Tripoli: «Le navi italiane? Fuori dalle nostre acque, gli scafisti li cacciamo noi»

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Il colonnello Massud Abdel Samat, diretto interlocutore dell’ambasciata italiana: «Soltanto i nostri guardiacoste daranno la caccia agli scafisti entro le 12 miglia. Lo stesso premier Serraj l ha detto che spetta a noi il controllo delle coste».

di Lorenzo Cremonesi

«Non è affatto vero che le navi militari italiane potranno operare all’interno delle acque territoriali libiche. E certo non lo potranno fare con le armi. Soltanto i nostri guardiacoste libici saranno ingaggiati nella caccia agli scafisti entro le 12 miglia. Su questo punto voglio essere molto chiaro. Lo stesso premier Fayez Al Serraj l’altra sera ha voluto espressamente specificare con noi che ci occupiamo del controllo delle nostre coste».

Per telefono da Tripoli raccogliamo la versione del colonnello Massud Abdel Samat, responsabile per il ministero della Difesa libico delle operazioni dei guardiacoste e diretto interlocutore dell’ambasciata italiana in loco.

Quindi cambia poco rispetto al passato nel tipo di operazioni che effettueranno le navi italiane? Visto da Roma sembra quasi che l’Italia si stia preparando persino a compiere azioni militari nelle vostre acque territoriali e sulle coste.

«Ho l’impressione che nelle ultime ore siano cresciute troppe voci incontrollate rilanciate dai media e ci sia tanta confusione sul tema. In verità, la situazione sul terreno e in mare cambia di poco. Noi abbiamo chiesto e ottenuto maggior assistenza dall’Italia. Già nel porto di Tripoli arrivano adesso le motovedette della vostra Guardia di finanza e della Marina militare con compiti di addestramento per i nostri marinai, oltreché con il fine specifico di portare assistenza tecnica e pezzi di ricambio alle nostre navi. Sono un aiuto fondamentale. Ma sono aiuti logistici. Non prevedono affatto un intervento armato diretto italiano entro i limiti delle nostre acque territoriali».

E se voi doveste chiedere l’intervento militare italiano in caso foste in difficoltà, per esempio contro le potenti bande criminali di fronte al porto di Sabratha?

«In quel caso, ma solo in quel caso, potrebbero intervenire. Ma solo su nostra specifica richiesta e non credo che ciò avverrà mai. Noi ci stiamo addestrando ed equipaggiando per potercela fare da soli».

Come utilizzate le quattro motovedette classe «Bigliani» che l’Italia vi ha consegnato a fine primavera?

«Ottimamente. Inizialmente c’era stato qualche intoppo. Ma, grazie all’assistenza tecnica fornita dall’Italia, nelle ultime settimane le abbiamo tutte riparate e rese operative. Tre di loro hanno appena compiuto un’importante missione di pattugliamento durata oltre 40 ore al largo di Sabratha e Zuara. In quel periodo nessuno battello di migranti ha preso il largo in quel settore. La quarta motovedetta è stata oggetto di alcuni lavori di manutenzione ordinari negli ultimi giorni ed è pronta a salpare nelle prossime ore».

A fine giugno protestavate dicendo che il vetroresina delle barche italiane è troppo fragile contro i colpi da oltre 23 millimetri delle mitragliatrici pesanti in mano agli scafisti. Inoltre chiedevate che sulle motovedette italiane venissero montate a loro volta armi pesanti. Come avete risolto questo problema?

«Abbiamo montato sui loro ponti le mitragliatrici contraeree tipo Doshka e altre di calibro pari a 23 millimetri che disponiamo nei nostri arsenali. Inoltre i tecnici italiani ci hanno aiutato a corazzare in parte gli scafi. Adesso possiamo finalmente usare queste barche anche nella zona di Sabratha».

Comunque, nega che gli italiani abbiano ora il mandato per inviare truppe o commando speciali per blitz mirati sulle vostre coste?

«Nel modo più assoluto. La Libia è un Paese sovrano, non vogliamo di nuovo eserciti stranieri sul nostro territorio. L’azione militare italiana resta relegata al di fuori delle nostre acque territoriali».

Per voi cambia qualche cosa dopo il recente vertice tra Serraj e Khalifa Haftar a Parigi e l’annunciata intesa per lavorare assieme tra i governi di Tripoli e Tobruk?

«Non abbiamo rilevato alcun mutamento operativo sino ad ora. Ma questa è una domanda che tocca temi politici. Non sta a me rispondere e neppure riguarda le mie competenze».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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