Rovine

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Immagine tratta da Web by Ivan Larotonda 

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

Chi non ha mai subito, almeno una volta nella vita, il fascino di una vetusta ma diroccata costruzione? All’origine di questa strana attrazione c’è senza dubbio l’età romantica. Ad onor del vero, morbosa oltre ogni limite, se non addirittura oscena e pornografica! E’ frutto della volontà, tipicamente moderna, di voler proiettare nell’antichità il proprio mondo, quasi si trattasse di uno specchio sul quale è riflessa la cultura contemporanea, quest’ultima incapace di accettare cambiamenti, in senso logico, alla visione idealistica del mondo antico. Quel che il tempio accademico ha deciso deve essere perpetuato, e non importa se nuove scoperte gettino luce sul vero! Passato, tutto deve restare come l’abbiamo consolidato nelle nostre menti, al punto tale che è sembrato uno scandalo, un vero e proprio shock, scoprire che ad esempio le sculture antiche erano splendidamente dipinte, come pure i frontoni dei templi classici, e più di qualche autorevole accademico è arrivato a pronunciare l’assurdo di ritenerci fortunati, noi moderni, che abbiamo in dote un mondo classico in rovina, con le sue statue elegantemente sbiadite, i suoi templi ammuffiti e dalle colonne spezzate. Che il vero spettacolo lo godiamo noi perché abbiamo le “vestigia” ridotte in questa meravigliosa rovina. Chi scrive ama autenticamente il mondo antico, e perciò ragiona totalmente all’opposto, forse perché è libero di navigare negli oceani dello scibile, financo a naufragare, ma comunque libero dai dogmi degli atenei, libero di poter esprimere il valore dell’eterodossia. In buona sostanza, e in “rigorosa” apostasia, ritengo molto più onorevole, per noi, nonché rispettoso del mondo antico, operare nella sistematica ricostruzione di tutto quel che filologicamente si può riportare in “vita”. Paradigma di un nuovo rinascimento potrebbe essere la valle dei Fori a Roma, all’interno della quale si potrebbero ricostruire: Il tempio del Fuoco di Vesta con adiacente tempio dei Dioscuri, (del quale oggi restano solo tre colonne), il tempio della Concordia e quello di Saturno, e soprattutto la basilica Giulia, che risultava ancora in piedi nel quindicesimo secolo, era quasi giunta fino ai nostri tempi, e per questo rappresenta il maggior rammarico: se fosse rimasta ancora in piedi avrebbe eguagliato il numero di visitatori del Colosseo perché era per davvero un opera magnifica. E, a proposito di Colosseo, non sarebbe onorevole per l’intera Nazione ricostruire la metà che crollò nel quattordicesimo secolo per via di un terremoto? E invece, al contrario, si dibatte e si litiga su di una parziale ricostruzione dell’arena, perché ancora, pornograficamente, si pretende di mostrare anche la struttura sotterranea, quella con le celle per gladiatori e animali: perché? Le strutture ipogee te le vedi con percorso guidato, tu turista che nella stragrande maggioranza dei casi non capisci nulla di quello che ti sta attorno. Si parla sempre di restauro filologico, e dunque che bisogna lasciare le impronte che il tempo imprime sui monumenti, ma se si continua a ragionare in tali termini tutto è destinato a rovinare completamente. Perché a questo punto si può sostenere, paradossalmente, che non bisognava riparare la Barcaccia del Bernini quando i teppisti olandesi la danneggiarono, anch’esso è un segno del tempo, il tempo degli ubriaconi vetero-luterani. Questo amore per il decadente, il rovinismo, è qualcosa che vedo solo in Occidente, (come al solito le novità nichiliste le troviamo solo in quest’angolo mortifero di mondo). Sono certamente grandiosi maestri: Piranesi, Ricci e Bril, ma sulle loro opere svetta una cappa cimiteriale che, anche grazie alle tinte e i tratti soffusi, ammorba di mefitiche esalazioni l’apparente bucolica rappresentazione, (In Friedrich poi tutto è un camposanto, ma almeno ha l’onestà di dichiararlo). E continuiamo a compiacerci delle devastazioni quando, come accennato sopra, ci si dovrebbe mettere all’opera per ricostruire. Anche in questo caso guardiamo all’Oriente, ai templi millenari della civiltà buddista o induista; Queste costruzioni sono sempre identiche a se stesse, pur avendo ormai di originale solo il nome. Il palazzo dell’Imperatore giapponese a Kioto è stato ricostruito otto volte, e sempre allo stesso modo. In Cina la città proibita sarà a breve riportata all’epoca precedente il 1912, ultimo anno dell’Impero. In Russia la Cattedrale di Cristo Salvatore, all’interno del Cremlino, è stata ricostruita e riconsacrata nel 1990, esattamente com’era fino al 1931, quando i bolscevichi decisero, in pieno delirio anticristiano, di raderla al suolo. Pochi esempi, nel mortorio occidentale, osano cotanto coraggio. Quando eravamo ancora orgogliosi di noi ricostruimmo il campanile di S. Marco a Venezia, e con le stesse pietre. Oggigiorno rara eccezione lo sono i greci che, (forse perché votati all’eterno grazie all’abitudinaria educazione all’escatologia, rimasta intatta nel credo ortodosso), procedono a un ardito restauro del Partenone; un’operazione che nei fatti è una vera e propria ricostruzione, ma usando i materiali usati nel quinto secolo, (lo stesso marmo pentelico scelto da Ictino, Callicrate e Mnesicle, i costruttori di Pericle), e fanno bene, è una gran cosa rifarlo esattamente e interamente com’era. E magari poi ridipingerlo e ricollocare le metope e le sculture dei frontoni che ora giacciono a Londra, (con quale diritto gli inglesi  si arrogano di detenere la roba degli altri ancora non si sa). Auspichiamo che venga fatto lo stesso con la Basilica di S. Benedetto a Norcia, recentemente crollata col terremoto, e perché no, che venga terminato anche il rivestimento della facciata di S. Petronio a Bologna. E’ ora di ripensare come gli antichi, se vogliamo onorarli per davvero, rifacciamo le loro dimore affinché continuino ad essere lo scrigno della comune memoria.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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