Consip, c’è chi vuole la verità e chi spera di tenerla nascosta

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La decisione della Procura di Roma di togliere l’inchiesta sul caso Consip al Noe dei Carabinieri evidenzia bene come esistano due Italie.

Ce n’è una che di fronte alle fughe di notizie in favore degli indagati o della stampa reagisce e applica un normale principio di precauzione. Hai fatto una bella indagine, ma qualcuno ha spifferato l’esistenza di microspie (poi scoperte), quali telefoni stavano per essere messi sotto controllo (quello di Tiziano Renzi) e quali intercettazioni erano già in corso? Perfetto. Anche se so che all’interno del Noe vi sono investigatori di valore prendo atto delle soffiate.

Mi rileggo la testimonianza dell’amministratore delegato di Consip, il renziano Luigi Marroni – che dice di aver saputo tutto dal generale Emanuele Saltalamacchia, comandante della legione Toscana, e dall’attuale ministro Luca Lotti – e mi chiedo quale sia stata la fonte dei due. Non lo so ancora. Ma so che quelle informazioni ultra-riservate erano certamente in mano a vari livelli del Noe. Così per prudenza, in attesa di capire, escludo dall’inchiesta tutto il Nucleo operativo ecologico. Anche perché, vista la testimonianza di Marroni, è probabile che quelle notizie tanto preziose per Tiziano Renzi e i suoi amici, siano inizialmente circolate tra altissimi ufficiali dei carabinieri (tra gli indagati, sia pure in posizione molto più defilata, vi è anche il capo dell’Arma). L’Italia numero uno, insomma, si muove seguendo i canoni del semplice buon senso. In attesa di capire si tutela e ci tutela.

Poi c’è l’Italia numero due. Quella che in questi giorni, non sapendo cosa dire, parla a vanvera di presunzione d’innocenza, se la prende con le fughe di notizie sui giornali (dimenticando che le indagini non sono saltate a causa della stampa), assicura che farà qualcosa, ma solo dopo il terzo grado di giudizio. È l’Italia che non decide. O per complicità (molto probabile in un caso come questo) o per ignavia. Spesso per tutte e due. Eppure le cose sono molto semplici. C’è un manager pubblico renziano, amico di Matteo, di suo padre e del ministro Lotti, che accusa Lotti. C’è Lotti che dice che non è vero. Uno dei due mente. Ma la seconda Italia, in questo caso il governo, sceglie di non far niente e accetta il rischio di tenere in alternativa, o un calunniatore alla testa della nostra più grande società appaltante o un ministro disposto a calpestare ogni legge pur di avvantaggiare il proprio clan.

L’idea che il bene pubblico, cioè i soldi dei cittadini e la credibilità dello Stato, vengano prima del destino di un politico o di un manager, non sfiora nessuno. I due invece che andare contemporaneamente a casa restano al loro posto. Ma non basta. Perché nascosta tra le pieghe di un decreto del 19 agosto sulle forze di polizia e l’assorbimento del Corpo forestale dello Stato, il vecchio governo Renzi, ha pure approvato una norma che obbliga gli ufficiali di polizia giudiziaria (gli investigatori) a riferire ai loro superiori le indagini segrete. Fino al giorno prima un capitano poteva mandare a quel paese un generale che gli chiedeva notizie sulle inchieste disposte dalla magistratura. Da agosto no. Casualmente a Marroni le prime notizie vengono date da Lotti a luglio, mentre le altre soffiate proseguono almeno fino a dicembre.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 05/03/2017.

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