LA PERDITA DEL MONDO E DELLE COSE

LA PERDITA DEL MONDO E DELLE COSE di Ivan illich

20 lug 2007

Lettera a Helmut Becker, 19 Novembre 1992.

In passato l’uomo abbandonava il mondo al momento della morte. Fino ad allora egli era vissuto nel mondo. Noi due apparteniamo entrambi alla generazione di quelli che sono “venuti al mondo”, e che oggi sono minacciati da una morte senza fondo. Diversamente da ogni altra generazione noi abbiamo vissuto la rottura con il mondo.

Colui che rinunciava alla vita mondana poteva diventare un pellegrino sulla strada di Santiago, o ricercare la sua stabilitas bussando alle porte di un monastero, oppure unirsi ai lebbrosi. Nel mondo russo, come in quello greco, esisteva anche la possibilità di diventare un “folle” anziché un monaco, vivendo di elemosine per il resto della vita, tra cani e mendicanti nell’atrio di una chiesa. Ma anche per questi estremi fuggiaschi dal mondo, quest’ultimo restava sempre il quadro sensoriale della loro passeggera esistenza. Il “mondo” continuava ad essere per essi una tentazione, specialmente per quelli che volevano rinunciarvi. La maggior parte di coloro che davano ad intendere di avere abbandonato il mondo, presto si sorprendevano ad imbrogliare sé stessi. La storia dell’ascetismo cristiano è la storia del tentativo eroico di essere onesti nel rinunciare ad un “mondo” al quale ogni fibra dell’asceta restava attaccata. Persino in punto di morte mio zio Alberto si fece servire del VinSanto, quello messo ad invecchiare l’anno della sua nascita.
Oggi è diverso. L’epoca bimillenaria dell’Europa cristiana è passata. Il mondo in cui nacque la nostra generazione è svanito. Esso è divenuto incomprensibile non solo ai giovani ma anche a noi vecchi. (…) Poter parlare assieme di questa rottura nell’esperienza del mondo e della morte è un privilegio della nostra generazione, che ha conosciuto il prima. Hellmut, credo di rivolgermi a qualcuno che sa di cosa parlo. Quando ero molto giovane il destino fece di me, il collega, il consigliere e l’amico di uomini e donne decine di anni più anziani. E così imparai a lasciarmi coltivare e formare da persone che erano troppo vecchie per prendere parte a questa esperienza di disincarnazione. D’altronde i nostri allievi sono tutti figli dell’epoca posteriore a Guernica, Leipzig, Belsen e Los Alamos.
Il genocidio e il progetto Genoma, la distruzione delle foreste e l’idrophonia, i trapianti di cuore e la sanità pubblica sono tutte cose ugualmente insapori, inodori, incomprensibili e fuori dal mondo. La festa dell’Avvento attorno al cadavere di Erlangen celebra la disumanità senza fondo di un mondo privo di ogni contatto con la terra. Noi che siamo allo stesso tempo abbastanza vecchi e abbastanza giovani da aver vissuto la fine della natura e di un mondo in armonia coi sensi, dovremmo essere capaci di morire come nessun’altro prima.
Ciò che è stato può ritornare ad essere polvere. Il passato può essere riportato alla memoria. Paul Celan sapeva che della scomparsa del mondo che abbiamo conosciuto, resta soltanto il fumo. Il virtual drive del mio computer mi ha fornito il primo emblema della “scomparsa irrevocabile” attraverso la quale possiamo rappresentare la perdita del mondo e della carne. L’adesione dell’uomo al mondo non giace come una rovina, adagiata nei più profondi anfratti della terra. Essa è sparita come una linea cancellata nella RAM-drive.
Ecco perché noi settantenni possiamo essere dei testimoni unici non soltanto di nomi, ma anche di percezioni che ormai nessuno conosce più. Purtroppo, molti di coloro che hanno vissuto questa rottura ne sono rimasti loro stessi spezzati. Ne conosco alcuni che di fronte alla bomba atomica, Auschwitz e l’AIDS, hanno reciso da sé i legami con l’esistenza. Benché ancora a metà delle loro vite, si sono trasformati nel profondo dei loro cuori in viejos verdes, vecchi giovanotti che si comportano come se potesse ancora esserci spazio per dei “padri” all’interno di un “sistema” in procinto di diventare uno show vero e proprio. Ciò che nel Terzo Reich era ancora propaganda, e a cui dunque la folla poteva sfuggire con i suoi mormorii, oggi viene venduto come menù nei programmi del computer o come polizza assicurativa; come consulenza allo studio, come servizio professionale del lutto, come terapia anti-cancro o terapia di gruppo per quelli che restano. Noi vecchi apparteniamo alla generazione dei pionieri di questi non-senso. Noi siamo gli ultimi sopravvissuti di una generazione attraverso la quale lo Sviluppo, la Comunicazione e i Servizi sono divenuti bisogni universali.
Il distacco dal mondo dei nostri sensi alienati e la programmata mancanza di aiuto che abbiamo propagato superano di gran lunga le masse di rifiuti che la nostra generazione ha scaricato in cielo e in terra, nelle acque sotterranee e nella stratosfera.
Noi occupavamo già i posti chiave quando la televisione sottrasse alla gente la vita quotidiana. Io stesso riconosco di essermi battuto perché la radio universitaria potesse trasmettere le previsioni della pioggia in ogni villaggio di Porto Rico. Allora non sapevo ancora quanto ciò avrebbe inevitabilmente ristretto il raggio d’azione dei sensi, e che l’orizzonte sarebbe stato assediato da ingombri amministrativi. Non pensai allora che presto le previsioni meteorologiche europee dei notiziari serali avrebbe scolorito il primo sguardo del mattino fuori dalla finestra. Per diverse decine d’anni ho trattato con leggerezza astrazioni inconcepibili come un miliardo di uomini sotto forma di diagramma a barre. Dal mese di gennaio di quest’anno la Chase Manhattan Bank mi fa pervenire il mio estratto conto adorno di un diagramma che mi permette di confrontare a colpo d’occhio le mie spese per gli alberghi con quelle del materiale per l’ufficio. E’ cosi, attraverso centinaia di minuscole informazioni, atti amministrativi e servizi di consulenza che riescono ad ingraziarsi la mia confidenza, viene interpretata la mia conditio humana. Quando vent’anni fa noi due, Hellmut, parlavamo di questo, non potevo immaginare quanto smoot and slick – quanto insidiosa – sarebbe stata l’integrazione nella vita quotidiana dei programmi educativi.
La realtà sensoriale sprofonda sempre più sotto il peso delle imposizioni su ciò che bisogna vedere, ascoltare, gustare. L’educazione all’irrealtà delle costruzioni astratte comincia sui libri scolastici, i cui testi sono ridotti al ruolo di legende delle tabelle grafiche, e finisce con i moribondi che, si attengono coscienziosamente ai risultati incoraggianti degli esami di laboratorio. Eccitanti astrazioni che catturano l’anima si sono diffuse fino a ricoprire la percezione di sé e del mondo come delle federe di plastica. Quando parlo ai giovani della resurrezione dei morti sottolineo che la loro difficoltà non consiste in una mancanza di fiducia, ma piuttosto nel carattere disincarnato delle loro percezioni, in una vita costantemente distaccata dalla carne.
In un mondo ostile alla morte io e te ci prepariamo non a “giungere alla morte”, ma piuttosto a morire in senso intransitivo. Nell’occasione del tuo sessantaduesimo compleanno, celebriamo quell’amicizia che ci fa lodare Dio per la realtà sensibile del mondo, anche attraverso il nostro addio ad essa.

Tratto da :https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/07/20/la-perdita-del-mondo-e-delle-cose-di-ivan-illich/

Stato sociale, prima regola perché funzioni?: uno Stato.

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Immagine tratta da web by Ivan Larotonda

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

E’ sempre più tragicomica la pantomima in voga nelle aree sottoposte al regime dell’UE; ormai è chiaro a tutti come i potentati economici multinazionali, (o sarebbe meglio definirli oltre-nazionali), cerchino di ricavarsi il proprio angolo di Paradiso, e a tutti i costi, nell’estrema appendice occidentale del continente eurasiatico. Questo a seguito degli ultimi sviluppi in corso nel resto del mondo che vedono il ritorno di sistemi politici discendenti dalla volontà politica nazionale. Venendo progressivamente scacciati dalle Nazioni Sovrane, questi potenti senza frontiere hanno ora scelto come loro guida, tra i grandi del mondo e da quel che si è visto a Davos,  la “globalista” Cina, pur sapendo che la millenaria saggezza cinese ha pensato bene, e da tempo, di mettere un morso al capitalismo privato sorto sulle sponde del fiume giallo, evitando la sua internazionalizzazione, e danneggiando di conseguenza anche le esportazioni occidentali in Asia. Inoltre, che sul suo esempio protezionistico altre nazioni, ancor più refrattarie al mercantilismo europoide, come l’India e la Malesia, hanno accresciuto la propria ricchezza grazie a un forte e più che giustificato rialzo dei dazi doganali nei confronti dei prodotti esteri. In fine, persino nella Patria della libera economia in libero Stato, l’Inghilterra, si è assistito in questi ultimi anni al ritorno del protezionismo; almeno per ciò che riguarda i settori ritenuti strategici la corona britannica ha deciso l’intervento di Stato, un esempio: la produzione dell’alluminio, anche se ritenuta troppo dispendiosa per gli standard attuali, votati al “parossismo del profitto”, (per cui nessun privato investe in Occidente per produrre questo materiale che richiede elevati costi energetici), è oggi in pratica una produzione statale, laddove in Italia si è preferiti essere, come sempre, più realisti del Re, chiudendo tutte le nostre aziende di produzione alluminio, col risultato che siamo l’unica grande potenza industriale a dover importare questa fondamentale lega. Davvero geniali, noi! Ci siamo incartati, da soli, e per bene nella stagnola estera come i polli al forno, con la speranza che almeno il rosmarino per aromatizzare sia ancora autoctono. Combinati come siamo potremmo ardire di mantenere una parvenza di cosiddetto stato sociale? Ma nemmeno per sogno senza l’autorità di uno Stato. E’ paradossale pretendere che senza Patria, Stato, Famiglia, si possa riuscire ad aiutare gli ultimi. Senza più pudore si fanno appelli ai privati per qualsiasi sciagura: malattie rare, eventi climatici o geologici importanti, quando poi, nell’arco di un solo pomeriggio volano 20 miliardi, di soldi pubblici, per coprire i disastri combinati da miliardari insolventi! E si sogna di reddito minimo di cittadinanza, di sopravvivenza, ecc.? Quando l’Italia si riunificò, la prima grande fesseria del neo stato liberale, voluta dagli ambienti massonici promotori del risorgimento, fu la soppressione di moltissimi istituti religiosi cattolici, con annesse le risorse che questi gestivano; il risultato fu l’emigrazione di milioni di ex sudditi del Regno delle due Sicilie verso le Americhe, nacque così la questione meridionale. Saggiamente, in ausilio a un sistema burocratico tutt’altro che complesso, i Borboni e chi prima di loro, avevano affidato lo stato sociale alla Chiesa, la quale prevedeva al sostentamento degli ultimi facendo lavorare nei propri latifondi milioni di poveri, col risultato di far crescere svariate generazioni tramite la classica mutua assistenza. L’ingresso nel regno del Sud di una economia di mercato, che comunque favoriva la produzione industriale settentrionale, tramite i dazi doganali sull’acciaio e a scapito dei prodotti agricoli del Mezzogiorno, letteralmente surclassati dalle importazioni americane, fece il resto.

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Immagine tratta da web by Ivan Larotonda

Come si evince: “nihil sub sole novi”, e siccome il gioco è stato sempre lo stesso, ad ogni arretramento della Res Publica si registra puntualmente l’avanzamento del privato, ancora una volta peschiamo dal passato un momento straordinariamente felice del “Dominio” dello Stato sui parassiti privati, il tutto per il bene del sociale. Tale epoca d’Oro si raggiunse durante il principato romano: un periodo la cui immagine è stata ampiamente devastata dalla pessima cinematografia statunitense, (e per questo l’Italia dovrebbe costituirsi parte civile nei confronti di tutti i vari cineasti e sceneggiatori, tutti irrimediabilmente cialtroni per come hanno ridotto la migliore età dell’uomo). Oppure, sempre riguardo all’età romana, percepita dai liberisti di oggi come populista, (ormai lo usano dappertutto), o ancora, specchio dell’attuale situazione capitolina, come un eterno regno del ben godi grazie al conosciutissimo motto, ripetuto fino alla noia, panem et circenses, che solo chi ha conosciuto la storia romana esclusivamente sui sussidiari delle elementari potrebbe elevare a sintesi di tutta una civiltà. Tralasciando questi luoghi comuni cerchiamo di soffermarci su alcuni aspetti di questa grande età dell’umanità. Guardiamo ad esempio alla riforma degli Alimenta voluta dall’Imperatore Traiano, e che dice tutto sull’ideologia che animava il principato romano dei primi due secoli, votato alla sopravvivenza del popolo italico, infatti era destinata solo ed esclusivamente all’Italia, (altro che Poletti giubilante per i giovani che si levano dai piedi, o i Padoan, padre e figlia, che giubilano all’invasione di risorse africane!). Di cosa trattava e come funzionavano gli Alimenta lo scopriamo dalle fonti, anche se incomplete, ricavate soprattutto dalle “Lettere ai famigliari” di Plinio il Giovane, (quello che per primo nella storia descrisse un eruzione vulcanica). L’ottimo Principe, in pratica, istituì per la sola Italia, ripetiamolo, un fondo fisso di prestito che era messo a disposizione dei proprietari terrieri. Dalle casse dell’Imperatore gli agricoltori prelevavano il denaro che gli serviva, e senza scadenze di rimborso, purché versassero un piccolo interesse e ipotecassero i propri fondi coltivati. Sia chiaro, l’Imperatore non reclamava mai i suoi capitali né faceva valere l’ipoteca, ovviamente fino a quando i debitori versavano i modesti interessi. L’ingegnoso sistema fiscale era utilizzato dall’imperatore per veicolare questi interessi a favore del sostentamento dei figli dei cittadini poveri. Ogni municipio d’Italia riusciva così a raccogliere e distribuire alla famiglie povere questo denaro; da ricordare inoltre che il tasso di interesse restava fisso, perché garantito dal Principe nonché dai suoi successori. Così come era garantita la validità delle monete, che gli Imperatori per l’appunto attestavano! Bei tempi quando il denaro lo coniava lo Stato, ora lo stampa un ente privato! Di quale Stato sociale possiamo parlare così combinati? Ai posteri l’ardua sentenza, se ce ne saranno disposti a parlare di noi e di come ci siamo estinti, ma riuscendo nell’intento glorioso di non sforare il disavanzo statale del 3% del Pil!

CROLLO DEL PONTE SU A14 E UN PAESE CHE CADE A PEZZI

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Il bilancio della tragedia che si è consumata sulla A14 è molto più grave dei due morti e due feriti conseguenti al crollo del ponte 167 sull’autostrada sottostante. Infatti dietro a questo evento drammatico vi è un secondo lutto: quello di un Paese che sta letteralmente cadendo a pezzi dilaniato com’é dall’inerzia di una politica e di una classe dirigente distratta dagli individualismi e dalla necessità di autoconservarsi.

Le due vittime che si trovavano a bordo di un’automobile in transito sotto il ponte e i due feriti invece, che stando alle prime informazioni potrebbero essere stati invece coinvolti nella caduta di alcune impalcature, sono da considerarsi cadute come danno collaterale di una guerra all’auto-assoluzione che da anni si esercita con grande generosità in questo Paese.

Come non ricordare un medesimo evento avvenuto ad Annone vicino a Lecco in Brianza nell’ottobre dello scorso anno? Che cosa è cambiato da allora? Molto poco se non nulla. D’altra parte è difficile occuparsi della cosa pubblica quando invece di pensare a governare si è più concentrati sulle beghe di partito e sulla lotta fratricida per conquistare una candidatura o un posto nei listini bloccati.

Hai una bella voglia di sentire il premier di turno che vista bacchettata le sue politiche nazionali racconta la storia che non accetta lezioni da terzi. Magari se non si vede

Da anni crollano ponti sulle autostrade, soffitti nelle scuole, pezzi dei nostri monumenti e della nostra storia. Da anni muoio persone per l’incuria di pochi, ma questa Italia latita nel varare quegli investimenti che da tutti sono considerati a parole  indispensabili per mettere in sicurezza il Paese. Si opera sempre ed esclusivamente sull’emergenza: i terremoti e le alluvioni sono l’ultima speranza per vedere piovere su regioni e province quei fondi che sono essenziali per ammodernare le infrastrutture pubbliche ma che non arrivano perché le amministrazioni centrali preferiscono tagliare i trasferimenti a livello locale che dimagrire la propria capacità di spesa. E così, come sempre avviene quando arrivano montagne di soldi tutte d’un botto, molti di questi finiscono spesso sprecati per opere che se va bene costano il doppio, il triplo del prezzo di mercato, se va male vengono costruite malamente, magari in mano a qualche appaltante legato a qualche cosca mafiosa.

Ora partirà la ricerca dei colpevoli: che siano professionisti, funzionari o politici locali poco importa; ma il primo colpevole sarebbe invece da rintracciare in quel popolo che da anni accetta e legittima questo stato di cose senza protestare, senza scendere in piazza, senza avere un singulto di dignità.

 

LE SCUOLE ITALIANE IN CAMPO CONTRO LA DISLESSIA

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Sono giá 5.200 le scuole in tutta Italia che hanno aderito al progetto ‘Dislessia Amica’, di queste, 330 si trovano in Emilia-Romagna e 76 nella provincia Bologna.

L’iniziativa, ideata dall’Associazione italiana dislessia, la Fondazione Tim e il Miur, vuole coinvolgete tutti gli istituti scolastici, dalle elementari alle superiori, e prevede, per gli insegnanti, un percorso formativo di tre mesi di e-learning a favore di una scuola pronta ad affrontare con professionalitá i problemi legati a disturbi specifici di apprendimento.

Le scuole interessate a partecipare possono iscrivere gratuitamente gli insegnanti che seguiranno poi il percorso di e-learning, la cui piattaforma è stata realizzata dall’agenzia di comunicazione Life. Ogni percorso prevede quattro moduli con video lezioni, approfondimenti sul tema e un test alla fine di ogni parte affrontata. Se i docenti supereranno tutti moduli riceveranno l’attestato di partecipazione, mentre l’istituto avrà il riconoscimento di scuola ‘Dislessia Amica’.

Secondo i dati presentati oggi, Bologna si trova al sesto posto nazionale per numero di istituti scolastici già certificati. Sono 24 gli istituti della provincia che hanno già concluso il percorso, che si è svolto da ottobre a dicembre 2016. Hanno fatto meglio Roma (61 scuole), Milano (59), Napoli (41), Salerno (34) e Brescia (31). Attualmente c’è il secondo turno in corso, che finirà a marzo, mentre da aprile a giugno si svolgerà il terzo.

Finora a livello nazionale hanno partecipato al progetto 130.300 insegnanti per un totale di oltre 2 milioni di ore di formazione. Alla fine del primo turno (ottobre-dicembre), a cui hanno partecipato 1.088 scuole, l’82% ha ottenuto la certificazione. Franco Botticelli, presidente dell’Associazione italiana dislessia ha spiegato:

“Siamo molto soddisfatti dell’andamento di questo progetto perché la dislessia per essere affrontata ha bisogno di consapevolezza”.

Tratto da:https://lasvolta2017.com/2017/03/11/le-scuole-italiane-in-campo-contro-la-dislessia/

La storia ricominicia anche nell’Arabia Infelix

Salman bin Abdulaziz Al Saud

La guerra dell’ Iraq, della Siria e quella nello Yemen stanno facendo una vittima inaspettata, ovvero l’Arabia Saudita grande cassiere  delle avventure neo coloniali occidentali, ufficiale pagatore del terrorismo e grande protettore del waabismo -salafismo ossia della interpretazione ultraconservatrice e integralista dell’Islam all’origine del jiahdismo e  che per quanto possa sembrare strano ha avuto uno dei suoi motori non nel deserto della penisola arabica, ma a Culver City un sobborgo di Los Angeles e famosa città del cinema ( ci hanno persino girato Via col vento), con la fondazione di una delle prime e più importanti madrase di questa corrente, guarda caso proprio nel periodo dell’invasione sovietica dell’ Afganistan. Tutto si tiene e sarebbe affascinante indagare a fondo su questi legami così apparentemente impropri e paradossali, ma questo ci porterebbe troppo lontano dal tema.

Fatto sta che con il petrolio a basso prezzo il regime di Riad si trova in una crisi gravissima: le enormi spese militari per l’aggressione allo Yemen non hanno ottenuto i risultati sperati, nonostante le stragi e oltre alle casse stanno vuotando la credibilità del regime, l’appoggio finanziario al caos in Medioriente con l’affaire siriano e l’Isis rischia di fare la stessa fine, così come il sostegno a quella specie di Nato araba che la casa reale si è messa in testa di fomentare o le  notevoli spese per il sostegno ai candidati amici nelle elezioni occidentali, ieri la Clinton, oggi Macron in Francia oppure a governi disposti ad appoggiare l’aggressione yemenita. Nonostante il mare di oro nero su cui il Paese galleggia nel 2015 il deficit è stato di  87 miliardi, di 98 nel 2016 e si pensa di portarlo a 57 quest’anno, ma colpendo al cuore le spese assistenziali ovvero quelle che garantiscono il sostegno al regime. La situazione è talmente degradata che a fine febbraio l’Arabia Saudita ha chiesto un prestito di 10 miliardi di dollari al Kuwait che glielo ha rifiutato, respingendo successivamente anche le pretese di Riad sull’interruzione dei rapporti diplomatici con l’Iran: anzi il piccolo emirato ha inviato a Teheran una delegazione e ospitato il presidente iraniano Rouhani.

Insomma è come se un castello di sabbia venisse aggredito lentamente dall’alta marea, tanto più che anche le mosse di emergenza messe in atto dal deus ex machina della monarchia, ovvero il principe Mohammad bin Salman, appaiono difficoltose, come per esempio la vendita dell’azienda petrolifera di Stato Aramco, valutata sulla carta 2000 miliardi di dollari, ma quotata un quarto di quel valore: tutti sanno che continuando su questa strada la compagnia finirà per essere svenduta e i possibili compratori aspettano di vedere il cadavere che scorre lungo il fiume. Insomma L’Arabia saudita ha visto fallire uno dopo l’altro i suoi obiettivi, compresa la strenua battaglia per impedire gli accordi di Vienna e la fallimentare guerra del petrolio con l’Iran conclusasi con l’intermediazione di Mosca, mentre per la prima volta ha subito una pesante sconfitta all’interno dell’Opec di cui tradizionalmente guidava le decisioni. Sarebbe interessante ipotizzare quali sarebbero le conseguenze di una scomparsa della monarchia più arcaica al mondo e forse anche di un Paese che è diventato col tempo una cruna dell’ago attraverso il quale passa ogni schifezza, che è una persistente copertura delle operazioni politiche neoliberiste, un elemento essenziale per nascondere la creazione di caos e una sorta di factotum e di riserva indiana degli Usa, tanto da arrivare ad ospitare i prigionieri di Guantanamo che probabilmente essa stessa aveva foraggiato.

Ma per il momento  è sufficiente notare come il rapido dissolversi della influenza saudita, lo sgretolarsi della sua potenza finanziaria e di conseguenza l’appoggio interno alla monarchia, siano paralleli al declino del mondo unipolare, il sintomo dello sfaldarsi lento e drammatico del mondo costruito attorno alla fine della storia.

Tratto da :https://ilsimplicissimus2.com/2017/03/11/la-storia-ricominicia-anche-nellarabia-infelix/

Filosofia dell’anima – Del “fascino” epidermico del Belzebu e uomo di mondo Denis Verdini.

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Prima considerazione: se il ducetto di Rignano avesse avuto anche solo un terzo del fascino epidermico dell’uomo di mondo Denis Verdini, a quest’ora probabilmente ce lo ritroveremo ancora al posto scaltramente sgrafignato a Enrico Letta: pericolo scampato, insomma!

Seconda considerazione: quando si ascolta Denis Verdini perorare le sue cause, come ha fatto ieri sera durante il “Bersaglio Mobile” (La7) di Enrico Mentana, si comprende perfettamente il perché la sua attività di lobbysta (credo sia questo sia il termine che si usa), l’abbia svolta al meglio. Si spiega perché abbia avuto così tanto credito e successo, anche presso gli altri spiriti affini che con la loro filosofia politica affaristica, tipica di una Banda Bassotti analogica, hanno screditato l’Italia degli ultimi cinquanta anni, Berlusconi e il ducetto di Rignano inclusi.

Terza considerazione: quando si ascolta Denis Verdini perorare le sue case per un attimo di troppo, allora, solo allora, si comprende pienamente il castello di carte che deve essere il suo universo di riferimento, e una vacuità nell’anima che fa rabbrividere.

L’epifania appena citata l’ho avuta ieri sera, proprio mentre “ammiravo” distratta la non-chalance con cui questo signore sedeva nello studio di proprietà di Urbano Cairo, la dolcezza con cui faceva muovere la sedia girevole, la cortesia con cui rispondeva alle domande, la determinazione con cui imponeva la sua risposta. Averlo un tal senso del savoir faire! È tutto ciò che fa gli uomini di mondo, direbbe il mio immenso mito! Anche le donne, s’intende. Se non fosse che…

Sì, effettivamente mi è servito qualche briciolo di attenzione in più per notare i particolari a loro modo “stonati”. Per esempio, per notare l’occhiata studiata, provata, accorta, scaltra con cui Denis Verdini guardava, scrutava, e nella stessa inquadrava, il bravo Marco Damilano che lo incalzava da par suo. E poi c’era la sicura forza dialettica di Verdini che si manifestava nel suo non “concedere” mai nulla. Nel suo ricominciare ogni ragionamento per assoggettarlo alla sua visione. Nel suo evitare sempre una risposta diretta. Ma non basta. Ciò che mi ha colpito veramente in questo signore – che, diciamocelo, è rappresentazione plastica di tanti altri “signori” italiani che hanno abitato e gestito il nostro Paese nell’ultimo mezzo secolo e sono stati causa prima della sua rovina – è stata la sua filosofia politica, finanche la sua peculiarissima filosofia dell’anima. E se la prima non mi ha meravigliato, nel senso che vive di un machiavellismo adattato alla povertà dei tempi, alla povertà delle idee, al personalissimo interesse di portafoglio che è comunque legittimo, la seconda è stata sicuramente quella che mi ha fatto davvero rabbrividire.

Detto altrimenti, è ormai da ieri sera che io mi sto chiedendo come, in un futuro prossimo ma inevitabile, sicuramente più certo del giudizio umano che incombe sulla sua testa, almeno a leggere le ultime sentenze dei tribunali, Denis Verdini si confronterà con le interrogazioni che il suo fato ultimo lo costringerà a farsi (anche a dispetto della sua innata coyness nel rivelarsi per ciò che è realmente). Mi domando insomma a cosa si appiglierà per giustificare gli atti, i fatti, le ragioni dell’opinabile universo di riferimento che sembrerebbe avere scelto come casa privilegiata della sua anima, e che a un guardare dall’esterno pare appunto sembiante fatto di carta, castello di carta, come sono in genere tutti i castelli costruiti con i mattoni della furbizia.

Mi domando che ne resterà dei suoi discorsi zuccherosi ad-arte, del suo savoir-faire, degli inciuci, degli intrallazzi (io li chiamo così, lui – come ha spiegato ieri sera – li chiama l’arte di fare politica, di più, l’unico modo possibile di fare politica), della sua flemma, del suo incupire o svilire, o rigirare le conversazioni, tutte le conversazioni, allo scopo di ammaestrarle. Mi domando che ne resterà del suo destino di uomo di mondo. La risposta che mi dò é che resterà il nulla: fuori e dentro la sua anima. Fuori e dentro di lui. Naturalmente, so bene che resterà “il nulla” anche di queste mie elucubrazioni, di queste mie considerazioni su un Essere che non conosco. Tuttavia, una differenza potrebbe comunque stare nel fatto che io me ne rendo comunque conto, che di questo io ne ho coscienza; lui, invece, almeno a giudicare da ciò che si è visto e sentito ieri sera, almeno a giudicare dagli incisi soft tutti tesi a leccare il culo dei vari Lotti e dell’indifendibile renzistico, sembrerebbe mancare di questa necessaria qualità d’illuminazione.

A ben guardare, infatti, ciò che mi ha trasmesso ier sera l’intervista all’epidermicamente “fascinoso” uomo di mondo Denis Verdini, è stata una profonda e formidabile tristezza. Una tristezza quasi metafisica causa la vacuità spirituale che faceva venire a galla. Una tristezza che era emblema di tutto ciò che è triste e non sa di esserlo, ritenendo che un’eventuale perdità della libertà fisica possa essere il vero male da temere. Una tristezzza che magnificava le sbarre della palese gabbia che circonda quest’anima. Una gabbia finanche dorata, come è tipico del gramo vivere di ogni vero uomo di mondo. Una gabbia che forse ha radici lontane, esiste da milioni di anni e altrettanti ne necessiterà per sfibrarsi come neve al sole.

Rina Brundu

Tratto da :https://wordpress.com/read/feeds/1089194/posts/1372711557

L’Ungheria resiste all’ondata mondialista ed al pensiero unico della UE

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Una lettera dall’Ungheria

Ricevo dall’amica ungherese e vi giro…. viva Orban !!

Gentile Dott. Antonio Miclavez,
mi chiamo Anna Varossy e Le scrivo perché ho scoperto con piacere che anche in Italia esistono persone che pensano come me e come tanti altri ungheresi (anch’io sono ungherese ma ora vivo in Italia).
Come sicuramente saprà in Ungheria attualmente governa il partito FIDESZ con Orbán Viktor che non è per niente fascista, nazi, razzista e antisemita come dice il media in tutta Europa ed è stato eletto da ¾ del popolo ungherese. Lui guarda il nostro interesse e non vuole la Unione Europea e la Banca Centrale come nostri usurai da cui dipendere.

Non dice mai niente di offensivo nei confronti di nessuno ma fa capire che noi non abbiamo bisogno di creditori e vogliamo usare le nostre risorse per vivere e non desideriamo diventare il mercato dove vendere i prodotti altrui di pessima qualità distruggendo così il mercato locale. Mette in centro l’istruzione, la famiglia, la religione cristiana, la lingua come valori per una nazione.

Come avrà visto nel media italiano sono state pubblicate delle notizie tremende sull’Ungheria, che da noi non c’è la democrazia, noi mettiamo in pericolo tutta l’Europa, la nostra Costituzione è una vergogna e anche Bruxelles ci punisce perché non rispettiamo le regole. Naturalmente la situazione è scomoda anche per la Banca Centrale perché non vuole perdere un cliente “dipendente” a cui chiedere indietro interessi di interessi. Quindi in un attimo manipolano il cambio Fiorino-Euro e fanno quel cavolo che vogliono con l’economia ungherese e in un attimo mettono in difficoltà il paese.

Se Orbán Viktor fa qualcosa di scomodo inizia subito il solito meccanismo: parlare malissimo di lui e del partito in tutta Europa, manipolare i cambio delle valute e in questo modo anche se lui è un santo, nessuno ci crederà mai più. (vediamo l’esempio di Jörg Haider….l’hanno eliminato perché era assai scomodo e hanno urlato a tutto il mondo che è un ubriacone omosessuale. Ormai qualsiasi cosa facciamo, il 90% del mondo ci crede e lo ripete come un pappagallo e sarà impossibile dimostrare il contrario).

Naturalmente tutti i miei colleghi e conoscenti italiani sono convinti che io ungherese metto in pericolo la UE, la democrazia e tutto. Solo alcuni intelligenti che hanno letto la Costituzione e che mi hanno ascoltato cominciano a riconoscere la mia verità, ma la maggior parte delle persone crede a ciò che dicono nel TG. E’ incredibile come selezionano le notizie da trasmettere e il modo in cui le presentano. Ho sempre sospettato che lo facessero come gli è comodo, ma ora ho visto tutto con i miei occhi. 3 persone si sono radunate a Budapest per manifestare per una trasmissione radio dove le blasfeme erano normalissime battute su cui ridere. Qua se ne parlava per dei giorni come vergogna d’Europa dove non c’è la libertà perché chiudono le radio ecc.
Io sapevo già che tutti si stavano preparando per la manifestazione pacifica, una fiaccolata a Budapest, per far capire a Europa che il popolo ungherese era con Orbán Viktor e per far capire che non è giusto ciò che Europa fa contro gli ungherese e contro il nostro paese.

Orban con Putin

Non vedevo l’ora di far vedere ai miei colleghi la verità, la notizia sui giornali che più o meno mezzo milione di persone per bene, cantando l’inno nazionale hanno fatto quella fiaccolata commovente (famiglie, anziani, disabili tutti insieme come una grande famiglia). Compro i giornali, vado su internet e veramente incredibile: neanche una parola che menziona l’evento! Zero, niente!

La stessa cosa con il plagio del Presidente della Repubblica, Schmitt Pál del FIDESZ che era costretto a dimettersi ed ora lotta per la sua verità, mentre del plagio 100 volte più scandaloso di Gyurcsány Ferenc, l’ex Presidente del Governo, liberalista socialista e comunista che ha venduto il pese, l’ha derubato spudoratamente ed ha mentito su tutto, non se ne parla. Naturalmente ha ancora potere nel suo partito, ha la faccia tosta e non si dimette anche se non ha mai messo piede in un’università, non ha mai scritto una tesi, ma si dichiara laureato. Non si vergogna minimamente, ma non deve, perché non se ne parla all’estero. E noi ungheresi potevamo già abituarci che lui è un bugiardo, quindi non fa notizia.

Insomma è scandaloso ciò che ci fanno nella UE e purtroppo non tanti se ne accorgono. In Italia ancor meno che in Ungheria. Per questo ho scoperto con piacere che qualcuno qua ha le idee a me famigliari perché sinceramente in Italia non ho trovato un partito nazionale che le rappresenti.
A me pare di lottare contro un’enorme onda nel mio piccolo quando cerco di far capire alle persone che tutto il mondo dipende dalle banche e dalle persone che hanno in mano la stampa delle banconote, che in Europa non c’è nessuna democrazia. Solo quelli che hanno in mano tutto possono dire ed agire a loro piacere, gli altri no. Sento che mi considerano un’idiota, mi prendono in giro, mi salutano con “Heil” ecc.

Manifestazione a Budapest contro la UE

Così a volte penso che mi tengo i miei pensieri…è meglio. Oppure uniamo le forze e magari ci sarà qualche cambiamento? Io volevo solo raccontarLe questo e dirLe che sono contenta di non essere da sola! Le faccio i miei complimenti e Le auguro di poter divulgare le Sue idee senza difficoltà ed efficaciamente!

Magari si può agire tutti insieme, magari “si possono sfruttare” tanti ungheresi che pensano come Lei. Se Le serve qualche aiuto ungherese (per il Suo sito, traduzioni ecc) io ci sto volentieri! Forse se tante persone in diversi paesi d’Europa aprono gli occhi e vedono ciò che succede porta a qualche cambiamento. Se Lei vede qualche fantasia in questa possibilità, La prego di farmi sapere cosa posso fare (non sono esperta di politica, di economia, io lotto nel mio piccolo, ma La aiuto molto volentieri).

Cordialmente.
Anna Varossy

da Antonio Miclavez FB

Fonte:  altrarealta.blogspot.it/

Tratto da: controinformazione