L’estate del bikini ribelle in Algeria «Così vogliamo cambiare la mentalità»DONNE CONTRO I PREGIUDIZI .

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di Elisabetta Rosaspina, inviata a Parigi

È cominciata dopo il Ramadan, a inizio luglio: decine di ragazze, adesso centinaia, si danno appuntamento via Facebook in spiaggia per vincere assieme i pregiudizi

L’anno scorso il burkini sulle spiagge di Cannes, in Costa Azzurra, quest’anno il bikini sul litorale di Annaba, nord-est dell’Algeria: la rivoluzione dei costumi (da bagno) ha attraversato il Mediterraneo. Ma se un’estate fa i sindaci del sud della Francia avevano promulgato ordinanze di veto tassativo alla tenuta da bagno islamica, simile a un’informe muta subacquea, le autorità algerine hanno dovuto inviare sulla battigia la polizia a proteggere le ribelli del due pezzi da possibili, anzi probabili, molestie da parte di timorati padri di famiglia, oltraggiati dalla visione di tanta epidermide.
Dopo il Ramadan

Dall’inizio di luglio alcune decine di donne algerine, presto diventate centinaia, si ritrovano attraverso appuntamenti a sorpresa, via Facebook, in diversi punti della costa per prendere il sole con l’ombelico in libertà, tutte insieme, in nome della regola secondo cui l’unione fa la forza. Se singolarmente rischiano di essere aggredite, almeno a parole, o infastidite, in massa scoraggiano i seccatori e si sentono più sicure. La legge non vieta il due pezzi in Algeria, ma i conservatori lo considerano ancora un affronto al pudore.

La rivolta del bikini

La «rivolta del bikini» è iniziata alla fine del Ramadan e del digiuno, pochi giorni dopo la festa di Eid Al-Fitr, quando nella località di Annaba una ragazza di 27 anni è andata in spiaggia con la famiglia, ma non ha osato spogliarsi. In rete circolavano già commenti malevoli verso le bagnanti troppo svestite: «Sgualdrine, dove sono i vostri padri?». La ragazza ha creato allora un gruppo privato su Facebook, con inviti mirati ad amiche e conoscenti per ritrovarsi il 5 luglio in una località più defilata, Seraidi, a una dozzina di chilometri dal centro di Annaba, dove concedersi indisturbate un po’ di elioterapia. All’appuntamento si sono presentate in quaranta, ma tre giorni dopo, quando è stato deciso il bis, è arrivato un battaglione di duecento ragazze.

La controffensiva

La controffensiva non si è fatta attendere: «Pubblicate le loro foto», esortavano gli internauti scandalizzati, nella speranza di allestire una gogna virtuale. «Nessun intento provocatorio da parte nostra — si è difesa, anonimamente, l’organizzatrice del «rave» del due pezzi, intervistata da Lilia Mechakra, cronista del quotidiano locale Provincial —, noi vogliamo soltanto far cambiare gradualmente la società. E questo non può avvenire che abituando migliaia di persone a vedere ciò che ancora considerano proibito. Non vogliamo cambiare i loro punti di vista, ma inculcare loro semplicemente la tolleranza perché ogni donna si senta libera di indossare quello che vuole».

Gli agenti in spiaggia

Lilia stessa ha assistito a uno dei primi raduni, a Skikda, a un centinaio di chilometri da Annaba: «Una coppia è arrivata mentre una dozzina di ragazze in costume giocavano a pallavolo. Dopo qualche minuto l’uomo si è innervosito e ha detto alla moglie, in burkini: andiamocene! Lei avrebbe voluto restare, ma lui ha rovesciato le tazze dal tavolino davanti a loro, impedendole di raccoglierle: se i gestori di questo posto non mi rispettano, facendo entrare ragazze nude in spiaggia, non li rispetterò neanch’io!, ha gridato». Sempre meno clandestini, i bagni collettivi si sono moltiplicati e le partecipanti sono diventate quasi quattromila, mentre i vertici della polizia hanno deciso di incrementare la presenza di agenti per mantenere l’ordine pubblico. E tenere a bada gli esagitati benpensanti sotto gli ombrelloni.

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