IL MATRIARCATO GERMANICO PORTA IL CATTOLICESIMO AL TRIONFO

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Tratto da:repertorio Web.

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

IL MATRIARCATO GERMANICO PORTA IL CATTOLICESIMO AL TRIONFO (prima parte)

A noi, che nei nostri tempi soffriamo il dominio della cancelliera Merkel, non sembrerà tanto incredibile la sequela di aneddoti che saranno qui descritti a breve ma, per i tempi remoti in cui si svilupparono e soprattutto il territorio sul quale si svolsero, desta davvero meraviglia scoprire come la successione al trono e non solo questa, era, non di rado, appannaggio della parte femminile della classe dominante, e non per una casuale situazione di disordine negli alti apparati del sistema, ma per una tradizionale, ancestrale, prerogativa che potremmo definire giuridico-religiosa, insita nell’elemento matriarcale della società germanica.

Andiamo con ordine:

Nel 568 d.C. i longobardi calarono in Italia guidati dal feroce re Alboino, in breve, approfittando anche della vastatio italiae, (a seguito della guerra greco-gotica che aveva riportato la nostra penisola, per breve periodo, all’interno dell’Impero Romano), vi fondarono il proprio regno. Questa nuova entità statale, così estranea al mondo classico, sarebbe certamente coincisa con i naturali confini d’Italia se i longobardi non fossero stati così esigui nel numero, il che comportò, come risultato finale dell’invasione, la frattura dell’unità politica della penisola, che si riunirà soltanto dopo 1200 anni. Attestandosi perciò nella pianura spartita dal Po, i longobardi vi costruirono la propria capitale, Pavia, circondandola comunque con miriadi di capanne all’uso scitico, (forse per non perdere il ricordo delle natie lande). Come ovvio, l’esotismo di queste genti del Nord portò inevitabilmente a dei contrasti con la popolazione che ancora si definiva italico-romana, inoltre, corollario inscindibile nel conflitto fra i popoli, anche nel caso dell’invasione longobarda, i nuovi arrivati credevano in un cristianesimo molto più umanizzato dalla teoria del vescovo, a quanto pare cripto-giudaico, Ario, consistente nella negazione della divinità di Cristo. Questa eresia d’altronde era molto gradita fra i germani; anche i goti, predecessori dei longobardi come dominatori in Italia, erano ariani. E’ indubitabile quindi che l’aspetto spirituale fosse destinato a compromettere in partenza il già difficile processo di integrazione coi latini, e che portò i goti, nel giro di un paio di generazioni, prima al completo fallimento del regno, in seguito anche alla loro stessa estinzione. Ma, scampato un pericolo, sul finire del sesto secolo dalle nostre parti si ripresentò, coi sudditi di Alboino, l’identico problema; con l’aggravante che, essendo i longobardi originari dell’Est Europa, risultavano ancor più refrattari all’influsso del mondo latino. Questa, per sommi capi, era la situazione politica e sociale dell’Italia all’alba del regno di Alboino, ora, entrando nel merito emerge, per chiudere la parabola del primo re longobardo d’Italia, la figura di sua moglie Rosmunda. E’ costei che, costretta a “brindare col padre” da Alboino, (Il quale aveva ricavato una coppa dal cranio del suocero, padre di Rosmunda), trama e porta a compimento l’assassinio del re. Per attualizzarlo si affidò allo scudiero regio, tale Elmichi, al quale giacendo insieme decise di trasmettere il regno. Ovviamente l’indignazione generale, dei duchi e del popolo, longobardi, per l’uccisione del loro re, (che Paolo Diacono paragonò a un novello Mosè, perché li aveva guidati in terra promessa), impedì alla coppia assassina di poter regnare in tranquillità costringendoli a fuggire tra i bizantini rintanati a Ravenna. Intanto un primo passo era compiuto, la rivoluzione era fatta. L’Italia aveva scoperto che fra i nuovi arrivati anche le donne dettavano legge, e di quelle spietate. Forse i dotti del tempo ravvisarono in questo omicidio un più che giustificato amor filiale, la vendetta per la barbarie di Alboino, ma fu il dopo che destò stupore; aveva scelto lei a chi affidare lo scettro, perché in lei albergava lo spirito del regno, rientrava in una prassi accettata, mentre era solo l’inizio, per gli italici… (continua…)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

 

 

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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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