Tyrannoi

 

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Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Tyrannoi

Chi di noi non ha imprecato, almeno una volta, contro il malgoverno? Intendiamoci, anche quando le cose i governi le fanno bene, perché parrà strano ai più, esacerbati nell’animo da un decennio di decadenza economica, culturale, sociale ecc., ma accade anche questo. Fatto sta che comunque, noi: popolino, popolaccio, gente incolta per la maggiore, perseveriamo nella resistenza alle sirene del progresso dei “diritti” che la società aperta mondialista ci propone. Al contrario, ci arrocchiamo sempre più nelle nostre comunità perché “pecchiamo” nell’ostinazione a riconoscerci in una. Osiamo operare una scelta, e quest’ultima abitudine pare non rientri ancora nel codice penale; (laddove un conto è perseguire, un altro semplicemente scegliere, ad esempio, tra cittadini e non), e tra queste scelte, tra noi trogloditi vige ancora l’uso di andare a letto con persone del sesso opposto. Credere in una comunità di compatrioti non è un anacronismo da ridicolizzare, ma pretendere ordine nella giungla dei diritti, o presunti tali, che significano anche richiedere agli ospiti almeno un minimo di anni di residenza, in un dato territorio, come requisito necessario all’accesso ai servizi sociali. Ebbene, la stragrande maggioranza degl’italiani possiede i requisiti che ho elencato sopra (se ne facciano una ragione i vari Bonino e Soros) oltre ad essere esasperati dall’indecisione vigente in tutti gli apparati pubblici; tra i quali nessuno vuole, eppure si può, arrestare l’invasione degli africani. Come pure stracciare i trattati internazionali che hanno tolto la sovranità monetaria, e con essa quella nazionale. E poi i democratici odierni dileggiano il regno d’Italia per i suoi ripetuti cambi di alleanze; almeno quella classe dirigente cercava il bene pubblico nazionale oltre agli ovvii suoi tornaconti di casta. E allora, sembra riaffacciarsi lo spettro dell’uomo forte? Il volgo sciocco, come lo chiamava Seneca, vuole il dittatore per rimettere ordine? Di sicuro questa figura è una minaccia per i potentati odierni, per tutta quella pletora di incompetenti istituzionalizzati, in Europa e in Italia, che vive millantando capacità evaporate già nei loro padri, e perpetua la propria gozzoviglia comodamente sdraiata sugli allori di chi li ha preceduti. Ora che siamo ridotti a pidocchi sui nani che a loro volta stanno seduti sulle spalle dei giganti, (mi perdoni Bernardo di Chartes se modifico il suo pensiero) non vediamo più niente, noi post moderni, perché stiamo affogati nella forfora, (leggi mondo pop, l’immondizia partorita dalla vittoria angloamericana nel secondo conflitto mondiale) che sta tra i capelli del nano che ci ha preceduto, chiamato uomo moderno. Ma l’Atlante che regge tutto, quel poderoso passato che i sessantottini, farseschi imitatori dei ben più terribili loro predecessori giacobini, incapaci di non dico eguagliare ma almeno ispirarsi ad esso, hanno deciso di esautorarlo dal suo compito magistrale. Ebbene, qual era uno degli insegnamenti che il mondo tradizionale metteva in pratica nei momenti di decadenza, come quello attuale? Ovvio, la saggezza popolare, quella che ragiona con la pancia, lontana dall’intellighenzia progressista, sa cosa vuole e l’ho citato sopra. Oggi, l’avvento di un dittatore sarebbe salutato con giubilo dalle folle. Salvo poi appenderlo alle pompe di benzina quando le cose decadranno, perché tutto è transeunte nella materia, diceva S. Paolo, ma questo è un discorso che viene dopo. Nella storia occidentale è successo ciclicamente, come tutto d’altronde, l’avvento dei regimi dispotico-popolari e popolari-democratici. Fu proprio la tendenza a cedere sovranità ai popoli ad avere come contrappasso la tirannia; infatti tale sistema repubblicano, tramutatosi oggigiorno in democratico, vige almeno dal lontano VIII secolo, quando nacquero le città stato. Ora, la partecipazione di un numero consistente di uomini al governo tende inevitabilmente a creare dei professionisti del potere, i quali cedono le proprie conquiste sociali e politiche ai propri figli. Di norma questi ultimi non hanno mai brillato della luce dei padri, il momento più felice dell’Impero Romano si ebbe con l’età Antonina e la sua serie di principi scelti in base al merito non al sangue. A scalzare il tiranno aristocratico, sovente, si è presentato lo spiantato dell’antico regime in cerca di vendetta oppure un uomo nuovo in tutti i sensi, venuto dal popolo o addirittura dall’estero, a riscattare lo Stato. L’Età florida paradossalmente coincide proprio con l’avvento dei tiranni “popolari”, i sovrani che annullano o congelano gli apparati dell’ancien regime, le oligarchie. Ho citato lo splendore della romanità del secondo secolo, ma in realtà lo stesso avvento del Principato a Roma fu dettato da esigenze di ordine, laddove il sistema repubblicano e le sue magistrature annuali avevano dapprima paralizzato l’attività politica, poi diviso la società in tanti partiti che facevano capo a una o più famiglie, e in seguito avevano creato un proprio cartello vetero-mafioso che aveva trascinato l’Italia in una guerra civile giunta al punto di distruggere la civiltà romana. Il primus inter pares intervenne come arbitro e garante delle istituzioni repubblicane, questo era l’imperatore, da Augusto e fino al terzo secolo. Però, se guardiamo ancora più a ritroso nel tempo, non si fatica a scorgere negli antichi romani il favore che concedevano all’istituzione della dittatura temporanea ogniqualvolta il pericolo per la Repubblica fosse tale da non essere più gestibile dalle magistrature ordinarie. Ancora: oltre al mondo romano, e già alla fine del settimo secolo a. C., constatiamo la caducità dei regimi repubblicani i quali, proprio in tale epoca, soffrirono la loro prima grande crisi istituzionale. Il regime del governo di popolo aveva creato una sua dinastia di burocrati sempre più incapaci, che paralizzavano l’economia perché richiedevano gabelle sempre più elevate per ingrassare l’oligarchia, che aumentavano a dismisura i lotti di terreno, sempre per la casta al potere. A quel punto i popoli, sempre più sopraffatti dalle élite democratiche al potere, chiesero il ritorno degli eroi, i semidei del tempo cantato da Omero. E costoro ritornarono: Policrate di Samo prese il potere e come primo atto limitò le spese per l’aristocrazia; Clistene, a Sicione, redistribuì i terreni frenando l’eterna tendenza dell’uomo ad arricchirsi a scapito dei più umili tramite l’espansione del latifondismo. Un loro “collega”, ben più famoso perché effettuò il colpo di stato nella celeberrima Atene, fu Pisistrato. Totalmente estraneo al cosiddetto establishment ebbe mano libera per eliminare ogni concorrenza tra i nobili, un’assurda competizione del lusso che sfiancava le ricchezze pubbliche. Come secondo passo ridiede vigore partecipativo agli antichi riti che l’abitudine delle classi “imborghesite” aveva reso stantii. Pisistrato era ben conscio, già a quei tempi, come la religione sia uno dei cardini del rinascimento nazionale, (lo stesso ha fatto ai giorni nostri Vladimir Putin); in seguito la sua rivoluzione interessò l’introduzione di nuovi sistemi di misura e pesi, altrettanto fece Fidone ad Argo, questo per agevolare le classi umili, sempre in balìa dei furti delle arbitrarie e “creative” unità di misura che le oligarchie avevano messo in piedi per arricchirsi ulteriormente a scapito del pubblico (chissà perché anche questo mi fa venire in mente l’attuale sistema Euro). Ancora, Pisistrato costruì l’Enneakrounos, un acquedotto dotato di dodici fontane pubbliche, magnifica opera raffigurata persino dai vasai, tanta fu la riconoscenza degli ateniesi per colui che aveva soddisfatto il bisogno primario! Come il tiranno ateniese anche altri signori operarono in favore dei propri concittadini esautorando la nobiltà da ogni mansione pubblica. E si gloriavano di ergersi a difensori della comunità perché tutti, invariabilmente, si prodigavano nel far racchiudere le proprie città entro cinte murarie, mentre al loro interno le purificavano tramite la costruzione dei primi vasti sistemi fognari, che interessavano quindi gran parte della popolazione, non solo il palazzo del Re o dei magistrati. Come fece Servio Tullio, il secondo dei Tarquini di Roma e appartenente pure lui come i predecessori ai tiranni illuminati del sesto secolo, dai quali non si può espungere Policrate di Samo: celebre per aver portato acqua da un luogo all’altro dell’isola tramite una galleria di 1036 metri! E ancora il tiranno di Corinto, Cipselo, che fece scavare l’istmo che univa l’isola di Leucade al continente, per facilitare la navigazione, dunque i commerci. Commerci che, sotto il potere di questi “despoti” annullatori della democrazia, rifiorirono non perché i mercati furono lasciati liberi ma al contrario perché entrarono sotto stretta sorveglianza dell’uomo-stato, il quale impediva la cannibalizzazione delle attività da parte del più forte: quello che era accaduto prima dell’avvento dei tiranni e che accade nuovamente oggi, coi tiranni finanziari. Ecco chi furono in ogni epoca gli uomini forti, svolgevano opere imponenti ma per agevolare la vita dei propri concittadini, erano rudi, certo, ma avrebbero fondato il mondo classico le schiere di ciarlieri seduti sugli scranni a parlare delle loro rendite private e di come spolpare i beni pubblici? Il rinascimento, vanto dell’Italia, sarebbe stato possibile senza i despoti di casa Medici? Non credo proprio, e come loro tante altre gloriose famiglie italiane: dagli Sforza ai Malatesta, dai Gonzaga agli Estensi e ai Montefeltro, tutti immancabilmente signori, che in greco suona pressappoco come Tyrannoi.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Il “criptico” popolo dei khazari

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Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

Il “criptico” popolo dei khazari

Moltitudini di popoli si sono formati e disintegrati in ogni angolo del mondo ed epoca storica, ma la rapidità con cui, nelle steppe di quella che in antichità veniva chiamata Scizia, questi due processi si sono svolti, non trova riscontro in nessun altro contesto geopolitico. Le migrazioni costanti, perché tutto in suddette lande fu sempre incostante, ha finito col rendere le genti ivi transeunti araldi del mondo del caos, dell’indeterminato. Nemici giurati di ogni organizzazione stabile, i regni, spesso vasti imperi creati da queste genti riunite in “federazioni”, riuscivano sovente nell’intento di estendere il controllo su territori che, per l’esiguità demografica, facilmente raggiungevano un’estensione territoriale paragonabile a quella della Francia. E’ altresì vero che le genti delle steppe, controllando vastità semidesertiche, incoltivabili, furono sempre costrette al nomadismo piuttosto che alla residenza stabile. Per cui chi assurgeva a dominatore in realtà non faceva altro che crearsi una sorta di gigantesca riserva di caccia di uomini, animali e foraggio per questi ultimi. Questo fu sempre lo schema adottato da tutti gli imperi scitici fin da quando Erodoto li descrisse per la prima volta. Anche il modo di combattere delle genti di Scizia rimase identico fin dall’alba dei tempi; un tempo che in quegli incommensurabili spazi prese avvio con l’addomesticamento del cavallo, tramontando solo all’entrata in scena delle armi da fuoco. L’accoppiata cavallo-arco composito rimase quindi l’unica ma devastante arma di ricatto e minaccia nei confronti delle civiltà, intese nel vero senso letterale, dunque fondate sulle città, che erano sorte inevitabilmente nella fascia di clima temperato (dai terreni fertili) cingente l’intero globo: dall’Europa occidentale-Mediterraneo alla Mesopotamia, dall’Elburz iraniano all’India per finire poi all’estremo oriente cinese con i suoi immensi fiumi. Sovente le antiche cronache descrivono le sciamanti orde delle steppe intente a razziare i territori dell’altopiano iranico; celebre la fine di Ciro Re di Persia, ucciso in battaglia dalle orde di sciti guidate dalla regina Tomiri (e che diede la stura per la creazione del mito delle amazzoni). Più o meno negli stessi secoli, sempre col precipuo scopo di contenere i terribili guerrieri delle steppe, i cinesi innalzavano la grande muraglia. In seguito, a fare i conti con le cavallerie di questi nomadi saranno i romani, i quali sosterranno miriadi di epiche battaglie lungo tutto il bacino danubiano pur di frenarne l’impeto. A occidente della penisola di Crimea le genti delle steppe verranno chiamate sarmate, a oriente invece, in piena età imperiale romana, cominceranno a farsi largo, e dirette verso ovest, le orde uralo-altaiche-mongole; su tutte gli unni, che verranno a costituire il loro territorio di caccia, ripeto non impero, fin nel cuore dell’Europa occidentale. Senza dilungarci ulteriormente, onde giungere al nocciolo della questione, passiamo ora a descrivere il più bizzarro di questi assembramenti umani formatisi in quel vasto calderone che va dalle coste settentrionali del Mar Nero fino all’area subartica. Siamo nel VI secolo d.C. e ora a prendere il comando su un considerevole territorio di caccia è il popolo detto dei kazari. Questa gente risultò da una confederazione di popolazioni turche seminomadi che, come spesso accade nel mondo dell’eccelso caduco, si ribellarono ereditando i territori di un precedente impero, quello dei gokturk. Assieme a questi kazari, il cui nome in turco significa vagabondi, ed è tutto dire, partecipi della rivolta furono i bulgari del clan Duro, mentre a capo dei kazari troviamo il clan Ashina. Agli inizi del VII secolo i kazari entrano nella storia, la nostra, alleandosi con l’imperatore romano d’oriente Eraclio, durante la terribile guerra che quest’ultimo sostenne contro i persiani. In tale occasione gli arcieri montati kazari si mostrarono determinanti per la vittoria dei romani sui persiani. Nel 670 avvenne un altro grande colpo per l’affermazione mondiale dei kazari, la vittoria sui precedenti alleati bulgari, una parte dei quali rimase loro vassalla e relegata sulle rive del Volga. Ovviamente questi kazari oltre ad agglomerare i propri “cugini” si peritavano di ripetere lo schema di tutti i loro predecessori: sciamare a meridione in cerca di bottino. Anche quando gli attori del clima temperato cambiarono; la Persia sassanide era scomparsa ed al suo posto c’era il califfato omayyade, mentre i romani d’oriente avevano sloggiato definitivamente dal Caucaso, i kazari continuarono ad attaccare, questa volta l’emirato di Mossul. L’espansione irrefrenabile del territorio di caccia dei kazari si arrestò dapprima, per poi ridimensionarsi fino all’estinzione, soltanto a partire dal X secolo, quando subirono le prime rappresaglie da parte degli arabi che raggiunsero i territori presso la loro capitale Atil, posta sul Volga, saccheggiandoli. In seguito, da nord, sui kazari calarono i vikinghi rus che, conquistando definitivamente il centro politico di Atil, determinarono il crollo definitivo dell’impero. Com’era logico attendersi solo una popolazione nata nelle steppe, altrettanto inafferrabile, poteva surclassarne un’altra, e poi, una volta che i kazari avevano accettato un considerevole livello di sedentarizzazione il paradigma era mutato; infatti il semplice territorio di caccia era diventato un vero e proprio impero, con tutte le problematiche ad esso connesse: difendere il luogo dove fisicamente si accumulano le ricchezze frutto di secoli di razzie e prestigiose vittorie militari. Ma farlo risultava decisamente più difficile della semplice razzia, ed è stato questo il limite che tutte le genti delle steppe, al cospetto delle grandi civiltà del clima temperato, non seppero mai superare. Tuttavia i tempi stavano radicalmente cambiando anche a quelle latitudini; questo in virtù della forza civilizzatrice di Roma, che continuava a proiettare la sua legge anche dopo la fine politica del suo impero. Come una stella sì morta ma che emana la sua luce ancora per milioni di chilometri e di anni, nello spazio profondo, anche i riverberi degli allori dei cesari raggiunsero la capitale dei vikinghi rus di Kiev, Mosca, Novgorod, segnando per sempre il destino imperiale della Russia. Intanto i kazari, sottomessi dai principi cristiani di Kiev e successivamente scomparsi dalla scena anche come popolo, questo al tempo delle invasioni mongole, riuscirono comunque a lasciare una traccia sotto forma di criptica “rivendicazione territoriale” all’interno del nascente impero russo. Infatti: se nei primi secoli l’espansione degli Czar di Mosca poteva essere vista con piacere, dai “criptici khazari”, in seguito il radicamento dell’impero russo fu sempre più mal sopportato, e in questo malcontento la componente religiosa della discendenza khazara pare aver avuto un ruolo determinante. Anche i khazari, come tutte le genti turco-mongole, in origine seguivano il tengrismo, il culto del dio del tuono con consueto corollario di altre divinità minori; venuti a contatto con le civiltà classiche, e forse per identificarsi meglio, confinanti com’erano con i romani cristiani e gli arabi mussulmani, scelsero la religione ebraica tramite la figura del Khan Bulan, invitando i rabbini dell’Asia minore ad insegnar dottrina tra di essi. Lo studioso Arthur Koestler ipotizza che i kazari abbiano costituito la parte antica degli ebrei europei, detti ashkenaziti, in particolare quelli di Russia. Shlomo Sand, altro studioso di questo popolo, sostiene che la lingua parlata oggi dagli ebrei dell’est, lo yiddish, non proverrebbe dalla Germania ma dall’antico idioma gotico in uso nelle steppe tra la Crimea e il Caspio, il territorio dove era sorto l’impero khazaro. Ed è a questo punto che l’ipotesi della rivendicazione territoriale, da parte della popolazione ebrea russa, dell’impero dei khazari, non sembra più solo ipotetica ma comincia a prendere corpo. Soprattutto se si analizzano le biografie di chi compì la rivoluzione bolscevica, si scopre come essa sia stata pesantemente condizionata dall’elemento ebraico; ed è ormai ammesso anche dal mondo accademico tanto che: <<”L’85% del governo sovietico del 1917 era composto da ebrei, e questi fecero cose malvage al popolo russo”>>. Vladimir Putin, 13 giugno 2013. Fu proprio la giunta di Lenin, anch’egli ebreo d’altronde, a favorire la galoppante carestia d’Ucraina, che a cavallo degli anni ’20-‘30 seminò milioni di morti, tramite lo sterminio dei mugiki, i contadini russi, cristiani, che rappresentavano il vero motore dell’economia agricola dell’impero zarista. Furono Lenin e la sua giunta a scatenare le tremende purghe che affollarono i gulag siberiani. Si calcola che l’eroico popolo russo subì un genocidio ammontante a 50 milioni di vittime, nella fase comunista-leninista! E tutto questo ad opera di una minoranza ben organizzata che aveva nel culto dei padri, i kazari, la ragione di vita. A questi massacri va aggiunto l’altro delirante progetto, anch’esso purtroppo realizzato, almeno in parte: l’ateismo di Stato. In buona sostanza l’eliminazione, anche fisica, dei credenti cristiani o mussulmani, laddove non una sola sinagoga fu toccata dagli abbattimenti. Tutto questo pur di riconquistare i territori dell’antico impero dei khazari all’”usurpatore” russo; ecco cosa spingeva gli intellettuali di religione ebraica, in buona sostanza discendenti degli antichi turchi convertiti alla religione di Gerusalemme, a perseguire in maniera demoniaca gli indigeni russi. Tale progetto “messianico”, in via di realizzazione, fu arrestato, paradossalmente, dall’altrettanto sanguinario successore di Lenin, il georgiano Stalin, il quale provvide ad espellere i sionisti khazari dal PCUS per poi eliminarli fisicamente; dando origine, sotto il suo regime, al vero comunismo russo. Prima si trattò solo di un esperimento, crudele, atto ad eliminare un popolo pur di far risorgere un mondo finito 800 anni prima.

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

L’ETERNA MINACCIA

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Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

L’eterna minaccia

Esistono in natura, e nella società umana ancor di più, soggetti che fanno della provocazione uno stile di vita. Non si fermano fino a quando non sono riusciti nell’intento di scatenare, nella vittima, una reazione che spesso, a seconda della gravità delle provocazioni, la si può definire addirittura sacrosanta: fatto sta che comunque, ottenuta questa reazione, il ruolo delle parti è capovolto tramutando il provocatore in offeso e la, vera, vittima in carnefice. A che scopo tutto questo? Ovvio, per frodare denari! Vuoi tramite costituzioni di parte civile, per ciò che concerne le miserie dei privati, oppure, quando si tratta di entità politiche statali, ottenere un pretesto utile a scatenare una bella guerra “giusta” che possa legittimare il furto dei possedimenti altrui. L’istituto dello iustum bellum, (o meglio della sua manipolazione) risale alla notte dei tempi. Ogni sovrano di città stato pur di accaparrarsi le ricchezze dei propri confinanti si inventava ogni sorta di fesseria: dai confini che Dio avrebbe tracciato in una ipotetica alba dei tempi, il caso di Israele con la Palestina, e che non ricalcavano la situazione del momento perché sui territori rivendicati era già presente un altro popolo; oppure, addirittura, per  giustificare l’intervento armato utile a lavare l’onta di un offesa al sacro talamo principesco, il caso della guerra di Troia. Più recentemente accade lo strano fenomeno che vede dei dittatori sanguinari insediarsi in tutti i luoghi del mondo ricchi di preziosissime e abbondanti risorse minerarie: Iraq, Iran, Russia, Venezuela, Siria, Libia, Congo ecc. E che caso! Tutti lì son situati i “sadici” despoti? Che gente pericolosa per la democrazia mondiale, soprattutto occidentale, questi dittatori così nazionalisticamente egoisti, che utilizzano le risorse del suolo patrio per il benessere dei propri “sudditi” arrogandosi il diritto di farli studiare, lavorare, spesso in imprese pubbliche, di pagare assegni familiari per incrementare, (o almeno a mantenere entro livelli utili da tener lontano lo spettro dell’estinzione) le nascite di tutta la popolazione autoctona. Ma tutto questo stride con i dettami del Mercato! E’ ovvio, l’utile di tutti, o della maggioranza di una popolazione, risulterà sempre contrario rispetto alle leggi che i potentati economici si sono fatti per loro profitto; in buona sostanza gli unici diritti dell’uomo vigenti nel mondo occidentale. Lo stato sociale spende miliardi per rendere partecipi un numero cospicuo di non abbienti alla crescita nazionale. I vangatori del Kentucky, durante il New Deal, hanno aperto canali e creato dighe di irrigazione in favore di una galassia di piccoli agricoltori, cosa che una azienda privata, sia pur grande non avrebbe mai fatto, anzi, al contrario avrebbe incrementato la carestia. Questo perché secondo le leggi della concorrenza il privato ha l’obbligo “morale” di indebolire l’avversario, sia esso in atto o potenziale. Solo uno Stato che ha a cuore il benessere di vasti strati della popolazione ha interesse a rendere produttive altrettante vaste aree agricole. Identicamente a come si comporta il capitalismo nelle guerre commerciali, fare terra bruciata, si muove una Repubblica che non è più tale, governata com’è da potenti lobbies di bottegai: nient’altro che un’oligarchia votata a conquistare i prodotti grezzi del suolo del “nemico” oppure i suoi mercati. Questa è la logica delle cosiddette sanzioni economiche, nient’altro che prodromiche al raggiungimento della guerra di “liberazione”, tradotto: futuro profitto economico garantito alla potenza tracotante ma di sicuro non morale.

Gli anglosassoni ridussero allo stremo il Giappone, dopo averlo costretto a un secolo di apertura al commercio internazionale, (in buona sostanza ad acquistare le eccedenze di produzione che già sul finire del XIX secolo rappresentavano l’alba di un problema che sfocerà nel crollo borsistico del 1929). Senza più risorse, perché ormai dipendente dall’estero per il sostegno alla sua modernizzazione, l’impero del sol levante fu costretto ad entrare in guerra contro gli angloamericani, da vittima a carnefice. Altro caso esemplare riguarda la fine che hanno riservato all’Italia. Prima annichilita dalle sanzioni economiche, a seguito della conquista dell’Abissinia: e vorrei sapere per quale motivo ai francesi fu concesso di mutilare le mani ai neri della Costa d’Avorio se non raggiungevano la quota giornaliera di raccolto del cacao, agli inglesi di prendersi un terzo delle terre emerse schiavizzando milioni di esseri umani, ai belgi di operare il genocidio di congolesi, oltre 12 milioni! Mentre all’Italia che si annetteva un altipiano fu riservato l’embargo! E’ ovvio che: chi osa ribellarsi al regime massonico liberale, e l’Italia fascista aveva osato farlo chiudendo tutte le logge sul suo territorio nazionale, subisce l’inversione dei ruoli. Attacco, provocazione, ed attesa della risposta, ma non prima di assicurarsi che l’avversario sia già bell’è cotto dalle sanzioni. Dopo la seconda guerra mondiale fu davvero un gioco da ragazzi, per gli angloamericani, continuare il giochetto. I dollari trafugati da Batista, e mai più restituiti al popolo cubano, legittimo proprietario, provocazione che causò la rivoluzione castrista. E poi Allende, tolto di mezzo perché s’era tramutato in un pericoloso socializzatore delle ricchezze nazionali. L’ormai secolare instabilità politica venezuelana, la condanna per la repubblica bolivariana, consiste nel fatto di galleggiare sul petrolio. E se le cose furono facili per ciò che concerne il Sudamerica tutt’altra storia è il confronto con le secolari nazioni dell’Est: Russia e Cina. Con queste due la potenza talassocratica per eccellenza non ha trovato ancora la misura, il giochino delle sanzioni non vale, il mondo grazie a Dio è ben più vasto della tracotanza statunitense, per cui i russi potranno continuare a “campare” vendendo all’Asia il loro gas naturale. Ne vedremo delle belle, di sicuro il mondo melting pot è giunto al suo tramonto, e con esso anche l’economia di mercato libero, dove per libero si deve intendere il dominio della superclasse internazionale sui popoli. Quella superclasse che si è servita delle socialdemocrazie per distruggere il mondo tradizionale dei popoli europei, sostituendo le rivendicazioni sociali dei più deboli con l’importazione del continente africano in Europa; e ancora, regalando il patrimonio pubblico, frutto di secolari sacrifici di intere comunità, a privati che, non sapendo cosa farne, si sono limitati a spolparlo per poi rivenderne quel che restava a loro amici internazionali. Forse tutto questo era già in embrione quel lontano 1889, a Parigi, nella seconda internazionale? Era previsto già all’epoca che un giorno nel socialismo vi sarebbe confluito il libero mercato, realizzando il paradiso senza frontiere, con un proletario multietnico ed una beata superclasse, anch’essa rigorosamente internazionale, che lo guida? Come detto, mi sa che qualcosa comincia ad andare storto a questi visionari, i popoli reagiscono all’estinzione, ed avranno la loro vendetta, a breve.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

“Parenti” serpenti

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Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

“Parenti” serpenti

Diciamolo con franchezza (e visto di chi parleremo è quanto mai appropriato tale aggettivo) i nostri vicini di casa, coloro che abitano oltre le Alpi Cozie e Graie, sono antipatici oltre ogni misura. L’arroganza delle genti galliche non ha limiti, soprattutto per via della sedicente superiorità che mostrano nei confronti dei “cugini” italiani; e al proposito vorrei sapere perché saremmo cugini di quelli lassù. Comunque, lasciando da parte presunte parentele veniamo ai dati oggettivi che confermano, in questo periodo, la secolare arroganza dei transalpini nei confronti di tutto ciò che proviene dall’Italia. L’ennesimo presidente della repubblica francese, massonica per antonomasia, si sta prodigando e meglio dei suoi predecessori Hollande e Sarkozy, nell’eliminare dalla scena politica nordafricana quel poco che era rimasto degli interessi italiani. Gioco facile quando si ha a che fare con la pochezza diplomatica della seconda repubblica italiana, non solo, quella testa Macron di Attali ha rincarato la dose mettendo in discussione il controllo dei cantieri navali di Saint Nazaire, nella Loira atlantica, che erano stati precedentemente assegnati all’italiana Fincantieri, vincitrice dell’appalto. E’ chiaro ed evidente, anche a noi che siamo lontani dagli avvenimenti, come anche questo affare rientri nell’operazione africana: ai francesi fanno gola, e non da ora, le immense risorse minerarie del sottosuolo libico che l’accordo concluso da Berlusconi e Gheddafi garantiva all’italiana ENI. La guerra contro il colonnello ed il suo clan ha devastato la Libia, certo, ma era commercialmente rivolta contro l’Italia, rea, agli occhi delle campionesse di “democrazia liberale”, Francia e Inghilterra, di voler ricavarsi, ancora una volta, un posto al sole.

Non siamo in vena di revanscismi, quelli lasciamoli ai francesi, che sono ancora incazzati per essere stati sotto dominio romano per 600 anni, chiediamoci piuttosto per quale motivo i transalpini mostrino la propensione a fare tabula rasa intorno al pentagono francofono; un atteggiamento deleterio per loro stessi dato che, incapaci come sono di rendere partecipi i loro alleati, alla fine soccombono sotto il peso della loro tracotanza. Infatti, non si spiega per quale motivo insistano tanto a voler cacciarci dalla Libia; in fondo il fabbisogno energetico francese è ben compensato dai 58 reattori nucleari di cui dispone la Republique. Non si vede tutta questa necessità di accaparrarsi un territorio che per loro è oggettivamente secondario, allorquando la TOTAL trivella dappertutto nei territori dell’ex impero coloniale francese, che tanto ex in fondo non lo è; senza dimenticare che è presente anche in Italia, in Lucania. A questo punto è lecito porsi delle riflessioni come questa: L’esercito francese, che per volere del ridanciano Sarkozy e del pony express Hollande, si è insediato negli stati dell’Africa Occidentale, dal Niger al Mali, dal Camerun al Senegal e fino al Ciad, ufficialmente per combattere il terrorismo, in realtà controllano anche i luoghi di assembramento dei cosiddetti “migranti” e le piste del deserto percorse giornalmente da migliaia di questi. Ergo, direbbero coloro che ne sanno più di me: Ma sti soldati dell’armee i “migranti” africani li controllano o li guidano verso una Libia che loro stessi hanno distrutto? Che tutto questo, l’invasione dell’Italia, non sia altro che un’arma per costringere la nostra nazione a cedere i giacimenti libici? Vuoi vedere che se lasciamo ai francesi il controllo “total” del petrolio delle sirti qui non sbarca più nessuno? Supposizioni, sia chiaro, noi siamo, lo ripeto, lontani anni luce dai centri di potere, non possiamo che formulare delle ipotesi. Ma certo sono meno cervellotiche degli atteggiamenti usuali, direi storici dei francesi. Si evince infatti, guardando a ritroso nei secoli, nel comportamento degli intellettuali d’oltralpe, la pretestuosa vis polemica contro la latinità che pure impregna tutto il mondo transalpino.

Sono teneramente comiche le “gesta” dei giuristi dell’epoca di Filippo il Bello (uno degno dei presidenti attuali, si direbbe il capo di stato francese tipo) nella fattispecie un certo Jean Quidort, in Italia noto come Giovanni da Parigi; domenicano, ma al servizio del suo re, per cui in polemica con il papato visto già come potere italiano sull’Europa, non dunque come ente sovranazionale, ecumenico. Nel suo De potestate regia et papali si inserì nella logomachia che interessava gli aristotelici e gli agostiniani; i primi pro Stato, dunque umanità, i secondi pro Pietro, dunque in favore di Dio. Cercando di trovare armonia nelle due istituzioni è riuscito ad inserire il curioso commento riguardante la situazione particolare di cui godrebbero i francesi. A dire di Giovanni da Parigi: Poiché i franchi sono arrivati dopo la fine dell’Impero romano, non sono mai stati soggetti al dominio dell’Urbe, per cui non devono ora (parliamo del ‘300) piegarsi alla teocrazia proveniente dal Tevere. Non voglio che questo intervento sia incentrato sulla polemica con un monaco francese del quattordicesimo secolo, gli interventi del 118 serbiamoli per cose più serie. Ne ho fatto cenno perché è esemplare della mentalità gallica, e ripeto gallica, perché comunque è un esercizio utile dire anche qualcosa riguardo alle antiche frustrazioni che serbano in cor li franzesi. Dunque, pur di sottrarsi ai debiti contratti col mondo romano, latino, italico, i francesi sono disposti addirittura ad abiurare alle loro origini! Infatti, ad onor del vero, i franchi risultano dall’unificazione di antiche tribù germaniche che vivevano in uno stato di seminomadismo nelle regioni tra il basso Reno e l’Elba, parliamo dunque di quel territorio che i romani avevano denominato Germania pacata; ossia fuori del limes ma comunque soggetta a Roma, la quale sceglieva i sovrani locali a lei comodi, che spesso vi operava coi propri eserciti per evitare la formazione di coalizioni di tribù: insomma, un dominio paragonabile a quello statunitense sull’odierna Europa. Dunque, con buona pace per Giovanni da Parigi, pure i suoi franchi erano soggetti ai capitolini, ma c’è di più: Gli stessi franchi, quando si mossero alla conquista della Gallia, erano la minoranza rispetto anche alle altre genti germaniche, quali i burgundi e gli alamanni, che pure avevano intrapreso lo stesso cammino. I franchi furono semplicemente più abili ad imporsi sui rivali, e lentamente costruirono il loro dominio, ma in realtà l’assetto etnico non fu modificato poi tanto, dato che gli invasori non superavano il decimo dell’intera popolazione di Gallia. Oggigiorno invece, forse resisi conto che di franco hanno solo il nome, gli storicisti francesi tendono a recuperare il contatto coi loro veri antenati, le genti celtiche (il celtismo è una moda in vigore tra quelli che ne sanno poco o niente di antiche cronache) ma lo fanno sempre a modo loro. Un altro esempio: Recentemente è stato trasmesso dalla nostra Tv pubblica un documentario francese nel quale si sosteneva che i galli parisii coniavano monete ben prima dell’arrivo dei romani. Lo storico locale mostrava orgoglioso, in favore di telecamera, una di queste monete: su una delle facce c’era impressa una croce! In realtà era evidente, e non solo ai più esperti, che si trattava di un obolo d’età capetingia, parliamo del X secolo d.C.! A questo punto credo che la storia retroattiva sia una materia antitaliana studiata negli atenei francesi. Eppure era questa la patria di Pierre Grimal, grande studioso della romanità, un vero, nobile maestro per chi scrive; grazie ai suoi lavori ho potuto conoscere l’anima del mondo classico, di come un villaggio di pastori situato sul Tevere abbia dato le leggi alle genti più disparate e selvagge; unificandole all’ombra degli allori dei cesari le ha chiamate a costruire insieme il mondo dell’altruismo, la communis patria umana. Altro che i bottegai egoisti del nostro tempo, dove tutto è nella forma Macron, ma nella sostanza micron.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

BBB-B

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Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

BBB-B

Evviva! Al tridente d’attacco delle tre B pro invasion: Bergoglio, Bonino, Boldrini, si è aggiunta la quarta B, Boeri. Anche il presidente dell’INPS ha magnificato, recentemente, le virtù propedeutiche degli immigrati: “Senza il loro apporto contributivo le casse della previdenza sociale mancherebbero di ben 38 miliardi!” Per uno che proviene dal Fondo Monetario Internazionale è logico parlare in termini di bilancio commerciale; d’altronde sopra tutti i popoli e i governi, del moribondo mondo occidentale, regnano i mercanti; e questi ultimi non solo vengono accolti nel tempio e nessuno si degna di rimproverarli, figuriamoci cacciarli, ora vi comandano pure. Poi, se uno Stato è ridotto come una massaia del primo ‘900, la quale doveva far quadrare i conti di famiglia con il solo stipendio di suo marito, è ovvio che si ragioni in questi termini, ossia: aumentare il numero dei contribuenti per poter pagare le pensioni degli anziani. Però, a questo punto uno si chiede: Anche i figli di Visnù e Mohammed un giorno diverranno anziani, ed allora che faremo? Chiameremo altri milioni di afro-asiatici affinché paghino le pensioni agli immigrati di prima generazione? E in seguito altri milioni per pagare pure i secondi: di questo passo l’Italia e l’intero continente europeo saranno popolati da miliardi di persone! Si sono mai chiesti quanti miliardi di euro costerebbe la sostituzione etnica nel vecchio continente? Spesso, soprattutto negli ultimi anni, alla luce dell’invasione della penisola detta, ancora per pochi anni, italiana, i più sensibili alla causa identitaria e cosiddetta sovranista (quelli che i sinistri, per intenderci, definiscono: populisti!) hanno citato il passaggio del Danubio ad opera dei goti nell’anno 376 d.C. come l’inizio della fine. Il paragone è quanto mai calzante; Giordane, che era uno storico goto, quindi non lo si può definire come populista, ante litteram, scrisse che tale permesso di entrare nelle terre imperiali costituì: “La fine della fame per i goti e della sicurezza per i romani”. Aveva ammesso che i suoi connazionali, in seguito alla pressione militare unna in tutta l’Ucraina, luogo dell’antico regno goto, erano stati costretti a migrare verso sud. Dopo anni di stenti s’erano ridotti a cercare ospitalità nelle civili terre imperiali romane, entro le quali portarono, inevitabilmente, l’instabilità sociale. Difatti, dopo solo due anni, i goti accolti entro le frontiere si ribellarono alla legge del moribonda Romania e sconfissero l’imperatore Valente ad Adrianopoli. Ed era solo l’inizio, nel giro di un secolo distrussero l’intero impero d’Occidente. Ora, ai mercanti, di questi ricorsi storici non gliene cale un bel niente. Quella è gente che di memorie se ne infischia. Bisogna pensare al profitto, e che esso sia il più possibile immediato! Una civiltà è già morta nel momento in cui i suoi stessi figli non la riconoscono più come tale, non c’è bisogno dello straniero a determinarne la cancellazione. Altro discorso però è quello legato alle vestigia del vecchio mondo, che in teoria dovrebbero essere salvaguardate, se non altro per interessi economici (dato che sono questi gli unici a cui tengono) ma basta vedere come sia stato ridotto il territorio italiano per renderci conto che non riescono a gestire nemmeno una rendita, e che rendita! Quelle che erano le feconde glebe cantate dal Petrarca, sono oggi sodomizzate da migliaia di pale eoliche, a cui si aggiunge il consueto rito estivo della devastazione del patrimonio forestale tramite incendi. In tutto questo contesto “bucolico” la nascita di bidonville multietniche, in tutte le periferie delle città italiane, non può che rappresentare un “arricchimento culturale” del nostro panorama. Umilmente, noi di onda lucana vorremmo aggiungere ancora una considerazione, da ignoranti quali siamo: i goti sono stati certamente i distruttori del mondo romano ma si limitarono ad abbatterne la struttura politica. In realtà ogni goto anelava a diventare romano, a cominciare dal Re Teodorico e sua figlia Amalasunta. All’interno della cerchia dei notabili goti il partito antiromano era stato progressivamente isolato dagli stessi consanguinei, ormai nella stragrande maggioranza dei casi propensi alla fusione coi latini, con conseguente abbraccio senza condizioni della civiltà romana. Paradossalmente fu proprio la guerra che gli mossero gl’imperiali d’Oriente a rinazionalizzare le virtù guerriere dei goti. Oggi tutte queste genti che BBB-B vogliono in Italia, non aspirano per niente a diventare italiane, non ci tengono proprio ad apprendere i canoni della nostra civiltà; d’altronde, come detto prima, se gli stessi autoctoni la disprezzano per quale motivo l’Abdullah di turno dovrebbe abbracciare La Divina Commedia? Che lui tra l’altro giudica blasfema e che sogna di mettere all’indice!? Come pure sogna di dar fuoco alle nostre vanità. L’intero patrimonio artistico, non solo italiano ma dell’intera Europa, è costituito al 90% da raffigurazioni di esseri animati, dunque contrari al Corano, perciò da eliminare. Sappiano, i ragionieri al potere, che dar fuoco alla Venere del Botticelli, o scalpellare la volta della cappella Sistina, valgono tanti miliardi di PIL in più rispetto ai 38 di cui si paventa la perdita senza l’apporto di questi salvatori d’oltremare. Stessa sorte, avvinta nei coranici fumi neri, spetterà al Louvre, e con essa alla piramide massonica lì presente; unica opera autenticamente dei nostri “cugini” francesi, dato che il resto di quel museo, il più grande del mondo, l’hanno allestito grazie al furto del nostro patrimonio artistico. E oggi, dopo aver computo il capolavoro di devastare l’Africa occidentale, ultimo in ordine di tempo la distruzione della Libia, hanno spinto settecentomila africani a giungere in Italia; L’ultimo sole prima di Adrianopoli è sorto.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

L’Ordine tradizionale

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Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

L’Ordine tradizionale

Una delle leggende riguardanti la fondazione di Roma descrive la fusione tra i popoli latini e sabini a seguito del famoso ratto delle fanciulle, poste sotto l’autorità politica del Re sabino Tito Tazio, da parte di Romolo e dei suoi compagni di guerra. Tuttavia i diversi livelli che compongono questo e la maggioranza degli antichi racconti ci narrano più cose in una. Al di là dell’episodio in se si intravedono le forme di una società semplice nella forma ma sufficientemente articolata nella sostanza, tanto da farci intendere di avere a che fare con popolazioni che avevano già in potenza, e in modo esclusivo rispetto al resto dell’umanità, quello che si chiama costituzionalismo e con esso il repubblicanesimo.

Per intenderci, l’ordine tradizionale sul quale si basavano queste popolazioni, dette indoeuropee, era costituito dalla cosiddetta tripartizione delle funzioni: una struttura sociale che si rivelerà in futuro come la migliore base per costruire le più articolate organizzazioni politiche umane. Georges Dumézil, il grande accademico di Francia rimane ancora oggi il più proficuo studioso di tale tripartizione indoeuropea, che vedeva posta, al suo vertice, il sovrano investito di poteri mistici, sacri e pontificali. Una convinzione rafforzata dal fatto che questi Re, nella quasi totalità dei casi, erano figli di divinità. Romolo è uno di questi semidei; eroe e fondatore eponimo di un mondo nuovo, nuova Urbs. La sua peculiarità sacrale si mostrò agli uomini nella funzione dell’augurato quando, all’atto che precedette la fondazione, interpretò il segno di Giove rappresentato dai dodici avvoltoi: aveva dimostrato di saper dialogare con gli dei. Non aveva smarrito il contatto originario col mondo dal quale una parte di esso discendeva, dato che il padre era nientemeno che Marte. A questo Re, potente, era sottoposta la seconda funzione, quella guerriera, rappresentata nel caso in questione dai 300 celeres, il nucleo degli imbattibili e migliori guerrieri sacri del nascente stato romano. A questo punto, e qui torniamo al mito, mancava per il completamento dell’ordine di Roma la terza funzione, quella produttiva. E qui le cose si facevano più complesse perché questa terza funzione, nei suoi vari aspetti, era del tutto assente nei romani ma presente in un altro popolo, i sabini. Confinanti coi romani, questi sabini avevano la ricchezza che certo non esitavano ad ostentare, a cominciare dal loro Re Tito Tazio che pure in guerra usava cingersi le braccia di monili d’oro. A Romolo e ai suoi, che contrapponevano ai sabini la virtus, un vocabolo che indica molte cose nella lingua latina, ma che nei tempi arcaici indicava soprattutto la forza virile e la lealtà, interessava l’altra grande ricchezza dei sabini, la più importante di tutte: le loro figlie. E’ noto come andò a finire, i romani compirono la razzia più famosa della storia scatenando l’ovvia vendetta del popolo della terza funzione, i sabini, che entrarono in guerra coi romani. Al riguardo notiamo come già i poeti e gli annalisti antichi evidenziassero le differenze, nel modo di combattere, tra i romani e i sabini mostrando Tito Tazio come il tipico ingannatore: l’uomo ricco è per antonomasia corruttore, non sa cosa significhi il valore guerriero, anzi, l’unico valore che conosce è quello del denaro per cui gli riesce facile abbagliare, con l’oro che porta addosso, l’ingenua figlia di Tarpeo (una delle poche donne tra i romani) che, innamoratasi di lui apre la porta che si affaccia sulla rupe (che dalla sventurata fanciulla prenderà il nome Tarpea) facendo entrare i sabini dentro l’Urbe. La punizione per la ragazza accecata dall’oro e dall’amore per lo straniero è tremenda: muore soffocata dagli scudi e dai monili scintillanti dei sabini. Costoro, una volta effettuata l’irruzione dentro l’Urbe, si scontrano con i romani che intanto si sono asserragliati nel luogo che sarà il Foro. Qui la mischia si accende furiosa fino al culmine, grandioso, che vede l’epica risposta del mondo della virtù, proprio della prima funzione; Romolo ad un tratto stende le palme delle mani al Cielo, invoca il Padre degli dei affinché offra sostegno ai romani, poi scaglia le sue lance sui nemici provocando la seguente rotta dei sabini, così la battaglia volge in favore dei capitolini, fino alla separazione dei contendenti ad opera delle novelle spose, ormai romane. Il Re mago Romolo, così viene definito dal Dumézil, ha computo la sua opera. La leggenda mostra come già da questi arcaici tempi la rotta indicata per il mondo occidentale miri al primato della forza, sia essa politica che militare, sulla funzione produttiva; inoltre, che questa “direttiva” da tramandare ai posteri debba essere sempre confortata dalla pietà per i numi. Concetti eternati dalla millenaria esperienza romana in tutte le realtà statali dell’Europa: Che le opere, il lavoro, siano subordinate alla podestà del Re-sacerdote e del combattente. Che tale ordine abbia trovato giustificazione persino nelle opere filosofiche, quali la celebre Repubblica di Platone, ci fa comprendere come fosse radicata, nella coscienza dei popoli europei, l’arcaico ordine che prevedeva i tre livelli: il filosofo, in sostituzione del sacerdote (ma in fondo entrambi, secondo la visione ellenica, svolgono la stessa funzione pontificale tra l’uomo e la verità) il guerriero e il produttore. Ma c’è dell’altro da aggiungere riguardo a tale etica indoeuropea, infatti sullo stesso piano giuridico-morale si muovevano le leggende di altri popoli indoeuropei, quali le genti germaniche. Così come della tripartizione delle funzioni, anche per ciò che riguarda gli studi di comparazione tra le civiltà di comune ceppo indoeuropeo dobbiamo essere grati a Dumèzil. Dunque, come per le loro consanguinee finite nel mediterraneo, pure i germani avevano storie che parlavano di conflitti tra i popoli virtuosi e quelli operosi. Snorri Sturluson, poeta e politico islandese vissuto a cavallo dei secoli XII e XIII, ci ha tramandato le antiche leggende scandinave che parlavano di divinità Asi e Vani. I primi avevano come Re Odino, il grande mago che tramite le rune guidava gli elementi della natura, come Giove per i romani; al suo fianco restava, in ogni occasione, il Dio Porr, o Tohr, dio guerriero. Come è facile intuire questi due rappresentavano, rispettivamente, la prima e la seconda funzione. Ad essi si contrapponevano i secondi, i Vani, dei del lavoro e della fecondità quali: Njordr, Freyr e Freya. Snorri antropomorfizza a tal punto queste divinità da individuare i loro regni in luoghi geografici ben specifici e raggiungibili da ogni uomo, infatti li fa dimorare nei pressi delle foci dell’attuale Don; qui l’antico poeta situa la leggendaria Asgard, la città-palazzo di Odino, nei suoi pressi situa il Vanaland, i territori degli dei produttori. Anche tra questi due popoli di dei si accende la battaglia; i Vani attaccano inviando la strega Gullveig, che vuol dire ebbrezza dell’oro, nella reggia di Odino; gli dei Asi la bruciano più volte ma rinasce di continuo. Alla fine Odino, scagliando la sua lancia magica, mette in fuga i vani. Ora, sia nel caso romano che in quello germanico, la vittoria non è mai completa per una delle parti, certo, alla fine trionfano gli Dei-uomini delle prime due funzioni, ma in buona sostanza si tratta di una fusione delle tre parti, destinate così a completarsi a vicenda e supportarsi per la creazione di un ordine duraturo e stabile all’interno delle società; purché, come detto sopra, si conservi il potere nel sovrano-sacerdote. Un sovrano che da subito, comunque, effettuata la fusione con gli elementi produttivi, inizia quel processo che potremmo definire di laicizzazione, perché dismette gli abiti sacerdotali per occuparsi esclusivamente di politica; accade questo nella Roma arcaica dei Tarquini, senza tuttavia interrompere l’accordo all’interno della prima funzione (per questo bisogneremo attendere la lotta per le investiture tra papato ed impero). Naturale a questo punto concludere accennando alla pericolosità della deviazione da questo ordine tradizionale, o meglio del suo capovolgimento con conseguente dissoluzione della prima funzione. Oltre all’ateismo dilagante nessun sovrano infatti è ormai capo della Chiesa, eccetto in Gran Bretagna (ma con modalità che privano il sovrano di ogni potestà che vada oltre l’atto notarile). Inoltre, che è facile intuire come la funzione produttiva, il capitalismo e poi l’alta finanza, abbia preso il sopravvento sulle altre due con grave danno per i popoli e le forze stesse della produzione! Anch’esso è un destino segnato dalla dinamicità sociale che caratterizza da sempre i popoli europei!

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Il CONTE

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Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Il conte

Dalle cuspidi di antichi monti, sbriciolate dalla millenaria erosione, si è formato un altipiano di detriti che fanno da letto alle rimanenti vette. Intorno a queste l’operato degli uomini ha ricavato un sentiero che si inerpica su ciò che resta del complesso roccioso di Bahistun. Questo luogo situato a 525 km a ovest di Teheran, ritenuto sacro per gli antichi sovrani di Persia, suscitò facili suggestioni negli uomini europei dell’800 i quali, animati all’epoca dalla fiorente espansione scientifica e romantica, si spinsero su questi ed altri luoghi al limite dell’accessibilità pur di soddisfare la domanda delle domande: Chi siamo, e da dove veniamo. Intorno alla metà di questo secolo, fatidico per il progresso, a percorrere simile sentiero polveroso, seguendo le ombre del conquistatore Alessandro, vi fu anche l’ambasciatore di Francia, il conte Joseph Arthur De Gobineau che qui, ai piedi delle rocche naturali di Bahistun, non solo esaudì le personali curiosità intellettuali ma addirittura vi ricevette la sua illuminazione. Fu coadiuvato in questo percorso di “illuminazione” dal fatto di avere al suo seguito, nella spedizione, alcuni studiosi, anch’essi ovviamente europei, dediti allo studio di quei caratteri cuneiformi con i quali risultava scritta una lingua che, come per il geroglifico egizio, era stata riscoperta più o meno negli stessi anni. Nello specifico, per ciò che riguarda le iscrizioni di Bahistun, il merito di aver compreso cosa ci fosse scritto va dato a Henry Rawlinson, un ufficiale della Compagnia Inglese delle Indie Orientali assegnato allo Scià di Persia e che, per l’appunto, nell’anno 1835 ne effettuò la codificazione. Alcuni anni dopo, dicevamo, si inerpicava sugli stessi accidentati sentieri lambenti vertiginosi burroni, il suddetto conte con le sue guide e amici. Ciò che comprese il De Gubineau, in più rispetto allo studioso inglese, fu il senso profondo, il significato recondito di quelle iscrizioni. Particolare che rasentava la sindrome di Stendhal si dimostrò la lettura della firma di chi aveva fatto scolpire quelle rocce; si trattava del sovrano persiano della famiglia achemenide, nientemeno che Dario I, il quale aveva fatto incidere la seguente frase: “Io Dario, il gran re, ario di stirpe aria”. Il conte, spossato dalla fatica come il profeta di un mondo nuovo sottoposto da Dio alle tipiche fatiche che forgiano i rivelatori, (premonitore del letterario Zarathustra), sconvolto dall’iscrizione lascia a noi posteri queste considerazioni: “Mentre atterrisce lo spirito, questa sciagura riserva qualcosa di così misterioso e grandioso, che il pensiero non si stanca di considerarla, di studiarla, di rivolgersi attorno al suo segreto”. E’ chiaro che siamo di fronte a un uomo che prova forti sensazioni, gli si disvela una nuova concezione del mondo e della storia delle genti. Ma cos’è questa sciagura di cui parla? Per la prima volta si tenta di associare temi legati alla spiritualità dei popoli, spiritualità intesa come stratificazione culturale che crea l’anima di una nazione, con le implicazioni di carattere biologico. D’altronde era naturale che si sarebbe finiti a questo modo.

La contemporanea ricerca darwiniana, nello stesso periodo, stravolgeva concezioni millenarie; si passava dal creazionismo all’evoluzionismo, il che implicava la conseguente lotta tra le specie per l’affermazione su questo mondo. Simile rivoluzione aveva instillato nella classe intellettuale più evoluta del globo, che era quella europea, la convinzione che lo stesso fosse accaduto anche fra le genti umane. Infatti, prima di Darwin la superiorità culturale, che comunque s’era dimostrata sempre appannaggio degli europei, rientrava nelle categorie dello spirito. Secondo il grande magistero antico romano e cristiano tutto si riduceva all’educazione dei popoli meno civilizzati, perché il mondo classico riconosceva in tutti gli uomini la capacità di poter elevarsi allo stesso livello dei colonizzatori; dopo l’illuminismo, il positivismo, il darwinismo, ciò divenne inconcepibile: il razzismo biologico era ufficialmente entrato nella storia e, sia ben chiaro, divenne patrimonio delle potenze democratiche liberali anglosassoni. Per la prima volta si cominciò a pensare che determinate popolazioni non potessero svolgere la scalata della civilizzazione perché irrimediabilmente compromesse da un loro deficit biologico. La Constitutio Antoniniana, cittadinanza a tutti i sudditi liberi dell’impero romano, in quel XIX secolo divenne non solo inapplicabile ma nemmeno concepibile. De Gobineau si precipitò, in seguito alle turbe ricevute sui monti di Bahistun, ad abbozzare le prime righe del suo lavoro letterario capitale: “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane”. Si chiedeva, in quelle pagine, come mai vedesse affollarsi per le vie di Teheran un turba di fellah dove c’erano un tempo i dominatori ariani dell’Asia? A suo dire, l’angoscia suprema era da addebitarsi alla mescolanza di sangue dei conquistatori con i dominati, da cui derivava il conseguente depauperamento dei valori biologici e spirituali che nel corso di secoli, se non anni, aveva portato alla fine della stirpe dei dominatori e, naturalmente, della civiltà che portavano. Celebre la sua lapidaria considerazione, sempre estrapolata dal suo saggio capitale: “Io mi credo ora provvisto di tutto il necessario per risolvere il problema della vita e della morte dei popoli, e dico che un popolo non morrebbe mai se restasse eternamente costituito delle medesime componenti etniche. Se l’Impero di Dario avesse ancora potuto mettere in linea, alla battaglia di Arbela, dei veri Persiani, dei veri Ariani, se i Romani del Basso Impero avessero avuto un Senato ed un esercito formati da elementi etnici simili a quelli che esistevano al tempo dei Fabii, i loro dominii non avrebbero avuto fine, e finché avessero conservato la stessa integrità di sangue, Persiani e Romani avrebbero vinto e regnato”.

Al di là del razzismo, che non tange minimamente chi scrive, sia chiaro! Queste considerazioni, dato l’attuale rischio dissoluzione dei popoli europei, credo meritino una riflessione seria, senza isterismi di parte. Dopotutto è palese e oggettivo vedere nella fusione di genti la creazione di un altro mondo rispetto al precedente. I popoli si formano in seguito a sinecismi, a migrazioni, a guerre… e gli equilibri, le stabilizzazioni, si raggiungono dopo secoli se non millenni, sempre nel caso si raggiungano. Basti vedere cosa accade in Egitto a quella che oggi è la perseguitata minoranza copta, e che in passato formava la popolazione del glorioso primo Stato Unitario della storia umana, il regno dei Faraoni. Gli esperimenti sociali che piacciono ai sinistri liberal, ai papi dal neo-rito argentino e ai banchieri di tutto il mondo, fatti a colpi di milioni di africani portati, in violazione della sovranità territoriale italiana, dalle o.n.g., a cui seguono ius soli e integrazioni alla “ognuno faccia quello che vuole” perché altrimenti si offendono i diritti dello straniero, non potranno mai approdare alla formazione di nuove civiltà. L’unica cosa che ne può venir fuori è la creazione di ghetti in perenne lotta “evoluzionistica” tra loro, ed è già così nelle grandi città d’Europa. Gli unici a trarre beneficio dal caos multietnico saranno i soliti benestanti economici; quelli che abitano, e si concentreranno sempre più, nei “mondi a parte”. Enclave territoriali protette da polizie private, cosi come sono private fin da adesso le scuole, l’energia, il trasporto e servizi vari di codesti determinati quartieri della “superclasse”. Cancellato il razzismo biologico del XIX secolo, si è ripresentato solito razzismo, quello dei redditi.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda