Olio extra vergine falso, farine non tracciabili e dop fatti in altri luoghi Cosa arriva in tavola

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di Ilaria Sacchettoni

Le analisi e i sequestri. Il nodo dell’igiene. Il sequestro a Roma dell’olio alla clorofilla e quello a Napoli dei babà con le farine sospette. I locali inadeguati a Milano

Mentre dall’Europa arriva l’allarme delle uova al Fipronil, i dati di tre città campione ispezionate dai carabinieri del Nas (Napoli, Roma e Milano), ci dicono che al buffet è assai meglio utilizzare la testa che la pancia. E, in effetti, menù più evocativi che sinceri nulla ci dicono su freschezza e provenienza, additivi e controlli, filiere e colture.

Pecorini e pistacchi

Già nel rapporto Mipaaf (ministero Politiche agricole) del 2016 si segnalavano il prosecco moldavo e l’olio marocchino, il pecorino sardo made in Belgio e il pistacchio di Bronte non tracciabile, la crema di tartufo taroccata (una semplice composta di funghi) e il miele biologico lasciato fermentare. Ma ora i numeri del Nas lo confermano. Anche nei sapori, proprio come avviene in altri settori, siamo alla mercé delle copie.

Pesce fuori stagione

È la frode in commercio la vera croce italiana. La commercializzazione di prodotti contrabbandati per doc quando in realtà non lo sono. Servire pasce spada d’importazione quando in Italia non è stagione di pesca non è scandaloso dopotutto. Ma poi ci sono i gamberi tropicali, la polpa di riccio africana, i merluzzi vietnamiti. Niente di male, però bisognerebbe informare: «L’utilizzo di prodotti surgelati segnalato nei menù è sinonimo di una corretta informazione sulla genuinità di quanto offerto» spiega il colonnello Erasmo Fontana che guida il Nas di Roma. Mentre per il collega di Napoli, il colonnello Vincenzo Maresca, l’unico consiglio possibile è quello di evitare il prezzo inferiore a tutti i costi, nel pescato come nel dessert: «È chiaro, ad esempio, che la sfogliatella napoletana a cinquanta centesimi maschera un prodotto potenzialmente nocivo alla salute».

La Spoon River del dop

Maresca parla per esperienza: nel Napoletano i controlli hanno prodotto una Spoon River del dop. Dal sequestro di un deposito di pasta a Gragnano alla chiusura di una pasticceria di Melito che produceva torte e cornetti senza alcuna informazione sulla provenienza della materia prima. Per finire con un maxi sequestro dolciario ad Anacapri: 115 chili di bigné e babà ritirati «per mancanza di tracciabilità» della materia prima. Il sospetto? Che la farina venisse dall’Ucraina. La frode si annida dietro al prodotto feticcio. Il prosciutto San Daniele? L’ispettorato del Mipaaf ne ha scovato uno made in Svizzera. Il Parmigiano reggiano? Prodotto nell’Europa dell’Est o addirittura chiamato «vegano». C’è poi la questione relativa ai prodotti adulterati: il più emblematico fra i sequestri effettuati dal Nas quest’anno riguarda l’olio alla clorofilla spacciato per extra vergine da un ristorante di Roma Est. Quanto alla chiusura più rappresentativa, è stata senza dubbio quella di un locale romano infaticabile nel servire pesce congelato contrabbandato per appena pescato.

Cucine inadeguate

Talvolta il prodotto globale va di pari passo con i locali inadeguati. E qui il Nas finisce per smentire alcuni luoghi comuni, tipo quello sul rigore milanese. In realtà 160 locali sui 325 ispezionati in questa prima parte dell’anno si sono rivelati irregolari. Dal pavimento non a norma alla strumentazione priva di manutenzione, dalla canna fumaria ostruita alla mescolanza di prodotti chimici e vettovaglie. In tutto sono state sanzionate amministrativamente 188 società mentre per 5 titolari è scattata la denuncia penale a causa della «detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione». Meno approssimazione dal punto di vista della location a Roma, dove solo il 16% dei 317 locali ispezionati è risultato «strutturalmente» inadeguato. I maggiori problemi, qui, sembrano riguardare l’adeguatezza dei magazzini e la scarsa prevenzione dei rischi sul lavoro: sono trascorsi due anni da quando un giovane dipendente filippino morì in un caffè in pieno centro storico, dopo un incendio scatenato dalle bombole del gas custodite malamente in un sottoscala.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Autore: ondalucana

Dialetto: Basilicata GENTE LUCANA Addonne la sconto la canosco subbito dda facci, si è 'nna facci nosta, re gente re Lucania. Dda facci porta stampati inta l'uocchi e segnati 'ncoppa le mmano le pene e l'affanni ca ra megliara r'anni se port'accovati 'mpietto. Scurnuso, inta ddi silienzii suoi tene 'mmescati ruluri e speranze. Li cieli, le terre, li sapuri, le feste, li lutti, l'amuri, sempe se port'appriesso inta la sacca ca sulo iddo nge pòte rozzolà. So' 'mmiriane ca re sfilano ppe 'ncapo com'à li grani re 'nno rosario e se stampano 'nfacci e chi lo tenemente nun sape mai si chiange o si rire. Tène l'uocchi ruci tène la facci aperta, puri si è scura. E' la facci re gente re Lucania ca se 'mpotào cca venenno ra terre lontane, tanto lontane. Traduzione in italiano GENTE LUCANA Laddove la incontro la conosco subito quella faccia, se è una faccia nostra di gente di Lucania. Quella faccia porta stampati negli occhi e segnati sulle mani le pene e gli affanni che da migliaia d'anni porta stipati in petto. Timido, nei suoi silenzi nasconde mescolati dolori e speranze. I cieli, le terre, i sapori, le feste, i lutti, gli amori, sempre se li porta dietro nella tasca e soltanto lui può rovistarvi. Sono fantasmi che gli sorrono in testa come i grani di un rosario e si manifestano in faccia e chi lo osserva non sa bene se piange o se ride. Tiene gli occhi dolci tiene il viso aperto, anche se scuro. E' il viso della gente di Lucania che si fermò qua venendo da terre lontane, molto lontane. Poesia inviata da: Giuseppe De Vita

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