’esuberante presenza della natura nel mondo antico, entro la quale si svolgeva la Storia, assume per noi moderni contorni fiabeschi, (In effetti bastava spingersi per pochi passi al di fuori dei centri abitati per scoprire una ricca fauna, ovviamente anche perigliosa per l’uomo, visti i branchi di orsi e lupi, abbondanti sugli appennini, oppure di come al tempo di Alessandro il grande, nei Balcani esistessero ancora esemplari di leone europeo), il perdersi nel sublime, direbbe Nietzsche. All’opposto quanta miseria, soprattutto spirituale, in noi oggi. Incapaci di emozionarsi, sempre i “raziocinanti-tecnologici”, una volta “litigato con il creato”, o altrimenti detto dagli atei, con il divenire della natura, si sono immersi in un universo parallelo creato dalla rete di bit intercontinentali, dove sono completamente annullate le entità geografiche, civiche, e si formano delle comunità nuove, trasversali, tanto salde quanto virtuali, dunque vuote prima ancora che effimere. In punto di fatto è stato sostituito l’inebriamento delle corone di fiori che cingono le tempie, l’idromele ed il vino, con la triste chimica delle odierne droghe, (non solo chimiche), che non esaltano più la vita di schiumante euforia, ma al contrario la nullità attraverso l’atropina. Tutto questo azzeramento emozionale, il ritirasi in se stessi in un artificio esistenziale, senza credo e spirito collettivo, dove porta? All’isolamento, all’individualismo esasperato, ognuno viaggia per conto proprio, niente è più in comune. Quanta tracotanza nel: “credere nel non credere” ossia aver fiducia solo ed esclusivamente nella tecnologia abolendo ogni vincolo spirituale fra gli uomini, screditando tutto ciò che ne discende; dall’arte figurativa alla poesia, alla musica. Potremmo dire che alla fine il candidato sempre vincente nei regimi liberali sia il nulla, proprio come aveva previsto Dostoevskij già più di un secolo fa. Con un umanità così ridotta, come si può pretendere di riscoprire il vincolo sacro che ci lega a coloro che governano una Repubblica, a sua volta esistente per volontà di entità superiori, che inviano loro emissari come guide politiche? Questa è la grande tragedia civica che ci divide dagli uomini del passato. Costoro credevano per davvero nella soprannaturalità del magistero civile e militare ricoperto dal loro comandante. Era tradizione credere nel sovrano antico come ad un protetto da Dio, e questo anche prima della venuta del Cristo. Se pensiamo ai molteplici fondatori di nazioni: ecisti ed eroi eponimi, ebbene facilmente scopriremo che nelle loro mitostoriche peregrinazioni e travagli vari, ai quali sono sottoposti come metallo da forgiare per indurirsi, la patente di legittimità al potere che conquistano, gli proviene dalla predilezione degli Dei sul loro capo, anzi spesso sono addirittura prole di divinità; dall’Achille figlio della ninfa oceanina Teti, a Perseo figlio di Zeus, ad Enea figlio di Venere, per giungere allo stesso Romolo figlio di Marte. Anche nei territori del Dio semitico assistiamo all’”incoronazione” di Giacobbe il patriarca, divenuto eponimo del futuro regno d’Israele per mezzo di un “divino calcio”. Non ne resta immune dal “contagio divino” neanche la piena età storica; gli adulatori infatti non mancarono di “screditare” l’onore delle madri dei grandi condottieri, pur di divinizzarli.

Capitò questo ad Alessandro e a Scipione, che credettero nato da Giove in persona, tramutatosi in un pitone strisciato fin dentro il talamo della giovine madre Pomponia! Per tali ragioni, legate alla millenaria ricerca della dimensione “extraterrestre” dei protagonisti facitori di grandi imprese, o meglio del trascendente nell’immanente, il giacobinismo peccò di tracotanza pretendendo di spacciare come albero secolare il fragile fuscello dello Stato libero da miti religiosi, eclissando S. Giorgio l’uccisore di draghi, intorno alla cui bandiera si riuniva il popolo inglese; e come non dimenticare il primo dei francesi, quel Meroveo che diffuse in giro, per giustificare il suo dominio su tutta l’antica Gallia, addirittura una parentela con il Cristo Salvatore! Ridicola appare dinanzi a tali potenti simboli, la Dea Ragione e l’Essere Supremo, semplicemente incomprensibili ai cittadini francesi, abituati alla sacralità millenaria delle incoronazioni di Reims o Aquisgrana. Figuriamoci poi oggi gli stolti che pretendono di “partorire cittadini di carta”, come se fossero le costituzioni a creare un corpo civico, e non il contrario. Quando invece il processo di creazione di un identità nazionale è molto più lungo del semplice e falso giuramento su un libro di regole e norme generali. L’eroe fondatore veniva spacciato sempre per un semidio, perché l’investitura divina del padre della Patria crea l’identità nazionale, venuto meno il credo nelle divinità cessa il rapporto di fides tra Re e sudditi, tra cittadini e magistrati, in pratica tra gli uomini, e dunque la fine delle società nazionali; dopo questo crollo si ripresenta il dominio dei potentati economici.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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