L’ETERNA MINACCIA

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Immagine tratta da Web.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

L’eterna minaccia

Esistono in natura, e nella società umana ancor di più, soggetti che fanno della provocazione uno stile di vita. Non si fermano fino a quando non sono riusciti nell’intento di scatenare, nella vittima, una reazione che spesso, a seconda della gravità delle provocazioni, la si può definire addirittura sacrosanta: fatto sta che comunque, ottenuta questa reazione, il ruolo delle parti è capovolto tramutando il provocatore in offeso e la, vera, vittima in carnefice. A che scopo tutto questo? Ovvio, per frodare denari! Vuoi tramite costituzioni di parte civile, per ciò che concerne le miserie dei privati, oppure, quando si tratta di entità politiche statali, ottenere un pretesto utile a scatenare una bella guerra “giusta” che possa legittimare il furto dei possedimenti altrui. L’istituto dello iustum bellum, (o meglio della sua manipolazione) risale alla notte dei tempi. Ogni sovrano di città stato pur di accaparrarsi le ricchezze dei propri confinanti si inventava ogni sorta di fesseria: dai confini che Dio avrebbe tracciato in una ipotetica alba dei tempi, il caso di Israele con la Palestina, e che non ricalcavano la situazione del momento perché sui territori rivendicati era già presente un altro popolo; oppure, addirittura, per  giustificare l’intervento armato utile a lavare l’onta di un offesa al sacro talamo principesco, il caso della guerra di Troia. Più recentemente accade lo strano fenomeno che vede dei dittatori sanguinari insediarsi in tutti i luoghi del mondo ricchi di preziosissime e abbondanti risorse minerarie: Iraq, Iran, Russia, Venezuela, Siria, Libia, Congo ecc. E che caso! Tutti lì son situati i “sadici” despoti? Che gente pericolosa per la democrazia mondiale, soprattutto occidentale, questi dittatori così nazionalisticamente egoisti, che utilizzano le risorse del suolo patrio per il benessere dei propri “sudditi” arrogandosi il diritto di farli studiare, lavorare, spesso in imprese pubbliche, di pagare assegni familiari per incrementare, (o almeno a mantenere entro livelli utili da tener lontano lo spettro dell’estinzione) le nascite di tutta la popolazione autoctona. Ma tutto questo stride con i dettami del Mercato! E’ ovvio, l’utile di tutti, o della maggioranza di una popolazione, risulterà sempre contrario rispetto alle leggi che i potentati economici si sono fatti per loro profitto; in buona sostanza gli unici diritti dell’uomo vigenti nel mondo occidentale. Lo stato sociale spende miliardi per rendere partecipi un numero cospicuo di non abbienti alla crescita nazionale. I vangatori del Kentucky, durante il New Deal, hanno aperto canali e creato dighe di irrigazione in favore di una galassia di piccoli agricoltori, cosa che una azienda privata, sia pur grande non avrebbe mai fatto, anzi, al contrario avrebbe incrementato la carestia. Questo perché secondo le leggi della concorrenza il privato ha l’obbligo “morale” di indebolire l’avversario, sia esso in atto o potenziale. Solo uno Stato che ha a cuore il benessere di vasti strati della popolazione ha interesse a rendere produttive altrettante vaste aree agricole. Identicamente a come si comporta il capitalismo nelle guerre commerciali, fare terra bruciata, si muove una Repubblica che non è più tale, governata com’è da potenti lobbies di bottegai: nient’altro che un’oligarchia votata a conquistare i prodotti grezzi del suolo del “nemico” oppure i suoi mercati. Questa è la logica delle cosiddette sanzioni economiche, nient’altro che prodromiche al raggiungimento della guerra di “liberazione”, tradotto: futuro profitto economico garantito alla potenza tracotante ma di sicuro non morale.

Gli anglosassoni ridussero allo stremo il Giappone, dopo averlo costretto a un secolo di apertura al commercio internazionale, (in buona sostanza ad acquistare le eccedenze di produzione che già sul finire del XIX secolo rappresentavano l’alba di un problema che sfocerà nel crollo borsistico del 1929). Senza più risorse, perché ormai dipendente dall’estero per il sostegno alla sua modernizzazione, l’impero del sol levante fu costretto ad entrare in guerra contro gli angloamericani, da vittima a carnefice. Altro caso esemplare riguarda la fine che hanno riservato all’Italia. Prima annichilita dalle sanzioni economiche, a seguito della conquista dell’Abissinia: e vorrei sapere per quale motivo ai francesi fu concesso di mutilare le mani ai neri della Costa d’Avorio se non raggiungevano la quota giornaliera di raccolto del cacao, agli inglesi di prendersi un terzo delle terre emerse schiavizzando milioni di esseri umani, ai belgi di operare il genocidio di congolesi, oltre 12 milioni! Mentre all’Italia che si annetteva un altipiano fu riservato l’embargo! E’ ovvio che: chi osa ribellarsi al regime massonico liberale, e l’Italia fascista aveva osato farlo chiudendo tutte le logge sul suo territorio nazionale, subisce l’inversione dei ruoli. Attacco, provocazione, ed attesa della risposta, ma non prima di assicurarsi che l’avversario sia già bell’è cotto dalle sanzioni. Dopo la seconda guerra mondiale fu davvero un gioco da ragazzi, per gli angloamericani, continuare il giochetto. I dollari trafugati da Batista, e mai più restituiti al popolo cubano, legittimo proprietario, provocazione che causò la rivoluzione castrista. E poi Allende, tolto di mezzo perché s’era tramutato in un pericoloso socializzatore delle ricchezze nazionali. L’ormai secolare instabilità politica venezuelana, la condanna per la repubblica bolivariana, consiste nel fatto di galleggiare sul petrolio. E se le cose furono facili per ciò che concerne il Sudamerica tutt’altra storia è il confronto con le secolari nazioni dell’Est: Russia e Cina. Con queste due la potenza talassocratica per eccellenza non ha trovato ancora la misura, il giochino delle sanzioni non vale, il mondo grazie a Dio è ben più vasto della tracotanza statunitense, per cui i russi potranno continuare a “campare” vendendo all’Asia il loro gas naturale. Ne vedremo delle belle, di sicuro il mondo melting pot è giunto al suo tramonto, e con esso anche l’economia di mercato libero, dove per libero si deve intendere il dominio della superclasse internazionale sui popoli. Quella superclasse che si è servita delle socialdemocrazie per distruggere il mondo tradizionale dei popoli europei, sostituendo le rivendicazioni sociali dei più deboli con l’importazione del continente africano in Europa; e ancora, regalando il patrimonio pubblico, frutto di secolari sacrifici di intere comunità, a privati che, non sapendo cosa farne, si sono limitati a spolparlo per poi rivenderne quel che restava a loro amici internazionali. Forse tutto questo era già in embrione quel lontano 1889, a Parigi, nella seconda internazionale? Era previsto già all’epoca che un giorno nel socialismo vi sarebbe confluito il libero mercato, realizzando il paradiso senza frontiere, con un proletario multietnico ed una beata superclasse, anch’essa rigorosamente internazionale, che lo guida? Come detto, mi sa che qualcosa comincia ad andare storto a questi visionari, i popoli reagiscono all’estinzione, ed avranno la loro vendetta, a breve.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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