Il “criptico” popolo dei khazari

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Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

Il “criptico” popolo dei khazari

Moltitudini di popoli si sono formati e disintegrati in ogni angolo del mondo ed epoca storica, ma la rapidità con cui, nelle steppe di quella che in antichità veniva chiamata Scizia, questi due processi si sono svolti, non trova riscontro in nessun altro contesto geopolitico. Le migrazioni costanti, perché tutto in suddette lande fu sempre incostante, ha finito col rendere le genti ivi transeunti araldi del mondo del caos, dell’indeterminato. Nemici giurati di ogni organizzazione stabile, i regni, spesso vasti imperi creati da queste genti riunite in “federazioni”, riuscivano sovente nell’intento di estendere il controllo su territori che, per l’esiguità demografica, facilmente raggiungevano un’estensione territoriale paragonabile a quella della Francia. E’ altresì vero che le genti delle steppe, controllando vastità semidesertiche, incoltivabili, furono sempre costrette al nomadismo piuttosto che alla residenza stabile. Per cui chi assurgeva a dominatore in realtà non faceva altro che crearsi una sorta di gigantesca riserva di caccia di uomini, animali e foraggio per questi ultimi. Questo fu sempre lo schema adottato da tutti gli imperi scitici fin da quando Erodoto li descrisse per la prima volta. Anche il modo di combattere delle genti di Scizia rimase identico fin dall’alba dei tempi; un tempo che in quegli incommensurabili spazi prese avvio con l’addomesticamento del cavallo, tramontando solo all’entrata in scena delle armi da fuoco. L’accoppiata cavallo-arco composito rimase quindi l’unica ma devastante arma di ricatto e minaccia nei confronti delle civiltà, intese nel vero senso letterale, dunque fondate sulle città, che erano sorte inevitabilmente nella fascia di clima temperato (dai terreni fertili) cingente l’intero globo: dall’Europa occidentale-Mediterraneo alla Mesopotamia, dall’Elburz iraniano all’India per finire poi all’estremo oriente cinese con i suoi immensi fiumi. Sovente le antiche cronache descrivono le sciamanti orde delle steppe intente a razziare i territori dell’altopiano iranico; celebre la fine di Ciro Re di Persia, ucciso in battaglia dalle orde di sciti guidate dalla regina Tomiri (e che diede la stura per la creazione del mito delle amazzoni). Più o meno negli stessi secoli, sempre col precipuo scopo di contenere i terribili guerrieri delle steppe, i cinesi innalzavano la grande muraglia. In seguito, a fare i conti con le cavallerie di questi nomadi saranno i romani, i quali sosterranno miriadi di epiche battaglie lungo tutto il bacino danubiano pur di frenarne l’impeto. A occidente della penisola di Crimea le genti delle steppe verranno chiamate sarmate, a oriente invece, in piena età imperiale romana, cominceranno a farsi largo, e dirette verso ovest, le orde uralo-altaiche-mongole; su tutte gli unni, che verranno a costituire il loro territorio di caccia, ripeto non impero, fin nel cuore dell’Europa occidentale. Senza dilungarci ulteriormente, onde giungere al nocciolo della questione, passiamo ora a descrivere il più bizzarro di questi assembramenti umani formatisi in quel vasto calderone che va dalle coste settentrionali del Mar Nero fino all’area subartica. Siamo nel VI secolo d.C. e ora a prendere il comando su un considerevole territorio di caccia è il popolo detto dei kazari. Questa gente risultò da una confederazione di popolazioni turche seminomadi che, come spesso accade nel mondo dell’eccelso caduco, si ribellarono ereditando i territori di un precedente impero, quello dei gokturk. Assieme a questi kazari, il cui nome in turco significa vagabondi, ed è tutto dire, partecipi della rivolta furono i bulgari del clan Duro, mentre a capo dei kazari troviamo il clan Ashina. Agli inizi del VII secolo i kazari entrano nella storia, la nostra, alleandosi con l’imperatore romano d’oriente Eraclio, durante la terribile guerra che quest’ultimo sostenne contro i persiani. In tale occasione gli arcieri montati kazari si mostrarono determinanti per la vittoria dei romani sui persiani. Nel 670 avvenne un altro grande colpo per l’affermazione mondiale dei kazari, la vittoria sui precedenti alleati bulgari, una parte dei quali rimase loro vassalla e relegata sulle rive del Volga. Ovviamente questi kazari oltre ad agglomerare i propri “cugini” si peritavano di ripetere lo schema di tutti i loro predecessori: sciamare a meridione in cerca di bottino. Anche quando gli attori del clima temperato cambiarono; la Persia sassanide era scomparsa ed al suo posto c’era il califfato omayyade, mentre i romani d’oriente avevano sloggiato definitivamente dal Caucaso, i kazari continuarono ad attaccare, questa volta l’emirato di Mossul. L’espansione irrefrenabile del territorio di caccia dei kazari si arrestò dapprima, per poi ridimensionarsi fino all’estinzione, soltanto a partire dal X secolo, quando subirono le prime rappresaglie da parte degli arabi che raggiunsero i territori presso la loro capitale Atil, posta sul Volga, saccheggiandoli. In seguito, da nord, sui kazari calarono i vikinghi rus che, conquistando definitivamente il centro politico di Atil, determinarono il crollo definitivo dell’impero. Com’era logico attendersi solo una popolazione nata nelle steppe, altrettanto inafferrabile, poteva surclassarne un’altra, e poi, una volta che i kazari avevano accettato un considerevole livello di sedentarizzazione il paradigma era mutato; infatti il semplice territorio di caccia era diventato un vero e proprio impero, con tutte le problematiche ad esso connesse: difendere il luogo dove fisicamente si accumulano le ricchezze frutto di secoli di razzie e prestigiose vittorie militari. Ma farlo risultava decisamente più difficile della semplice razzia, ed è stato questo il limite che tutte le genti delle steppe, al cospetto delle grandi civiltà del clima temperato, non seppero mai superare. Tuttavia i tempi stavano radicalmente cambiando anche a quelle latitudini; questo in virtù della forza civilizzatrice di Roma, che continuava a proiettare la sua legge anche dopo la fine politica del suo impero. Come una stella sì morta ma che emana la sua luce ancora per milioni di chilometri e di anni, nello spazio profondo, anche i riverberi degli allori dei cesari raggiunsero la capitale dei vikinghi rus di Kiev, Mosca, Novgorod, segnando per sempre il destino imperiale della Russia. Intanto i kazari, sottomessi dai principi cristiani di Kiev e successivamente scomparsi dalla scena anche come popolo, questo al tempo delle invasioni mongole, riuscirono comunque a lasciare una traccia sotto forma di criptica “rivendicazione territoriale” all’interno del nascente impero russo. Infatti: se nei primi secoli l’espansione degli Czar di Mosca poteva essere vista con piacere, dai “criptici khazari”, in seguito il radicamento dell’impero russo fu sempre più mal sopportato, e in questo malcontento la componente religiosa della discendenza khazara pare aver avuto un ruolo determinante. Anche i khazari, come tutte le genti turco-mongole, in origine seguivano il tengrismo, il culto del dio del tuono con consueto corollario di altre divinità minori; venuti a contatto con le civiltà classiche, e forse per identificarsi meglio, confinanti com’erano con i romani cristiani e gli arabi mussulmani, scelsero la religione ebraica tramite la figura del Khan Bulan, invitando i rabbini dell’Asia minore ad insegnar dottrina tra di essi. Lo studioso Arthur Koestler ipotizza che i kazari abbiano costituito la parte antica degli ebrei europei, detti ashkenaziti, in particolare quelli di Russia. Shlomo Sand, altro studioso di questo popolo, sostiene che la lingua parlata oggi dagli ebrei dell’est, lo yiddish, non proverrebbe dalla Germania ma dall’antico idioma gotico in uso nelle steppe tra la Crimea e il Caspio, il territorio dove era sorto l’impero khazaro. Ed è a questo punto che l’ipotesi della rivendicazione territoriale, da parte della popolazione ebrea russa, dell’impero dei khazari, non sembra più solo ipotetica ma comincia a prendere corpo. Soprattutto se si analizzano le biografie di chi compì la rivoluzione bolscevica, si scopre come essa sia stata pesantemente condizionata dall’elemento ebraico; ed è ormai ammesso anche dal mondo accademico tanto che: <<”L’85% del governo sovietico del 1917 era composto da ebrei, e questi fecero cose malvage al popolo russo”>>. Vladimir Putin, 13 giugno 2013. Fu proprio la giunta di Lenin, anch’egli ebreo d’altronde, a favorire la galoppante carestia d’Ucraina, che a cavallo degli anni ’20-‘30 seminò milioni di morti, tramite lo sterminio dei mugiki, i contadini russi, cristiani, che rappresentavano il vero motore dell’economia agricola dell’impero zarista. Furono Lenin e la sua giunta a scatenare le tremende purghe che affollarono i gulag siberiani. Si calcola che l’eroico popolo russo subì un genocidio ammontante a 50 milioni di vittime, nella fase comunista-leninista! E tutto questo ad opera di una minoranza ben organizzata che aveva nel culto dei padri, i kazari, la ragione di vita. A questi massacri va aggiunto l’altro delirante progetto, anch’esso purtroppo realizzato, almeno in parte: l’ateismo di Stato. In buona sostanza l’eliminazione, anche fisica, dei credenti cristiani o mussulmani, laddove non una sola sinagoga fu toccata dagli abbattimenti. Tutto questo pur di riconquistare i territori dell’antico impero dei khazari all’”usurpatore” russo; ecco cosa spingeva gli intellettuali di religione ebraica, in buona sostanza discendenti degli antichi turchi convertiti alla religione di Gerusalemme, a perseguire in maniera demoniaca gli indigeni russi. Tale progetto “messianico”, in via di realizzazione, fu arrestato, paradossalmente, dall’altrettanto sanguinario successore di Lenin, il georgiano Stalin, il quale provvide ad espellere i sionisti khazari dal PCUS per poi eliminarli fisicamente; dando origine, sotto il suo regime, al vero comunismo russo. Prima si trattò solo di un esperimento, crudele, atto ad eliminare un popolo pur di far risorgere un mondo finito 800 anni prima.

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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