Un complotto internazionale risalente a 1900 anni fa!

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Immagine tratta da Web.

Tratto da : Onda Lucana by Ivan Larotonda

Un complotto internazionale risalente a 1900 anni fa! Seconda Parte

Dunque, siamo negli anni 112-113, teniamo bene in mente queste date, Plinio il giovane è legato imperiale per la Bitinia, una sorta di commissario speciale inviato colà per ripristinare la situazione economica della provincia, allorquando viene interessato da un incrocio di lettere provenienti dalla sponda nord del Mar Nero, il succitato Regno del Bosforo Cimmerio nonché dirimpettaio della sua provincia di competenza. Una volta spediti a Roma, a Traiano, sia il corriere del procuratore Virdio Gemellino che l’inviato del re Sauromate, per Plinio la faccenda pareva essersi conclusa, ed invece una grana, ancor più grossa, lo rimetteva al centro di un attività diplomatica che si può definire, a buon diritto, prodromica a ciò che sul fronte orientale dell’Impero Romano era in procinto di accendersi, ossia la guerra contro i parti. Vediamone i dettagli. Un distaccamento di militari impegnati in servizio d’ordine, sempre all’interno della Bitinia, esegue l’arresto di un tizio di nome Callidromo. Costui era fuggito dal forno in cui lavorava e, giunto in mezzo al foro di Nicomedia, capitale della provincia di Bitinia, aveva chiesto asilo all’Imperatore mediante l’abbraccio alla statua di Traiano lì presente. L’istituto dell’asylum tramite l’espediente di abbracciare statue, busti o immagini varie dei principi, era stato ridotto drasticamente perché era diventato il pretesto all’impunità sfruttato da ogni genere di delinquente, ma dinanzi a questo caso gli inquirenti mostravano un insolita prudenza. Callidromo in effetti dichiarò, ai magistrati cittadini, di essere un ex schiavo di Laberio Massimo, legato nella Mesia inferiore (attuale Bulgaria) nell’anno 100. Durante la guerra che portò Traiano, tra il 100 ed il 105 d. C., a invadere e conquistare la Dacia (attuale Romania) questo Callidromo, al seguito del suo padrone, comandante di una delle legioni impegnate nella guerra, fu catturato da Susago, non si sa bene se quest’ultimo sia stato un generale di Decebalo, ultimo re di Dacia nonché acerrimo nemico di Roma e Traiano in particolare, o di un suo alleato. Fatto sta che Decebalo di questo Callidromo decise di farne un regalo speciale da spedire al suo alleato, Pacoro, il re dei parti! (popolo che all’epoca dominava sull’antico Iran). In seguito Callidromo, dopo essere stato al servizio del re dei re asiatico per anni, fuggì dal regno dei parti e, immaginiamo in seguito a una perigliosa fuga attraverso i monti asperrimi dell’Armenia, riuscì a tornare nell’Impero Romano; per confermare questa sua avventura mostrò a Plinio una di quelle rocce azzurre, il turchese, che abbondano ancora oggi sui monti dell’Afghanistan (quest’area rientrava nell’impero dei parti) con essa avrebbe voluto consegnare anche un sigillo raffigurante Pacoro, che però aveva perso. Nonostante la mancanza di questa preziosa testimonianza Plinio era comunque venuto in possesso di materiale sufficiente per giustificare l’invio dell’ex schiavo, assieme ad una lettera e la pietra, a Traiano. A questo punto immaginiamo nel giovane legato quali pensieri si siano affollati; le domande che si sarà posto riguardo il suo ruolo in quella delicata provincia. Forse era solo una scusa la faccenda del riassesto della Bitinia, e dunque l’Imperatore Traiano l’aveva inviato laggiù proprio perché lo giudicava il migliore a preparare il terreno per una prossima invasione dell’impero dei parti? Oppure erano gli eventi ad essere precipitati fino al punto da richiede, in Plinio, il necessario sangue freddo utile a gestire la situazione. Dopotutto nient’altro che la disposizione, impartita ai suoi uomini, di fermare ogni corriere in viaggio da oriente a occidente e passante dalla sua provincia. Forse era stato proprio per effetto di simili ordini che l’ex schiavo Calllidromo è stato portato in sua presenza, e dato che ad un Principe, specie di quelli antichi, non si chiede mai il perché di ogni azione, Plinio ha pensato bene di svolgere una sorta di indagine preliminare su questi corrieri e schiavi fuggitivi che risultavano a vario titolo implicati nella faccenda dell’alleanza tra la Dacia e la Partia. Questo anche se, per ciò che concerne il fronte europeo, le cose per Roma si erano messe al meglio dato che Decebalo era stato sconfitto e ucciso, e il suo regno inglobato dall’Impero Romano; il problema rimanente era quello di sempre, ossia il vasto ed estraneo mondo della Persia partica. Un nemico sempre sfuggito alle armi romane e che ha fatto delle sterminate distese dell’altopiano iranico un bacino di arrolamento per la sua micidiale cavalleria. La faccenda di Callidromo comunque era la prova schiacciante di sospetti che risalivano a un decennio prima, quando per l’appunto Traiano mosse guerra ai daci, sospetti di una alleanza dalle prospettive esiziali per l’impero romano, qualora si fossero concretizzate: l’attacco da due fronti, i daci dal Danubio e i parti dall’Eufrate, e che avrebbe potuto portare al crollo di tutto l’Oriente romano. Ma allora da dove nascevano tutte queste premure eccessive? In verità, anche se la minaccia dacica era svanita non erano certo scomparsi gli altri alleati dei daci, quei guerrieri delle steppe ucraine, chiamati a quei tempi sarmati e su parte dei quali si sospetta comandasse quel Susago che catturò Callidromo; e qui siamo giunti, forse, alla saldatura dei due episodi. Nella prima parte ho descritto dell’epistolario inviato dal re di Crimea Sauraomate, tramite Plinio, nel quale si chiedeva urgentemente l’interessamento del Principe Traiano in merito a questioni gravi. Ebbene, a questo punto diversi storici hanno ipotizzato che, cessato il regno dei daci gli ex alleati di Decebalo, i sarmati di Susago, abbiano continuato nei loro progetti ambiziosi di mantenere, con i parti, un fronte unico antiromano. Inoltre, l’unica via attraverso la quale i due fronti alleati potevano saldarsi tra loro era la vasta steppa che abbraccia, a nord, il Mar Nero e il Mar Caspio. L’unico ostacolo, geopolitico, era rappresentato dal regno del Bosforo Cimmerio, cliente di Roma. Par di capire quindi che Sauromate aveva ricevuto l’incarico, da parte di Traiano, di monitorare plausibili ambasciate o addirittura spostamenti di contingenti di cavalleria pesante sarmata verso il Caspio, dove era l’impero dei parti e viceversa, movimenti di eventuali elementi partici attraverso i territori della steppa ucraina, luoghi di origine dei sarmati. Di tutto questo, come detto in apertura della prima parte, non sappiamo in che grado fosse a conoscenza Plinio, fatto sta che in quegli anni, inverno 112-113 Traiano si imbarca a Brindisi con un primo contingente di legionari ai quali si affiancheranno distaccamenti di legioni militanti sul Danubio, e passeranno proprio per la Bitinia diretti a oriente, a invadere l’Impero dei Parti. Purtroppo in questo periodo cessa l’epistolario di Plinio con Traiano e dunque non sappiamo cosa si siano detti, o meglio quali ordini abbia ricevuto il giovane legato. Siamo certi solo che Plinio venne a mancare, misteriosamente, in una data imprecisata posta tra gli anni 113-114, comunque successiva al passaggio dell’armata di Traiano diretta a oriente. Esattamente nell’anno in cui iniziava la marcia trionfale dell’esercito romano, forte di ottantamila uomini e guidato dall’Ottimo Principe, attraverso il Caucaso, l’Armenia, la Mesopotamia fino a sfociare nel golfo Persico. Credo, alfine, che l’arguzia e l’intelligenza del legato Plinio sia stata notevole anche in questa circostanza, e che anche se non tutto gli era chiaro dei piani di Traiano, era certo conscio che l’ora della vendetta romana sulla Partia era ormai prossima, si attendeva solo il casus belli: intendiamoci, si discute ancora oggi se i romani, almeno in tale circostanza, abbiano avuto o meno intenzione di ripetere l’alessandrina conquista della Persia, di sicuro volevano sconfiggere il nemico arsacide spostando le frontiere del mondo romano fino ai piedi dell’altopiano iranico, mossi da quello che era più di una certezza: un gigantesco complotto antiromano fra i giganti dell’asia e le nazioni barbare d’Europa. E il nostro Plinio, in questa circostanza, ha svolto il compito che oggi si direbbe di intelligence, da buon funzionario di Stato ha preparato il terreno diplomatico all’arrivo dell’armata romana guidata dall’imperatore in persona.

Tratto da : Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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