Una storia politicamente corretta

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Immagine tratta da Web by Ivan Larotonda

Una storia politicamente corretta-parte terza

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

In attesa che venga fuori l’ennesimo studio che asserisca l’origine araba degli europei, quelli antichi intendiamoci, perché per i moderni ci stanno già provvedendo i vari vincitori del premio “Carlo Magno” (Bergoglio, Merkel, ecc.), ricordo un ultimo episodio, narrato anche nel libro sacro dell’Islam. Correva l’anno 615 d. C. durante il quale era in atto l’ultima grande offensiva dei persiani contro l’impero romano d’Oriente. In questa occasione il sovrano sassanide, Cosroe, era giunto per davvero sul punto di sferrare l’ultima spallata che avrebbe determinato il crollo definitivo dei romei, (bizantini); perché dopo aver conquistato: Egitto, Siria, Palestina e Anatolia, era giunto addirittura sul Bosforo, con le sue armate a mirar il Corno d’oro di Costantinopoli. Gli echi della tremenda avanzata sassanide erano giunti anche in Arabia (ai quali dovette sembrare come l’avanzata hitleriana del secolo scorso) e lo stesso Profeta si rammaricava di questo. Evidentemente segno che le influenze non viaggiano solo da Oriente a Occidente, come asseriscono gli hollywodiani, la realtà storica fu molto diversa, a quei tempi il faro di civiltà era l’Occaso, Roma e Costantinopoli. Il Corano presenta addirittura una Sura intitolata ai Romani, Ar-Rum, nella quale per l’appunto Maometto descrive il momento di difficoltà che hanno i romani al cospetto dell’avanzata persiana. Ma egli, il profeta, rincuora i monoteisti come lui sul fatto che Dio aiuterà i romani a scacciare i persiani e vincere anche quella guerra. Cosa puntualmente avvenuta qualche anno dopo, grazie alla capacità strategica, militare e diplomatica del Basileus Eraclio, il quale dopo aver compiuto raid preliminari  si alleò con i kazari, a capo di un potente impero delle steppe, (a nord del Mar Nero e del Caspio), riconquistando le province perdute e arrivando con essi addirittura fino alle porte di Ctesifonte, (capitale della Persia) costringendo alla resa i persiani, che per fargli un piacere assassinarono il suo nemico Cosroe, l’ultimo Scià an Scià.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Una storia politicamente corretta

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Immagine tratta da repertorio Web by Ivan Larotonda.

Una storia politicamente corretta-parte seconda.

Tratto da:Onda Lucana by  Ivan Larotonda

Ma si possono trovare miriadi di assurdità su di un passato reso ucronico ad uso e consumo di chi fa affari, oggi, cogli arabi. Un esempio che mi ha divertito è il mascheramento della presenza, storica, reale, del dominio romano sulla penisola araba. Sfido chiunque a trovare una cartina che rappresenta l’Impero Romano con dentro la provincia d’Arabia; nessuno mi convincerà del contrario quando affermo che essa è stata volutamente ignorata. D’altronde ancora oggi se qualcheduno vuol recarsi nella città saudita di Meda’in Shalih, non gli sarà permesso. Anche le brevi campagne di scavo archeologico, in questa località, sono state interrotte per non riprendere mai più, questo, con la scusa che alcuni di questi luoghi sono stati dichiarati inferi! Con tanti saluti sulla modernità illuminista che era presente già mille anni fa nell’islam. Comunque hanno fatto in tempo a scoprire, sempre in Meda’in Salih, le attestazioni e le titolature agli imperatori Traiano e Adriano, segno tangibile della presenza di guarnigioni romane in questa località che stava posizionata a meridione della vastissima provincia d’Arabia, creata nel 106 d. C. inglobando l’antico regno degli arabi nabatei, (già Stato cliente di Roma). Ancora nel profondo Hejaz, a pochi chilometri dalla stazione carovaniera di Medina, la futura seconda città santa dell’islam, era situato il porto di Leuke kome dove, come attesta il “Periplo del mar eritreo” (trattato commerciale del I secolo d. C.) sostava una cospicua guarnigione romana con a capo un centurione che prelevava le imposte che gli arabi, alla guida delle teorie di dromedari che provenivano dallo Yemen, pagavano all’impero romano. Lo stesso Yemen fu investito, all’epoca di Augusto, da un invasione guidata dal prefetto d’Egitto Elio Gallo, e che portò strage tra i sabei, (così erano chiamati gli arabi del sud). La spedizione, pur concludendosi con il ritiro dei romani, stremati dalla sete, conseguì comunque il risultato finale di rendere l’area meridionale della penisola araba cliente di Roma.

Perché parlo di questi esempi? Non certo per vantare l’imperialismo degli antichi italiani-europei, ma per mostrare l’assurdità di certi atteggiamenti che continuano, con sempre maggiore virulenza, ad abbattersi sul passato europeo. Questa volontà di mostrare la passata inferiorità politica e militare degli europei in confronto agli orientali, è propedeutica alla dimostrazione della conseguente inferiorità tecnologica, ovviamente. Per decenni ci hanno riempito la testa sul fatto che le cifre che usiamo oggi le hanno inventate gli arabi, come pure la bussola, la vela triangolare per la navigazione di bolina e persino il gelato. E’ proprio il caso di dire: ma quante cassate! Per restare al tema dell’ennesima attribuzione impropria agli arabi di un dolce, appunto la cassata, che è invece di origine romana, precisamente area campana; è dipinta persino su di un affresco pompeiano. Inoltre, aggiungo per correttezza storica che: La vela triangolare era montata già dai bizantini, le cifre in uso oggi sono d’origine indiana e gli esempi di bussola risalgono addirittura al mondo punico.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Una storia politicamente corretta

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Immagine tratta da Web by Ivan Larotonda.

Una storia politicamente corretta-parte prima

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Che il delirio sia l’unico credo europeo è ormai cosa risaputa a molti; dalla moneta alla regola del rapporto deficit PIL da tenere sotto il 3%, oppure le follie guerrafondaie che l’UE alimenta in Ucraina, per colpire il Donbas, regione all’interno della quale vive una popolazione a stragrande maggioranza russa ma tenuta in ostaggio da un governo ammanicato coi neo nazi di Pravi Sektor, (settore destro). Ma non è di questo che vogliamo parlare, bensì dell’humus che ha fatto germogliare e poi innalzare la foresta demenziale di tutto ciò che è stato detto sopra: Il politicamente corretto made in USA-UE.

Tutto ebbe inizio nei catastrofici anni ’90, col patrocinio dell’amministrazione Clinton, quando anche sul piano culturale si decise di operare lo smantellamento dei valori europei, perché, relazionandosi col mercato globale, risultavano “provinciali”!? In questa opera non potevano mancare i guitti e giullari di corte, che oggi sono rappresentati dalla variegata schiera di personaggi dello spettacolo. Ovvio che in questo clima l’arma di propaganda dello stile radical-statunitense per eccellenza, Hollywood, era destinato ad esercitare il ruolo del tarlo che rode le coscienze: il grandioso progetto di mostrare le cose non come esse sono realmente ma come vogliamo che siano. In questa scuola socratica noi europei e nordamericani, come novelli Strepsiade (ne “Le nuvole” di Aristofane) ci siamo adoperati per imparare a fare il discorso ingiusto affinché abbia la meglio, anche se nel torto palese, oggettivo, su quello giusto. Protagora di Abdera è stato il primo maestro del relativismo etico d’Occidente, in base al quale in ogni questione si possono sostenere, con uguale forza, posizioni completamente agli antipodi. Protagora fu anche il primo che asserì la necessità di comprendere anche coloro che compivano sacrifici umani, (i barbari massageti, divoratori dei genitori!), perché bisognava comprendere la cultura che li effettuava. Ecco che, col ragionamento critico continuo, fatto di infiniti esercizi dialettici, tetici e antitetici, dopo 2400 anni siamo finiti a vedere il mondo con gli occhi di tutti tranne che dei nostri. Torniamo al punto; ai favolosi anni ’90, quando usciva nelle sale cinematografiche l’ennesimo film su Robin Hood, all’interno del quale c’era un giovane Morgan Freeman che interpretava il ruolo di guerriero un arabo. Ebbene costui pareva un extraterrestre in mezzo ai primitivi, aveva cannocchiali e polvere da sparo, nel 1200!?, gli mancava solo il cellulare, ma credo che con un altro sforzo, nell’ennesimo remake, arriveranno a metterglielo nella cintola assieme a una splendida spada damascata. Sempre dello stesso filone “Il tredicesimo guerriero”, con Banderas che interpreta il solito arabo onnisciente e con un grado di civilizzazione e ovviamente di umanità, incomparabilmente superiore a quello di qualsiasi “mostruoso” norreno. Di queste ed altre “meravigliose” trovate cinematografiche e documentarie aveva già parlato con sarcasmo la grande Oriana Fallaci, di come anche le molteplici commissioni cultura europee hanno incentivato i progetti culturali testi a mostrare che in passato l’islam era più evoluto della civiltà “oscurantista” medievale, cristiano-europea. E giù con la sequela di docu-film sullo straordinario Averroè, che ha riportato Aristotele in Europa, dando addirittura il via al Rinascimento! Averroè, stando alle fonti, autentiche, è stato espulso da Cordova con l’interdetto a mettervi piede, proprio perché studiava i testi di un filosofo pagano! Aggiungiamo, al contesto filosofico classico, che la biblioteca di Alessandria fu distrutta definitivamente proprio dagli arabi, al momento della conquista. Con la motivazione che l’uomo non necessita di niente all’infuori del libro sacro.

Prima  parte ,continua….

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

Stato sociale, prima regola perché funzioni?: uno Stato.

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Immagine tratta da web by Ivan Larotonda

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

E’ sempre più tragicomica la pantomima in voga nelle aree sottoposte al regime dell’UE; ormai è chiaro a tutti come i potentati economici multinazionali, (o sarebbe meglio definirli oltre-nazionali), cerchino di ricavarsi il proprio angolo di Paradiso, e a tutti i costi, nell’estrema appendice occidentale del continente eurasiatico. Questo a seguito degli ultimi sviluppi in corso nel resto del mondo che vedono il ritorno di sistemi politici discendenti dalla volontà politica nazionale. Venendo progressivamente scacciati dalle Nazioni Sovrane, questi potenti senza frontiere hanno ora scelto come loro guida, tra i grandi del mondo e da quel che si è visto a Davos,  la “globalista” Cina, pur sapendo che la millenaria saggezza cinese ha pensato bene, e da tempo, di mettere un morso al capitalismo privato sorto sulle sponde del fiume giallo, evitando la sua internazionalizzazione, e danneggiando di conseguenza anche le esportazioni occidentali in Asia. Inoltre, che sul suo esempio protezionistico altre nazioni, ancor più refrattarie al mercantilismo europoide, come l’India e la Malesia, hanno accresciuto la propria ricchezza grazie a un forte e più che giustificato rialzo dei dazi doganali nei confronti dei prodotti esteri. In fine, persino nella Patria della libera economia in libero Stato, l’Inghilterra, si è assistito in questi ultimi anni al ritorno del protezionismo; almeno per ciò che riguarda i settori ritenuti strategici la corona britannica ha deciso l’intervento di Stato, un esempio: la produzione dell’alluminio, anche se ritenuta troppo dispendiosa per gli standard attuali, votati al “parossismo del profitto”, (per cui nessun privato investe in Occidente per produrre questo materiale che richiede elevati costi energetici), è oggi in pratica una produzione statale, laddove in Italia si è preferiti essere, come sempre, più realisti del Re, chiudendo tutte le nostre aziende di produzione alluminio, col risultato che siamo l’unica grande potenza industriale a dover importare questa fondamentale lega. Davvero geniali, noi! Ci siamo incartati, da soli, e per bene nella stagnola estera come i polli al forno, con la speranza che almeno il rosmarino per aromatizzare sia ancora autoctono. Combinati come siamo potremmo ardire di mantenere una parvenza di cosiddetto stato sociale? Ma nemmeno per sogno senza l’autorità di uno Stato. E’ paradossale pretendere che senza Patria, Stato, Famiglia, si possa riuscire ad aiutare gli ultimi. Senza più pudore si fanno appelli ai privati per qualsiasi sciagura: malattie rare, eventi climatici o geologici importanti, quando poi, nell’arco di un solo pomeriggio volano 20 miliardi, di soldi pubblici, per coprire i disastri combinati da miliardari insolventi! E si sogna di reddito minimo di cittadinanza, di sopravvivenza, ecc.? Quando l’Italia si riunificò, la prima grande fesseria del neo stato liberale, voluta dagli ambienti massonici promotori del risorgimento, fu la soppressione di moltissimi istituti religiosi cattolici, con annesse le risorse che questi gestivano; il risultato fu l’emigrazione di milioni di ex sudditi del Regno delle due Sicilie verso le Americhe, nacque così la questione meridionale. Saggiamente, in ausilio a un sistema burocratico tutt’altro che complesso, i Borboni e chi prima di loro, avevano affidato lo stato sociale alla Chiesa, la quale prevedeva al sostentamento degli ultimi facendo lavorare nei propri latifondi milioni di poveri, col risultato di far crescere svariate generazioni tramite la classica mutua assistenza. L’ingresso nel regno del Sud di una economia di mercato, che comunque favoriva la produzione industriale settentrionale, tramite i dazi doganali sull’acciaio e a scapito dei prodotti agricoli del Mezzogiorno, letteralmente surclassati dalle importazioni americane, fece il resto.

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Immagine tratta da web by Ivan Larotonda

Come si evince: “nihil sub sole novi”, e siccome il gioco è stato sempre lo stesso, ad ogni arretramento della Res Publica si registra puntualmente l’avanzamento del privato, ancora una volta peschiamo dal passato un momento straordinariamente felice del “Dominio” dello Stato sui parassiti privati, il tutto per il bene del sociale. Tale epoca d’Oro si raggiunse durante il principato romano: un periodo la cui immagine è stata ampiamente devastata dalla pessima cinematografia statunitense, (e per questo l’Italia dovrebbe costituirsi parte civile nei confronti di tutti i vari cineasti e sceneggiatori, tutti irrimediabilmente cialtroni per come hanno ridotto la migliore età dell’uomo). Oppure, sempre riguardo all’età romana, percepita dai liberisti di oggi come populista, (ormai lo usano dappertutto), o ancora, specchio dell’attuale situazione capitolina, come un eterno regno del ben godi grazie al conosciutissimo motto, ripetuto fino alla noia, panem et circenses, che solo chi ha conosciuto la storia romana esclusivamente sui sussidiari delle elementari potrebbe elevare a sintesi di tutta una civiltà. Tralasciando questi luoghi comuni cerchiamo di soffermarci su alcuni aspetti di questa grande età dell’umanità. Guardiamo ad esempio alla riforma degli Alimenta voluta dall’Imperatore Traiano, e che dice tutto sull’ideologia che animava il principato romano dei primi due secoli, votato alla sopravvivenza del popolo italico, infatti era destinata solo ed esclusivamente all’Italia, (altro che Poletti giubilante per i giovani che si levano dai piedi, o i Padoan, padre e figlia, che giubilano all’invasione di risorse africane!). Di cosa trattava e come funzionavano gli Alimenta lo scopriamo dalle fonti, anche se incomplete, ricavate soprattutto dalle “Lettere ai famigliari” di Plinio il Giovane, (quello che per primo nella storia descrisse un eruzione vulcanica). L’ottimo Principe, in pratica, istituì per la sola Italia, ripetiamolo, un fondo fisso di prestito che era messo a disposizione dei proprietari terrieri. Dalle casse dell’Imperatore gli agricoltori prelevavano il denaro che gli serviva, e senza scadenze di rimborso, purché versassero un piccolo interesse e ipotecassero i propri fondi coltivati. Sia chiaro, l’Imperatore non reclamava mai i suoi capitali né faceva valere l’ipoteca, ovviamente fino a quando i debitori versavano i modesti interessi. L’ingegnoso sistema fiscale era utilizzato dall’imperatore per veicolare questi interessi a favore del sostentamento dei figli dei cittadini poveri. Ogni municipio d’Italia riusciva così a raccogliere e distribuire alla famiglie povere questo denaro; da ricordare inoltre che il tasso di interesse restava fisso, perché garantito dal Principe nonché dai suoi successori. Così come era garantita la validità delle monete, che gli Imperatori per l’appunto attestavano! Bei tempi quando il denaro lo coniava lo Stato, ora lo stampa un ente privato! Di quale Stato sociale possiamo parlare così combinati? Ai posteri l’ardua sentenza, se ce ne saranno disposti a parlare di noi e di come ci siamo estinti, ma riuscendo nell’intento glorioso di non sforare il disavanzo statale del 3% del Pil!

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Immagine tratta da Web by Ivan Larotonda 

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

Chi non ha mai subito, almeno una volta nella vita, il fascino di una vetusta ma diroccata costruzione? All’origine di questa strana attrazione c’è senza dubbio l’età romantica. Ad onor del vero, morbosa oltre ogni limite, se non addirittura oscena e pornografica! E’ frutto della volontà, tipicamente moderna, di voler proiettare nell’antichità il proprio mondo, quasi si trattasse di uno specchio sul quale è riflessa la cultura contemporanea, quest’ultima incapace di accettare cambiamenti, in senso logico, alla visione idealistica del mondo antico. Quel che il tempio accademico ha deciso deve essere perpetuato, e non importa se nuove scoperte gettino luce sul vero! Passato, tutto deve restare come l’abbiamo consolidato nelle nostre menti, al punto tale che è sembrato uno scandalo, un vero e proprio shock, scoprire che ad esempio le sculture antiche erano splendidamente dipinte, come pure i frontoni dei templi classici, e più di qualche autorevole accademico è arrivato a pronunciare l’assurdo di ritenerci fortunati, noi moderni, che abbiamo in dote un mondo classico in rovina, con le sue statue elegantemente sbiadite, i suoi templi ammuffiti e dalle colonne spezzate. Che il vero spettacolo lo godiamo noi perché abbiamo le “vestigia” ridotte in questa meravigliosa rovina. Chi scrive ama autenticamente il mondo antico, e perciò ragiona totalmente all’opposto, forse perché è libero di navigare negli oceani dello scibile, financo a naufragare, ma comunque libero dai dogmi degli atenei, libero di poter esprimere il valore dell’eterodossia. In buona sostanza, e in “rigorosa” apostasia, ritengo molto più onorevole, per noi, nonché rispettoso del mondo antico, operare nella sistematica ricostruzione di tutto quel che filologicamente si può riportare in “vita”. Paradigma di un nuovo rinascimento potrebbe essere la valle dei Fori a Roma, all’interno della quale si potrebbero ricostruire: Il tempio del Fuoco di Vesta con adiacente tempio dei Dioscuri, (del quale oggi restano solo tre colonne), il tempio della Concordia e quello di Saturno, e soprattutto la basilica Giulia, che risultava ancora in piedi nel quindicesimo secolo, era quasi giunta fino ai nostri tempi, e per questo rappresenta il maggior rammarico: se fosse rimasta ancora in piedi avrebbe eguagliato il numero di visitatori del Colosseo perché era per davvero un opera magnifica. E, a proposito di Colosseo, non sarebbe onorevole per l’intera Nazione ricostruire la metà che crollò nel quattordicesimo secolo per via di un terremoto? E invece, al contrario, si dibatte e si litiga su di una parziale ricostruzione dell’arena, perché ancora, pornograficamente, si pretende di mostrare anche la struttura sotterranea, quella con le celle per gladiatori e animali: perché? Le strutture ipogee te le vedi con percorso guidato, tu turista che nella stragrande maggioranza dei casi non capisci nulla di quello che ti sta attorno. Si parla sempre di restauro filologico, e dunque che bisogna lasciare le impronte che il tempo imprime sui monumenti, ma se si continua a ragionare in tali termini tutto è destinato a rovinare completamente. Perché a questo punto si può sostenere, paradossalmente, che non bisognava riparare la Barcaccia del Bernini quando i teppisti olandesi la danneggiarono, anch’esso è un segno del tempo, il tempo degli ubriaconi vetero-luterani. Questo amore per il decadente, il rovinismo, è qualcosa che vedo solo in Occidente, (come al solito le novità nichiliste le troviamo solo in quest’angolo mortifero di mondo). Sono certamente grandiosi maestri: Piranesi, Ricci e Bril, ma sulle loro opere svetta una cappa cimiteriale che, anche grazie alle tinte e i tratti soffusi, ammorba di mefitiche esalazioni l’apparente bucolica rappresentazione, (In Friedrich poi tutto è un camposanto, ma almeno ha l’onestà di dichiararlo). E continuiamo a compiacerci delle devastazioni quando, come accennato sopra, ci si dovrebbe mettere all’opera per ricostruire. Anche in questo caso guardiamo all’Oriente, ai templi millenari della civiltà buddista o induista; Queste costruzioni sono sempre identiche a se stesse, pur avendo ormai di originale solo il nome. Il palazzo dell’Imperatore giapponese a Kioto è stato ricostruito otto volte, e sempre allo stesso modo. In Cina la città proibita sarà a breve riportata all’epoca precedente il 1912, ultimo anno dell’Impero. In Russia la Cattedrale di Cristo Salvatore, all’interno del Cremlino, è stata ricostruita e riconsacrata nel 1990, esattamente com’era fino al 1931, quando i bolscevichi decisero, in pieno delirio anticristiano, di raderla al suolo. Pochi esempi, nel mortorio occidentale, osano cotanto coraggio. Quando eravamo ancora orgogliosi di noi ricostruimmo il campanile di S. Marco a Venezia, e con le stesse pietre. Oggigiorno rara eccezione lo sono i greci che, (forse perché votati all’eterno grazie all’abitudinaria educazione all’escatologia, rimasta intatta nel credo ortodosso), procedono a un ardito restauro del Partenone; un’operazione che nei fatti è una vera e propria ricostruzione, ma usando i materiali usati nel quinto secolo, (lo stesso marmo pentelico scelto da Ictino, Callicrate e Mnesicle, i costruttori di Pericle), e fanno bene, è una gran cosa rifarlo esattamente e interamente com’era. E magari poi ridipingerlo e ricollocare le metope e le sculture dei frontoni che ora giacciono a Londra, (con quale diritto gli inglesi  si arrogano di detenere la roba degli altri ancora non si sa). Auspichiamo che venga fatto lo stesso con la Basilica di S. Benedetto a Norcia, recentemente crollata col terremoto, e perché no, che venga terminato anche il rivestimento della facciata di S. Petronio a Bologna. E’ ora di ripensare come gli antichi, se vogliamo onorarli per davvero, rifacciamo le loro dimore affinché continuino ad essere lo scrigno della comune memoria.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

L’incoerenza di un bastone

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Immagine tratta da Web.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

L’intento del seguente intervento è, come spero si sia evinto dal titolo, puramente ironico ma, c’è sempre un ma, dal ma è nata la filosofia e anche un “divertissement” come questo che segue, bisogna capire che è dietro le intenzioni che si evince il male o il bene, non attraverso un semplice strumento. Dopotutto le forze dell’ordine usano manganelli per randellare gli esagitati, ultras o scioperanti che siano, spintisi oltre il lecito. Che gli stessi pubblici agenti usano armi da fuoco a fin di bene, il terrorista evidentemente no, come d’altronde, sempre quest’ultimo, arriva a rendere anche i mezzi di locomozione delle vere e proprie armi, ricordiamo le autobombe o gli aerei. La sofisticazione delle società produce sempre nuove e terrificanti forme di odio, come del resto non bisogna nemmeno tacciare i veri progressi, quelli della dignità umana, che le nuove tecnologie pur con tutti i difetti consentono. E allora? Si direbbe, da quel che è stato narrato fin qui, che abbiamo scoperto l’acqua calda, infatti: quale pazzo furioso si sognerebbe di affibbiare la responsabilità giuridica a uno strumento, nella fattispecie un bastone? Per cui non resta che indirizzare le nostre indagini, ancora una volta, verso un mondo che non è il nostro; per capire come siamo cambiati e per renderci conto che, in fondo, il primitivismo che si cela dietro un bastone ormai lo vediamo solo noi, incapaci di scorgere nello strumento semplice nient’altro che un’arma impropria, col risultato finale di comportarci, noi, come i veri primitivi, noi, iper-tecnologici, post-moderni, incapaci di relazionarci con la natura delle cose, riusciamo a concepire solo ed esclusivamente il male in tutte le cose semplici. Una scure, dato che non tagliamo più legna, la vediamo in azione solo negli orrendi filmacci horror, oppure una falce, anch’esso strumento di morte dato che: chi miete più a mano? O ancora martello e scalpello o una mannaia, solo pochi ed eroici artigiani ne conoscono l’utilizzo a fin di bene. Siamo dunque più crudeli e sciocchi rispetto ai nostri avi? I quali pure avevano un livello di ferocia ben maggiore della nostra, ma che tuttavia negli strumenti di lavoro vedevano solo ed esclusivamente questo! Più semplicemente la troppa industrializzazione, in tutto, ci ha così cullati, viziati, che siamo incapaci di costruirci, privatamente, qualsiasi oggetto, sia esso utile o semplicemente ornamentale. Di conseguenza stiamo perdendo la peculiare predisposizione dell’uomo, l’intrinseca capacità speculativa; e così che si evapora la capacità di immaginazione, quella che un tempo veniva stimolata dalla cultura del minimo indispensabile, dal necessario, da quel che passa il convento, si diceva una volta. Le camerette dei nostri bambini sono un campo di battaglia disseminato di ogni tipo di giocattolo, spesso elettronico, che annulla la creatività in quei teneri umani che iniziano lo splendido cammino della vita. Solo l’istinto all’immaginazione, anche ludica, ha sempre spinto gli uomini in direzione dello studio, nelle arti e nelle scienze, e sempre partendo dalle cose semplici. Kepler, agli inizi del diciassettesimo secolo, scoprì l’eccentricità dell’orbita di Marte, (la sua deviazione dall’orbita più circolare, comune agli altri pianeti), solo con l’osservazione ad occhio nudo, registrata poi su fogli di carta con penna e calamaio. In quanti oggi sarebbero in grado di fare altrettanto con simili, semplici strumenti? E per restare al soggetto dell’articolo: Cos’è per un moderno un bastone? Esso è semplicemente, come semplice è diventata la sua mente, un oggetto contundente, buono per darlo in testa al nemico di turno. Sarebbe bello vederlo anche come lo vedeva Talete di Mileto, che sbalordì i sapienti sacerdoti di Ammon, (che sapienti lo erano per davvero, intendiamoci), proprio con un bastone piantato nella sabbia di Giza, utilizzandolo per misurare l’altezza delle piramidi: disse infatti ai suoi astanti che, nell’ora del giorno in cui l’ombra dei corpi è pari a quella della loro altezza, (nella fattispecie il pareggio tra lunghezza del bastone e sua ombra), è possibile misurare anche le altezze dei grandi edifici. Detto questo piantò il bastone al limite dell’ombra della piramide di Cheope, poi diede ordine di stendere la fune di misurazione ai suoi attendenti, dalla base della piramide all’estremità della sua ombra, semplice e perciò geniale. Più ambizioso dello scienziato ionico fu Eratostene, al tempo della gloriosa biblioteca di Alessandria d’Egitto, il quale si impegnò nella misurazione di qualcosa di molto più vasto della piramide di Cheope: la circonferenza dell’intera Terra! Eratostene, a mezzogiorno e nel giorno del solstizio d’estate, quando le ombre sono ridotte al minimo e addirittura ad Assuan si annullano completamente perché i raggi solari vi giungono perpendicolarmente, (quindi sono diretti al centro della Terra), piantato il suo bastone ad Alessandria calcolò, misurandone l’ombra che produceva, che rispetto alla verticale di Assuan l’inclinazione dei raggi risultava di 7,2° equivalenti a un cinquantesimo dell’intero angolo giro, (360°, in cui già dal tempo dei sumeri si divideva il cerchio). Tenendo conto che la distanza tra Alessandria ed Assuan veniva misurata in 5.000 stadi,(840 Km), allo scienziato non restava altro da fare che moltiplicare i 5.000 stadi per 50, ottenendo come risultato finale 252.000 stadi, (equivalenti a 40.000 Km.). Oggi, con gli strumenti sofisticati di cui disponiamo ne abbiamo rivelato la vera circonferenza in 40.009 Km! E che dire di Archimede il quale, sempre grazie al bastone, ma questa volta utilizzato orizzontalmente, ne ha fatto una leva che, trovato un punto di appoggio, il fulcro, risulta “in grado di spostare il mondo”, come ebbe a dire l’illustre siracusano. Torniamo ad essere semplici, la semplicità è una virtù; smettiamo di cercare i cibi più raffinati o le abitazioni più lussuose, gli abiti dalle stoffe ricercate e i disegni a volte persino assurdi ma alla “moda”. Queste ultime cose le diceva un altro maestro antico, Seneca, il quale vedeva nei suoi tempi i germi della dissoluzione, gli stessi che si aggirano tra di noi e dentro di noi.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

I FIGLI DEL SOLE

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Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

I figli del Sole-parte seconda

Un’altra conferma dell’origine nordico-europea degli Hyksos, o almeno della loro aristocrazia militare, risiede oltre che nelle attestazioni linguistiche dei nomi di Re, anche in strani reperti come carri egizi risalenti all’epoca della loro dominazione o poco posteriore, costruiti con telai o timoni di legno di betulla, (albero che cresce a latitudini ben superiori a quelle mediorientali). Ad esso si accompagnava anche, quasi sempre, il solito metallo “esotico”; quel bronzo le cui  primitive fornaci sono state rinvenute lungo il Danubio e oltre, addirittura a nord della Crimea, nell’Attuale Ucraina. Questi Re nordici, dappertutto, in qualsiasi luogo giungessero a dominare, usavano giurare patti su divinità solari, ed al proposito è magnifica la preghiera del Re Hittita Muvatallis, (anche gli hittiti sono europei), che tradotta assume un senso quasi protocristiano:

Dio del Sole del cielo,

Mio Signore, pastore del genere umano!

Tu sorgi, o Dio del Sole del cielo, dal mare e Sali in cielo.

O Dio del Sole del cielo, mio Signore,

giornalmente tu siedi a giudizio

dell’uomo, del cane, del porco, delle bestie selvagge dei campi.

Questa primitiva speculazione teologica è tipica degli europei, e sarà un carattere essenziale nella trasposizione della ricerca sulla spiritualità-divinità nei cieli, in seguito nell’oltre-cielo, l’Iperuranio di Platone.

Ma intanto questi conquistatori europei, o sarebbe meglio dire indoeuropei, dato che i loro regni si stendevano dall’Indo all’Atlantico, erano destinati a forgiare, tramite le loro scorrerie e fondazioni di regni, la coscienza religiosa dell’intero medio oriente, risultando determinanti anche per la nascita delle religioni semitiche. Spazzate via le sovranità delle città stato del nord Mesopotamia, i mitanni, altro ramo dell’invasione Hittita,  vi fondarono il loro regno nell’attuale ansa dell’Eufrate. L’aristocrazia che impera su queste terre non solo è europea, ma consolida la sua politica tramite guerre coi vicini e stringendo accordi commerciali e politici con l’Egitto, nel quale l’indipendenza dagli Hyksos è recente, ma dove è rimasta forte l’impronta degli invasori ex padroni. Infatti oltre all’evoluzione tecnica nell’uso dei metalli e di quanto già detto sopra, i membri delle dinastie che si susseguono nel nuovo regno, (1500-1200 a.C.), presentano una spiccata fisionomia europea. Inoltre, trovano naturale imparentarsi con principesse hitttite e mitanne. Come se si trattasse della nobiltà normanna del nostro medioevo. Una in particolare, di queste regine europee, ha impresso una svolta epocale riguardo al credo tradizionale in uso lungo le sponde del Nilo, con ripercussioni che giungono fino ai nostri giorni. Un antica tradizione, valida in tutte le epoche e le latitudini, vuole che siano le madri a insegnare ai propri figli le preghiere e dunque il credo nazionale. A questa regola non sembra sia fuggito il giovane Amenophis IV, figlio di una principessa Mitanni di nome Tije, dipinta con gli occhi azzurri. E’ interessante vedere come le preghiere al Sole, recitate dagli europei Mitanni e Hittiti saranno molto simili a quelle che farà recitare il faraone Amenophis IV, una volta assunto il potere. E’ lui il celeberrimo eretico che si muterà il nome in Ekhnaton, che vuol dire “Prediletto figlio del Sole”, che scaccia tutti gli dei del tradizionale Pantheon egizio; è lui ad introdurre il primo grande culto monoteistico della storia, e questo grazie alle influenze materne e di tutto il popolo che le era dietro. Ecco uno stralcio del suo inno al Sole-Aton:

Sorgi bello all’orizzonte del cielo,

Aton vivente che hai dato inizio alla vita…

Sei lontano, ma i tuoi raggi sono sulla terra

Sei davanti agli uomini, ma essi non conoscono la tua via…

Sembra scritto dalla stessa mano del poeta di Muvatallis, eppure li separano trecento anni. Il dato oggettivo è che, semplicemente, appartenevano alla stessa civiltà.

Come sposa, l’”eretico” Ekhnaton non poteva che scegliere una principessa Mitanni, l’ennesima; la celeberrima Regina Nefertiti, la cui eccellente scultura, capolavoro assoluto dell’arte dell’antico Egitto, ci ha fatto conoscere come del tutto europea. Ora, è interessante scoprire che nel periodo in questione, (il regno di Ekhnaton risale agli anni 1353-1335), in Egitto dimorasse una cospicua minoranza cananea, insediata soprattutto nel delta ed impiegata anche come milizia ausiliaria dell’esercito del faraone. Facile intuire che la crescita numerica di elementi stranieri, ospiti sul territorio, susciti sempre in ogni epoca il malcontento della popolazione locale, soprattutto se si ha a che fare con persone per niente integrabili nel tessuto sociale indigeno. Ne conseguì l’insorgere di sempre più diffuse lamentele dei visir del faraone, i quali non facevano altro che fungere, a corte, da cassa di risonanza di un malessere generale che esacerbava gli egizi. Alla fine si optò per una forzatura nei confronti di queste genti cananee che iniziavano a definirsi israeliti, discendenti del patriarca Giacobbe, (detto Is-ra-el, colui che ha combattuto con Dio). Ma in cosa consisteva questa forzatura? Pare di intenderla in una richiesta, ai suddetti israeliti, di lavorare nella costruzione delle opere pubbliche, dalla quale erano stati fino ad allora esentati. In pratica si chiedeva un ulteriore sforzo affinché potessero usufruire dei sussidi in grano forniti dai silos del faraone. Agli israeliti non dovette piacere questo cambio, avrebbero preferito continuare a fare i mercenari, e così ebbe inizio il periodo di aperte ostilità che portarono alla fuga di questi che saranno chiamati più comunemente ebrei, con conseguente guerra mossagli contro dai “traditi” egizi. E’ più che probabile che gli israeliti abbiano trafugato ingenti tesori nella loro dipartita dall’Egitto. Fatto sta che, e qui interviene a nostro soccorso il libro dell’Esodo, gli ebrei non rubarono solo i tesori materiali; dalla terra del Nilo presero come modello per la loro idea di divinità anche il culto solare. Culto che era stato da meno di un secolo rovesciato da una rivolta dei sacerdoti nazionalisti di Amon Ra. Mosè trovò un senso nella sua vita, e come credente ritengo certa la rivelazione catafatica che Dio gli ha fatto, ma è anche vero che il Dio unico fu chiamato dagli ebrei dell’Esodo Adonai, direttamente da Aton aj. Mio signore, inteso al Sole. Da qui il cammino sulla via per la verità prese un’altra strada. Ma tutto ebbe inizio nelle steppe uraliche, e sui carri che portavano i primi europei. Coloro ai quali sarà ancor più che naturale accettare un Dio sceso in Terra, e che prima portava il Sole libero e bello, Come cantava Orazio.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda