Il caso Consip (4) – Una breve nota dopo l’intervista di Matteo Renzi a “Otto e mezzo”. E un PS legittimo.

INCOMMENTABILE!

PS Perché la Gruber non ha invitato Travaglio in studio oggi? Ah, saperlo!, fermo restando che non ci siamo mai vergognati così tanto come questa sera e a questo punto ci si comincia a chiedere se non ci siano anche altra tipologia di problemi di mezzo, il dubbio è legittimo..

via Il caso Consip (4) – Una breve nota dopo l’intervista di Matteo Renzi a “Otto e mezzo”. E un PS legittimo. — ROSEBUD – Arts, Critique, Journalism

Tratto da:https://rinabrundu.com/2017/03/03/il-caso-consip-4-una-breve-nota-dopo-lintervista-di-matteo-renzi-a-otto-e-mezzo-e-un-ps-legittimo/

Annunci

“Striscia la notizia” intervista Cova Contro sul caso Pertusillo

Riproponiamo il servizio ed in più i video dell’intervista completa. Senza le riprese aeree di Michele Tropiano e la richiesta partita verso “Striscia la Notizia” a firma di Antonio Salviulo forse oggi questo servizio non ci sarebbe. Nel nostro video vi riproponiamo la “contro-registrazione” fatta da Val d’Agri web-TV e da un sostenitore dell’Associazione Cova…

Riproponiamo il servizio ed in più i video dell’intervista completa.

Senza le riprese aeree di Michele Tropiano e la richiesta partita verso “Striscia la Notizia” a firma di Antonio Salviulo forse oggi questo servizio non ci sarebbe. Nel nostro video vi riproponiamo la “contro-registrazione” fatta da Val d’Agri web-TV e da un sostenitore dell’Associazione Cova Contro, perchè si sa che i tempi televisivi sono stretti ma i problemi molto più grandi.

Fatto sta che ad oggi, dopo la censura delle Iene sulla diossine negli alimenti di Bucaletto ( che purtroppo non abbiamo contro-registrato ma della quale conserviamo messaggi scritti e testimonianze locali – ndr ) il servizio di Pinuccio è una perla per montaggio, contenuti e dialettica, un ottimo esempio di servizio pubblico, in quanto molto più coraggioso e completo dei tanti servizi della RAI Basilicata di questi giorni sempre sul Pertusillo.

Striscia ha garantito che sulla questione Pertusillo tornerà a breve, anche per informare sulle strane vicende verificatesi attorno al servizio durante e dopo. Noi comunque abbiamo mandato in giro per l’Italia diversi campioni del Pertusillo, quindi continuate a contribuire alla nostra raccolta fondi, grazie.

 

via “Striscia la notizia” intervista Cova Contro sul caso Pertusillo — Punto eBasta

Il ciabattino da Guinness che visse a Cancellara

“C’era una volta un ciabattino che viveva a Cancellara, un piccolo paese situato nel cuore della Lucania dove le case fanno il girotondo intorno al castello…” È così che inizia la storia – dal sapore di fiaba – di Donato Biscione, l’autore della scarpa da Guinness dei Primati, recentemente scomparso a Bologna alla veneranda età di 98 anni. Nato a Cancellara il 4 gennaio 1919, Donato già da piccolo manifestava una spiccata precisione e abilità per tutto ciò che gli capitava di fare. Era “mànë péndë”, come lo ricorda la sorella Lucia. Furono proprio queste doti a risparmiarlo dal duro lavoro dei campi per cui, appena adolescente, si recò in un paese limitrofo a far da “discepolo” ad un maestro per apprendere l’arte dello “scarparo”. Acquisite le tecniche necessarie, Donato trascorse alcuni anni a Cancellara lavorando presso una bottega di calzolaio con l’intento di perfezionarsi nel mestiere. Ormai la vita di paese gli stava un po’ stretta e per sfuggire alla miseria e alla quotidianità, il giovane calzolaio, con il mestiere in tasca e una valigia colma di sogni, si avventurò verso la lontana Argentina. Stabilitosi a Buenos Aires, fu subito notato per il suo talento, tanto da essere nominato caporeparto in una fabbrica di scarpe. Nel frattempo convolò a nozze, per procura, con una giovane donna di buona famiglia conosciuta a Cancellara prima di partire. La neo sposa non esitò a raggiungerlo e dopo un’interminabile traversata oceanica, i due poterono coronare il loro sogno di vita insieme. Erano trascorsi una decina d’anni quando la coppia, che nel frattempo aveva dato alla luce due figli, si trasferì a Bologna dove Donato aprì una modesta bottega di riparazione scarpe. Ormai in pensione, Donato si dilettava a realizzare scarpe in miniatura, finemente rifinite, che raggiungevano a malapena la lunghezza di un pollice: un hobby che aveva iniziato a coltivare, nei ritagli di tempo, quando lavorava a Buenos Aires. Un bel giorno, mentre era intento a realizzare una delle sue minuscole creazioni, fu invitato da una conceria di Pisa a confezionare una scarpa un po’ fuori misura che mettesse in risalto la qualità della pelle utilizzata. Donato prese decisamente sul serio la richiesta, tanto da farsi prendere un po’ la mano. Trascorsero sei lunghi mesi e tra cuciture, chiodi, martello, lacci e lucido, con grande orgoglio presentò la sua creatura: una scarpa lunga un metro e novantadue centimetri. Era un po’ come Geppetto che dal suo pezzo di legno aveva dato alla luce Pinocchio. Considerate le straordinarie dimensioni della scarpa, fu tentato di chiederne l’inserimento nel Guinness dei Primati. E fu così che l’8 ottobre del 1993, dopo attente valutazioni da parte dell’Ufficio Omologazione Primati, la scarpa venne ufficialmente inserita nel libro dei Guinness dei Primati. A questo punto Donato aveva fatto del suo mestiere un’arte, per cui si rimise in bottega per realizzare questa volta un sandalo per donna, anch’esso dalle dimensioni notevoli. Appena terminato, Donato decise di cederlo al comune di Cancellara insieme alla forma di legno utilizzata per la realizzazione della scarpa da Guinness e ad una bacheca contenente una collezione di scarpe minuscole di straordinaria bellezza. Questo generoso gesto spiega il forte legame che univa Donato alla sua terra natia e per la quale il suo cuore ha continuato a battere fino alla fine dei suoi giorni. Il comune di Cancellara ha gradito molto gli omaggi del caro Donato, riservando ad essi un angolo della Sala Consiliare aperto a tutti, curiosi e ammiratori. Della scarpa da Guinness, invece, si sono perse le tracce e la famiglia lancia un accorato appello alla ditta che l’ha commissionata perché possa ritrovarla, semplicemente per scattarle ancora una foto e rivivere il ricordo dell’amato Donato. Franca Caputo

Gio, 02/03/2017 – 13:41

Tratto da:Basilicata24

http://basilicata.basilicata24.it/cultura/ciabattino-guinness-visse-paesino-lucania-23503.php

IL RUOLO DELLA DONNA NEL BRIGANTAGGIO: MICHELINA DE CESARE, LA BRIGANTESSA

Cultura, MetisMagazine 3 marzo 2017

La questione del brigantaggio è sempre piuttosto controversa, comunemente continuano ad esserci due contrapposte fazioni: apologeti e detrattori. E la figura del brigante è tuttora vista come eroe o delinquente.

Ma vediamo come nasce il fenomeno che  coinvolse l’intero Sud Italia nel periodo postunitario e la partecipazione delle donne alla lotta brigantesca.

Il sentimento diffuso dopo l’Unità di Italia è misto a rabbia e voglia di riscatto, l’oppressione borbonica continua a serpeggiare tra la popolazione: il problema dell’ingiusto legittimismo borbonico delle terre, che portò all’esasperazione contadina, la leva obbligatoria e l’oppressione fiscale, sono parte dei problemi che contribuirono  a generare il malcontento, che successivamente sfociò nel fenomeno del brigantaggio.

È la lotta dell’oppresso contro l’oppressore, come anche i padri gesuiti della “civiltà cattolica” rammentano nei loro articoli (la rivista cattolica fu storicamente schierata su posizioni antiunitarie –ndr): «Questo che voi chiamate con nome ingiurioso di Brigantaggio non è che una vera reazione dell’oppresso contro l’oppressore, della vittima contro il carnefice, del derubato contro il ladro, in una parola del diritto contro l’iniquità. L’idea che muove cotesta reazione è l’idea politica, morale e religiosa della giustizia, della proprietà, della libertà».

È proprio in questo periodo storico che la figura della donna emerge nel brigantaggio, non più come vittima, assoggettata al volere del proprio uomo e quindi complice silente delle malefatte o druda (termine usato con accezione dispregiativa, volendo indicare l’amante disonesta, la femmina di “malaffare” che trasgrediva le leggi – ndr).

Nonostante il ritardo degli storici a considerare il ruolo attivo delle donne nel brigantaggio, sono molte coloro che hanno spontaneamente preso parte al movimento; il profilo che viene stilato è quello di donne indipendenti, pronte a ribaltare il proprio status quo, non è più quindi la lotta contro l’invasore, ma la lotta per la propria affermazione identitaria, ribellione non solo verso i poteri “alti”, ma contro ogni forma di sopruso.

C’è però una differenza che è doveroso sottolineare tra la “donna del brigante” e la “brigantessa”. Le prime avevano un atteggiamento remissivo: molto spesso è colei che ha voluto seguire il suo uomo o è stata costretta a farlo. Solitamente avevano il compito di mantenere i contatti con i parenti o altri membri del gruppo datisi alla macchia, oltre ad avere la mansione di infermiera e vivandiera.

La seconda, invece, la “brigantessa” per affermare il proprio stato di forza si unisce a bande di briganti ed è fautrice di azioni illecite e violente; la sua è una scelta volontaria e non ha nulla da invidiare agli uomini in fatto di efferatezza.

Molte di loro venivano fotografate dopo la cattura, con le armi in pugno e in abiti maschili, alcune venivano ritratte anche dopo la morte. A tal proposito vi è un episodio che è bene ricordare per la ferocia del gesto e degli intenti: la pubblica esposizione del corpo martoriato e seviziato della brigantessa Michelina De Cesare, nella piazza del paese in cui era nata, e successivamente fotografato a “futura memoria”.

Diventata poi icona del brigantaggio femminile, Michelina fece largo uso della fotografia per propaganda ideologica (si presume che i fotografi fossero al servizio dei Borboni); nelle immagini più diffuse la si vede ritratta con costumi tradizionali, atteggiamento fiero ed armata. Le armi da lei possedute sono una doppietta (fucile da caccia a due canne – ndr) e una pistola, armi che di solito venivano destinate a chi ricopriva un ruolo di comando.

michelina-de-cesare-brigantessa

Ripercorriamo la sua storia: Michelina nasce nella provincia di Terra di Lavoro, oggi un paese del casertano, resta vedova giovanissima del marito Rocco Tanga. L’anno successivo, il 1862, incontra e segue Francesco Guerra, ex soldato dell’esercito borbonico datosi alla macchia subito dopo la nascita del nuovo Stato, egli si unì alla banda di Rafaniello, di cui successivamente divenne capo alla morte di quest’ultimo.

Michelina diventa da subito un elemento di spicco della banda, tanto da possedere le armi riconosciute ai capi.  La tattica di combattimento della banda era tipicamente quella della guerriglia, con azioni di piccoli gruppi che si disperdevano alla spicciolata subito dopo l’attacco, per riunirsi successivamente in punti prestabiliti; gli attacchi non scemarono neanche quando dopo il 1865, in molte zone del Sud, il brigantaggio era stato già ridimensionato.

La latitanza di Michelina De Cesare, e quella della banda, durò molti anni dal 1862 al 1868, probabilmente lo si deve alla tecnica appena descritta. In quegli anni la repressione verso il brigantaggio si era intensificata e in quelle zone fu mandato il generale Emilio Pallavicini di Priola (anche conosciuto per essere andato al comando del corpo di Roma dopo la breccia di Porta Pia del 1870 – ndr); la donna fu catturata il 30 agosto 1868, dopo la “soffiata” di un uomo del posto alle autorità, cadendo nella trappola appositamente architettata. Di come il suo corpo venne oltraggiato, abbiamo già memoria.

Tratto da:https://metismagazine.com/2017/03/03/il-ruolo-della-donna-nel-brigantaggio-michelina-de-cesare-la-brigantessa/

 

Copyright foto:

http://www.reteduesicilie.it/alessandro-romano-a-itri/

http://perstorie-eieten.blogspot.it/2010/06/alcune-brigantesse-maria-maddalena-de.html

L’infame…

Hanno tolto l’immunità alla Le Pen.
Motivo? La pubblicazione sul suo profilo twitter di  3 immagini (già censurate, ovviamente).
In Francia la diffusione di immagini considerate “violente” è reato.

Quindi si potrebbe dire che mezzo mondo ha compiuto un reato, dato che quelle immagini le hanno pubblicate tutte le principali agenzie di stampa e tutte le principali testati giornalistiche mondiali, quelle francesi in primis, e che la stessa Le Pen (o chi gli cura twitter) evidentemente da qualche parte deve aver pur preso…

Ah, last but not the least: la proposta di revoca dell’immunità alla Le Pen è partita dai grandissimi eroi del Movimento 5 Stelle schifosa (precisamente da Laura Ferrara, che con Borrelli era quella più smaniosa di far entrare il M5S nell’ALDE), loro che sono anti-sistema e che non ci giunge notizia del fatto che abbiano chiesto provvedimenti simili per porcate ben maggiori di politici del PSE, del PPE e dell’ALDE.

Da leggere cosa scrive Maria Giovanna Maglie al riguardo
Ricapitoliamo, perché è difficile cavare informazioni da quell’orrendo luogo di diabolica burocrazia e buonismo politically correct devastante che chiamano Parlamento europeo. L’autorizzazione a procedere è stata votata dalla commissione giuridica su proposta della parlamentare Ferrara del Movimento 5 Stelle che evidentemente si sente molto affine all’Isis, al pari di tutti i membri della Commissione, (tranne tre dei quali cercherò di conoscere nome e cognome) che pure hanno votato per far giudicare Marine Le Pen da un tribunale per istigazione alla violenza, privandola della immunità parlamentare.
In che cosa consiste il reato commesso dalla parlamentare, e candidato presidente francese? Consiste nella seguente tremenda colpa: aver pubblicato sul proprio profilo twitter 3 fotografie di altrettante esecuzioni di occidentali fatte dall’ISIS. Nel 2015 la Le Pen mise on line tre foto, aggiungendo la dicitura «Questo è Daesh!», termine equivalente ma più corretto di Isis. Ne aveva tutto il diritto, come chiunque di noi, ma in questo caso c’era anche l’aggravante della provocazione perché il giorno prima una radio molto radical chic aveva paragonato il Fronte Nazionale di Marine Le Pen a un’organizzazione di terroristi.
In una foto c’era un uomo in tuta arancione sotto i cingoli di un carro, in un’altra una persona carbonizzata in una gabbia, infine il corpo di un uomo decapitato con la testa posata sulla sua schiena, il giornalista americano James Foley. Sono foto famose, non le ripubblico qui perché di sicuro al metodo Zuckerberg non piacerebbero, e con la stessa disinvoltura con cui mi dicono quando denuncio qualche volgare molestatore che quel signore non ha violato gli standard, in questo caso mi chiuderebbero o sospenderebbero il profilo. Che che è poi la stessa aberrazione culturale e politica che ha portato alla incriminazione di Marine Le Pen
«Sono deputata, quando denuncio Daesh sono nel mio ruolo», ha commentato oggi la presidente del Front National, in campagna elettorale per le presidenziali di aprile, denunciando «un’inchiesta politica» ai suoi danni. Ha ragione. Subito dopo la pubblicazione delle foto, il ministro dell’Interno francese e l’intero governo socialista scatenarono una campagna contro di lei accusandola di aver fatto “propaganda abominevole”, un “insulto alle vittime del terrorismo”.
Convocata da un giudice istruttore francese nell’aprile 2016 per questa vicenda, la Le Pen rifiutò, invocando la sua immunità parlamentare. Di conseguenza, la procura francese chiese all’europarlamento di toglierle l’immunità. Ora la decisione della Commissione deve andare in assemblea plenaria e sarà interessante capire come si schiereranno i deputati italiani dei vari partiti.
Perche’ non scrivergli due righe? Tra le brutture del Parlamento europeo c’è anche il totale arbitrio nel quale i parlamentari sono abituati a operare, lontani da un elettorato colpevolmente indifferente.

Caro m5s, chi è contro Marine Le Pen è contro il popolo.E’ ora di togliere la maschera

Tratto da :https://ergatto.com/2017/03/03/linfame/