L’Ordine tradizionale

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Immagine tratta da Web.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

L’Ordine tradizionale

Una delle leggende riguardanti la fondazione di Roma descrive la fusione tra i popoli latini e sabini a seguito del famoso ratto delle fanciulle, poste sotto l’autorità politica del Re sabino Tito Tazio, da parte di Romolo e dei suoi compagni di guerra. Tuttavia i diversi livelli che compongono questo e la maggioranza degli antichi racconti ci narrano più cose in una. Al di là dell’episodio in se si intravedono le forme di una società semplice nella forma ma sufficientemente articolata nella sostanza, tanto da farci intendere di avere a che fare con popolazioni che avevano già in potenza, e in modo esclusivo rispetto al resto dell’umanità, quello che si chiama costituzionalismo e con esso il repubblicanesimo.

Per intenderci, l’ordine tradizionale sul quale si basavano queste popolazioni, dette indoeuropee, era costituito dalla cosiddetta tripartizione delle funzioni: una struttura sociale che si rivelerà in futuro come la migliore base per costruire le più articolate organizzazioni politiche umane. Georges Dumézil, il grande accademico di Francia rimane ancora oggi il più proficuo studioso di tale tripartizione indoeuropea, che vedeva posta, al suo vertice, il sovrano investito di poteri mistici, sacri e pontificali. Una convinzione rafforzata dal fatto che questi Re, nella quasi totalità dei casi, erano figli di divinità. Romolo è uno di questi semidei; eroe e fondatore eponimo di un mondo nuovo, nuova Urbs. La sua peculiarità sacrale si mostrò agli uomini nella funzione dell’augurato quando, all’atto che precedette la fondazione, interpretò il segno di Giove rappresentato dai dodici avvoltoi: aveva dimostrato di saper dialogare con gli dei. Non aveva smarrito il contatto originario col mondo dal quale una parte di esso discendeva, dato che il padre era nientemeno che Marte. A questo Re, potente, era sottoposta la seconda funzione, quella guerriera, rappresentata nel caso in questione dai 300 celeres, il nucleo degli imbattibili e migliori guerrieri sacri del nascente stato romano. A questo punto, e qui torniamo al mito, mancava per il completamento dell’ordine di Roma la terza funzione, quella produttiva. E qui le cose si facevano più complesse perché questa terza funzione, nei suoi vari aspetti, era del tutto assente nei romani ma presente in un altro popolo, i sabini. Confinanti coi romani, questi sabini avevano la ricchezza che certo non esitavano ad ostentare, a cominciare dal loro Re Tito Tazio che pure in guerra usava cingersi le braccia di monili d’oro. A Romolo e ai suoi, che contrapponevano ai sabini la virtus, un vocabolo che indica molte cose nella lingua latina, ma che nei tempi arcaici indicava soprattutto la forza virile e la lealtà, interessava l’altra grande ricchezza dei sabini, la più importante di tutte: le loro figlie. E’ noto come andò a finire, i romani compirono la razzia più famosa della storia scatenando l’ovvia vendetta del popolo della terza funzione, i sabini, che entrarono in guerra coi romani. Al riguardo notiamo come già i poeti e gli annalisti antichi evidenziassero le differenze, nel modo di combattere, tra i romani e i sabini mostrando Tito Tazio come il tipico ingannatore: l’uomo ricco è per antonomasia corruttore, non sa cosa significhi il valore guerriero, anzi, l’unico valore che conosce è quello del denaro per cui gli riesce facile abbagliare, con l’oro che porta addosso, l’ingenua figlia di Tarpeo (una delle poche donne tra i romani) che, innamoratasi di lui apre la porta che si affaccia sulla rupe (che dalla sventurata fanciulla prenderà il nome Tarpea) facendo entrare i sabini dentro l’Urbe. La punizione per la ragazza accecata dall’oro e dall’amore per lo straniero è tremenda: muore soffocata dagli scudi e dai monili scintillanti dei sabini. Costoro, una volta effettuata l’irruzione dentro l’Urbe, si scontrano con i romani che intanto si sono asserragliati nel luogo che sarà il Foro. Qui la mischia si accende furiosa fino al culmine, grandioso, che vede l’epica risposta del mondo della virtù, proprio della prima funzione; Romolo ad un tratto stende le palme delle mani al Cielo, invoca il Padre degli dei affinché offra sostegno ai romani, poi scaglia le sue lance sui nemici provocando la seguente rotta dei sabini, così la battaglia volge in favore dei capitolini, fino alla separazione dei contendenti ad opera delle novelle spose, ormai romane. Il Re mago Romolo, così viene definito dal Dumézil, ha computo la sua opera. La leggenda mostra come già da questi arcaici tempi la rotta indicata per il mondo occidentale miri al primato della forza, sia essa politica che militare, sulla funzione produttiva; inoltre, che questa “direttiva” da tramandare ai posteri debba essere sempre confortata dalla pietà per i numi. Concetti eternati dalla millenaria esperienza romana in tutte le realtà statali dell’Europa: Che le opere, il lavoro, siano subordinate alla podestà del Re-sacerdote e del combattente. Che tale ordine abbia trovato giustificazione persino nelle opere filosofiche, quali la celebre Repubblica di Platone, ci fa comprendere come fosse radicata, nella coscienza dei popoli europei, l’arcaico ordine che prevedeva i tre livelli: il filosofo, in sostituzione del sacerdote (ma in fondo entrambi, secondo la visione ellenica, svolgono la stessa funzione pontificale tra l’uomo e la verità) il guerriero e il produttore. Ma c’è dell’altro da aggiungere riguardo a tale etica indoeuropea, infatti sullo stesso piano giuridico-morale si muovevano le leggende di altri popoli indoeuropei, quali le genti germaniche. Così come della tripartizione delle funzioni, anche per ciò che riguarda gli studi di comparazione tra le civiltà di comune ceppo indoeuropeo dobbiamo essere grati a Dumèzil. Dunque, come per le loro consanguinee finite nel mediterraneo, pure i germani avevano storie che parlavano di conflitti tra i popoli virtuosi e quelli operosi. Snorri Sturluson, poeta e politico islandese vissuto a cavallo dei secoli XII e XIII, ci ha tramandato le antiche leggende scandinave che parlavano di divinità Asi e Vani. I primi avevano come Re Odino, il grande mago che tramite le rune guidava gli elementi della natura, come Giove per i romani; al suo fianco restava, in ogni occasione, il Dio Porr, o Tohr, dio guerriero. Come è facile intuire questi due rappresentavano, rispettivamente, la prima e la seconda funzione. Ad essi si contrapponevano i secondi, i Vani, dei del lavoro e della fecondità quali: Njordr, Freyr e Freya. Snorri antropomorfizza a tal punto queste divinità da individuare i loro regni in luoghi geografici ben specifici e raggiungibili da ogni uomo, infatti li fa dimorare nei pressi delle foci dell’attuale Don; qui l’antico poeta situa la leggendaria Asgard, la città-palazzo di Odino, nei suoi pressi situa il Vanaland, i territori degli dei produttori. Anche tra questi due popoli di dei si accende la battaglia; i Vani attaccano inviando la strega Gullveig, che vuol dire ebbrezza dell’oro, nella reggia di Odino; gli dei Asi la bruciano più volte ma rinasce di continuo. Alla fine Odino, scagliando la sua lancia magica, mette in fuga i vani. Ora, sia nel caso romano che in quello germanico, la vittoria non è mai completa per una delle parti, certo, alla fine trionfano gli Dei-uomini delle prime due funzioni, ma in buona sostanza si tratta di una fusione delle tre parti, destinate così a completarsi a vicenda e supportarsi per la creazione di un ordine duraturo e stabile all’interno delle società; purché, come detto sopra, si conservi il potere nel sovrano-sacerdote. Un sovrano che da subito, comunque, effettuata la fusione con gli elementi produttivi, inizia quel processo che potremmo definire di laicizzazione, perché dismette gli abiti sacerdotali per occuparsi esclusivamente di politica; accade questo nella Roma arcaica dei Tarquini, senza tuttavia interrompere l’accordo all’interno della prima funzione (per questo bisogneremo attendere la lotta per le investiture tra papato ed impero). Naturale a questo punto concludere accennando alla pericolosità della deviazione da questo ordine tradizionale, o meglio del suo capovolgimento con conseguente dissoluzione della prima funzione. Oltre all’ateismo dilagante nessun sovrano infatti è ormai capo della Chiesa, eccetto in Gran Bretagna (ma con modalità che privano il sovrano di ogni potestà che vada oltre l’atto notarile). Inoltre, che è facile intuire come la funzione produttiva, il capitalismo e poi l’alta finanza, abbia preso il sopravvento sulle altre due con grave danno per i popoli e le forze stesse della produzione! Anch’esso è un destino segnato dalla dinamicità sociale che caratterizza da sempre i popoli europei!

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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