O il Piave o tutti accoppati

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Immagine tratta da repertorio Web by Ivan Larotonda
Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda
Si conclude il 2016, ottavo anno di tragedia economica occidentale. In realtà solo la fase finale di un processo di sclerosi del capitalismo avviato già negli anni novanta. Epoca deplorevole, durante la quale ogni realtà industriale italiana s’è ridotta di un terzo, favorendo gli espatri, soprattutto giovani, che si sono tolti dai piedi, facendo contento il tizio che ricopre il ruolo di ministro del lavoro, ed hanno ormai superato il milione. Inoltre, per non farci mancare nulla, a imitazione dell’Egitto biblico, siamo ripetutamente attaccati da ogni sorta di pestifero insetto: Dalla mosca cinese che ha devastato i floridi castagneti appenninici, alla sua parente, mosca olearia, che quest’anno ha azzerato la produzione del condimento, per eccellenza mediterraneo. Ma, dato che al peggio non c’è mai fine, ci siamo accodati, come al solito, ai deliri di fine mandato del peggior presidente degli stati uniti d’America, a quell’embargo antirusso che ha fatto marcire tonnellate di frutta e ortaggi che ora possono servire solo da scaraventare in faccia all’inquilino della casa bianca. Ridotti come siamo, stiamo rievocando, e fin troppo bene, il centenario della prima guerra mondiale. Esattamente come un secolo fa, il continente europeo é falcidiato, unica differenza, la democrazia uccide nel silenzio, é discreta e rispettosa dei diritti individuali, lascia che si muoia nel dimenticatoio insito in ogni ambito sociale. Tutti siamo emarginati anche in mezzo a una piazza popolata da una folla giubilante, questo perché non abbiamo più niente, non crediamo in niente, e non desideriamo più il cielo scolpendo pinnacoli vertiginosi; ombre degli uomini che furono, agli europei non resta che scarabocchiarsi i corpi oppure i muri, purché tutto segua l’istinto primordiale, già, il primordio della civiltà, o meglio, dell’inciviltà. Trump dice ai suoi amici israeliani: Resistete ancora un po’ e arrivo io, (col settimo cavalleggeri?), lo stesso diciamo noi come augurio per l’anno che verrà. Resistiamo ancora un po’, almeno fino a quando il nemico avrà terminato le sue munizioni, e pare che sia vicino tale momento. Resistiamo come i nostri nonni sul Piave, aggrappiamoci alle radici delle nostre piante, fino a quando i cialtroni che ci invitano ad abbandonare la Patria
Avranno smesso di ciarlare le loro idiozie mondialiste. Torniamo ai territori, al consumo locale, all’economia sociale, lavoriamo per noi stessi; Come ebbe a dire il nostro conterraneo Orazio: “Non si dia pensiero, l’Italia, della terra della seta.” (alludeva, già allora, alla Cina!). Forse è giunto il momento di non ascoltare più i profeti del mercato, i professoroni che per vent’anni hanno parlato di primazia del mercato e della competizione con la Cina, di globalizzazione a tutti i costi. Il giudizio é sotto gli occhi di tutti. Anche dell’uomo qualunque, del dotto da bar, e di chi scrive, per diletto, a un mondo per il quale non prova affetto.
Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda
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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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