Alcuni accenni su un popolo eroico (ottava parte)

Alcuni accenni su un popolo eroico (ottava parte)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Quanto sangue sia stato versato tra le sterminate pianure di Russia solo Dio può saperlo, perché di cotanto genocidio l’uomo è si capace ma non ne vuole contare le vittime: vuoi per un inconscio rimorso che ne ottunde il ricordo, vuoi perché è impossibile materialmente contare l’effettivo ammontare delle vittime della strage, così immensa da sprofondare nell’antro più tenebroso degli inferi coloro che l’hanno perpetrata. Si parla di 50 milioni di esseri umani immolati sul diabolico altare del comunismo, rivelatosi nient’altro che una macabra maschera del capitalismo-talmudico, disprezzatore dell’umanità, considerata solo serva del progetto superiore-escatologico di una élite. Il grande teologo, scrittore e filosofo, Sergej Bulgakov, cercò, cristianamente, di comprendere il motivo per cui molti ebrei di Russia compirono, in collaborazione con i loro correligionari stranieri, il genocidio del popolo russo tramite il comunismo. Arrivò a dire: “Il volto che mostra il giudaismo nel bolscevismo russo non è in alcun modo il vero volto di Israele…. Esso manifesta, nel seno stesso di Israele, uno stato di terribile crisi spirituale, che può portare alla bestialità.” Dopo queste critiche, una vera e propria messa alla sbarra del vero imputato del genocidio russo, Bulgakov venne espulso dall’Unione Sovietica, era l’anno 1923. E se invece riassumessimo tutta la tragedia bolscevica in un semplice frutto avvelenato venuto a maturazione dopo secoli di ammaestramento agli insegnamenti del Talmud? Un libro che, lo ricordiamo, non ha nulla a che fare con la Bibbia, il vero libro sacro di Ebrei, Cristiani e Musulmani. Il Talmud è un testo in cui si descrive la Vergine Maria come una donna di… poco conto, (con questo lasciando intendere che è stato scritto di peggio) che ebbe un figlio, Nostro Signore, dalla relazione con un soldato romano chiamato Panthera. Dimostrando in questo l’ignoranza maligna tipica degli odiatori, perché non vollero tradurre correttamente quel che nei vangeli, scritti in greco, è il termine che designa una ragazza vergine: Parthenos. Oltre alle influenze talmudiche la comunità ebrea russa dei secoli addietro viveva nel mito dell’antico impero kazaro. Un impero fondato da turchi convertiti all’ebraismo ed effettivamente sorto sui territori che diverranno secoli dopo l’Impero Russo, visto dunque da costoro come usurpatore dei loro antichi domini. Di materiale di studio ce n’è molto, come si evince da queste poche righe scritte di getto e riguardanti la storia russa dell’ultimo secolo. Dispiace profondamente scrivere questo su gente che subì, a sua volta, un genocidio, ad opera dell’altra follia del secolo scorso, il nazismo. Ma purtroppo i fatti dicono questo, una manica di miliardari delinquenti smembrò e saccheggiò il più vasto impero territoriale che la storia umana ricordi, e lo fece camuffandosi con un ideologia che professava la fratellanza tra tutti i popoli della terra! Intanto il genocidio non era ancora finito per l’eroico popolo russo: dopo la “regolazione dei conti”, tutta interna ma con l’appoggio determinante dell’invasore straniero, come detto nei capitoli precedenti, ritornavano a calpestare il suolo già degli zar, nuovi stivali, questa volta accompagnati dai cingoli dei carri armati. L’operazione Barbarossa scatenò, nel 1941, due milioni di occidentali capeggiati dall’imponente esercito tedesco, addestrato e potenziato dal regime nazista. Altra, eroica, guerra patriottica, costata venti milioni di vittime tra i cittadini dell’Unione Sovietica e terminata con il trionfo berlinese, Reichstag preso a cannonate e sul quale sventolò la bandiera rossa. In occidente invece è scarsamente conosciuta, forse per via dell’oblio a cui la relegò la propaganda hollywoodiana, l’altra grande vittoria conseguita sul fronte orientale dall’armata rossa. L’operazione tempesta d’agosto, del 1945, nei piani sovietici avrebbe dovuto fare il paio con l’aggressione giapponese del 1905, in pratica ad un azione a tradimento si rispose, dopo quarant’anni, con altrettanta slealtà. Il Giappone, pesantemente provato dalla guerra contro gli americani nel Pacifico, fu travolto dall’avanzata russa nella Manciuria; iniziata l’8 agosto del 1945, giorno del primo bombardamento atomico della storia, quello di Hiroshima. Si propende a credere che siano stati gli effetti apocalittici dei due soli artificiali scagliati dagli Stati Uniti sull’impero del sol levante a favorirne la capitolazione. In realtà per i generali nipponici due città distrutte non rappresentavano un motivo valido per la resa. Di bombardamenti la stessa Tokyo ne aveva subiti diversi, e nel caso nucleare tutto fu vissuto come un ordigno soltanto più potente. Ciò che gettò panico e angoscia profonda nella giunta militare che dominava il Giappone furono le notizie provenienti dal Manciukwò, lo stato fantoccio creato ed occupato dai nipponici nella Manciuria cinese, che fu invaso quel fatidico 8 agosto ’45 da un milione e mezzo di soldati dell’armata rossa. Stalin, nel timore di perdere preziosissimi vantaggi territoriali e politici nell’estremo oriente, dove gli USA stavano assumendo il ruolo egemone, decise di intervenire infrangendo il patto di non aggressione firmato con lo stesso Giappone. La rapida conquista della Manciuria e delle isole a nord dell’arcipelago nipponico avevano messo i russi in condizione di mettere a repentaglio l’esistenza stessa del sistema imperiale, in barba agli accordi fatti dai giapponesi con l’ammiraglio Mac Arthur, che garantivano almeno la sopravvivenza di una forma imperiale. Il 2 settembre il Giappone capitolò all’Unione Sovietica mentre Churchill, dall’altro capo del mondo lanciava l’ennesima sfida, a nome di tutto l’occidente, agli eterni nemici delle steppe. Cambiavano le nazioni egemoni nell’angolo di mondo dell’ex Impero romano d’Occidente, ma la politica era sempre quella: dividere genti che la storia e la natura geografica tendono ad unire. Forse non era ancora abbastanza l’eccidio consumato nella prima metà di secolo? Chissà perché, vero mistero buffo, ogni qualvolta che uno stato territoriale oppone resistenza dinanzi all’avanzata del capitalismo finanziario, viene sfidato dalla madre dell’economia di mercato: l’Inghilterra. Dal secondo dopo guerra la Gran Bretagna è stata affiancata, nella sua opera di vera e propria restaurazione del mondo liberista, dagli Stati Uniti, e ben più forti e repressive furono le azioni che le due potenze esercitarono contro ogni forma di protezionismo nazionale. Così, mentre l’Europa si adeguava alle nuove direttive, il blocco sovietico si chiudeva in se stesso e l’antagonismo Est-Ovest continuò sotto la nomenclatura di guerra fredda.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Alcuni accenni su un popolo eroico (settima parte)

Alcuni accenni su un popolo eroico (settima parte)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Nel 1916 Trotsky viene convocato negli USA da Jacob Schiff. Indubbiamente il giovane “rivoluzionario” ebreo russo fu addentrato dal barone Rothschild, col quale aveva stretto amicizia a Vienna, nell’ambiente, cosiddetto, che conta. Una volta giunto nella terra delle “libertà” Trotsky fu aggregato ad altri 300 uomini con le sue stesse caratteristiche. Addestrati a Manhattan, questi cospiratori successivamente vennero inviati, a bordo del piroscafo norvegese Kristianiafiard, a S. Pietroburgo. Non andavano in gita, Schiff aveva consegnato a questi cabalisti la somma di 20 milioni di dollari. Le rivoluzioni costano, e devono essere sempre finanziate da chi è già potente, socialmente e finanziariamente; è un povero illuso chi crede che le rivoluzioni siano concepite e sviluppate dalle classi umili, costoro nella storia non hanno mai contato nulla. Vengono usate, ancora oggi, come pedine, fantaccini sacrificabili sui campi di battaglia per gli interessi “superiori”, in questo caso di una congrega di criminali che aveva individuato nel Talmud il manuale per ricostruire il mondo a proprio piacimento. Nello stesso periodo Lenin, a bordo di un treno pagatogli dalla Bundesmark e seduto su 10 milioni di dollari oro fornitigli dal banchiere Max Warburg, manco a dirlo anche questo ebreo, attraversava le terre baltiche per raggiungere i cospiratori giunti a S. Pietroburgo. Su Warburg è utile sapere che suo fratello Paul figura tra i fondatori della Federal Reserve System, la banca centrale statunitense al cui controllo parteciparono gli onnipresenti Rothschild. Di questo Paul Warburg è celebre la sinistra e profetica dichiarazione che lesse al senato USA nel 1905: “Avremo un governo mondiale, lo si voglia o no. La sola questione è sapere se sarà instaurato per adesione o per conquista”. Intanto l’impero degli zar fu il loro primo obiettivo di conquista planetaria, rappresentando la ghiotta preda nel primo quarto di novecento. Contestualmente a questi finanziamenti, altri ne sopraggiunsero dalla Rhine-Westphalion Syndicate: ennesima organizzazione di miliardari ebrei tedeschi, ma sempre su sollecito di Max Warburg. Intanto Trotsky si portava avanti nella sua scalata al successo sposando la figlia di Jivotovsky, altro, ennesimo, potente e influente miliardario ebreo. Come tutti sanno, questa pioggia di miliardi riuscì in fine nell’intento di vendicare il fallimento del 1905, facendo esplodere la “rivoluzione” comunista alle spalle dell’eroico esercito russo impegnato a combattere gli imperi centrali. Il morbo che molti definiscono, e non a torto, giudeobolscevismo, si infiltrò fin dentro le trincee favorendo la diserzione di migliaia di soldati, fino al simbolico assalto al palazzo d’invero a S. Pietroburgo e la definitiva presa del potere in Russia. Ovviamente tali potenti finanziatori reclamarono immediatamente la quota di bottino spettante dopo così copiosi investimenti. E la giunta “rivoluzionaria” bolscevica, una volta raggiunto il potere, si diede da fare per rimpinguare, e con i dovuti interessi, i loro finanziatori ebrei d’occidente. Saccheggiarono le riserve auree dei Romanoff e spedirono il mal tolto negli Usa: tra il 1918 e 1922 circa 600 milioni di rubli oro, (da una ricerca effettuata dallo storico Gary Allen), varcarono l’oceano Atlantico!

La casa bancaria di Kuhn, Loeb & co. pilotata dallo stesso Schiff, realizzò, anche grazie alle ricchezze trafugate dai bolscevichi e portate in America, un utile di 102.290.000 dollari! Oltre a questo il saccheggio proseguì con il trafugamento del tesoro imperiale, del quale la sola parte spettante alla zarina ammontava a 475 milioni di rubli oro, oltre ad altri 7 milioni in gioielli. A questo va aggiunto che la Russia zarista produceva 30 tonnellate di oro l’anno; ma di questa considerevole ricchezza il popolo russo non vide nulla, i bolscevichi avevano razziato l’inverosimile. Laddove, bisogna dirlo, i Romanoff provvedevano al sostentamento di vasti strati della popolazione secondo lo schema classico feudale: Tramite donazioni a conventi e principi locali, che elargivano a cascata alla popolazione. La socializzazione dei beni pubblici, al contrario di quanto si possa credere, si rivelò una semplice truffa a scapito di persone umili, nella quasi totalità dei casi analfabeti, che vennero illusi di essere diventati proprietari del terreno che lavoravano. In verità, rendendoli responsabili in prima persona dell’azienda o del terreno, cosa alla quale non erano preparati, li si condannò ad un fallimento annunciato, agevolando così l’opera di colpevolizzazione in prima persona con conseguente eliminazione fisica: anche con metodi di sadismo tale da far concorrenza a quello nazista, quale ad esempio innaffiare i contadini con acqua, durante gli inverni, in modo tale che i disgraziati venivano tramutati in macabre statue di ghiaccio. Ovviamente dobbiamo dire che le disastrose “riforme agrarie” furono incentivate dalla spietata giunta leninista col precipuo scopo di portare a termine il delirante progetto di genocidio della bigotta e ignorante classe di contadini, così definita dai bolscevichi; i “comunisti” si compiacevano del fatto che la carestia cominciasse a prendere piede. Negli anni ’20-’30 tutta l’Ucraina, già granaio dell’Impero, sotto il dominio bolscevico si tramutò in landa di morte. E più mugiki morivano, per via delle assurde ricette economiche dei soviet, più la carestia incalzava perché di lavoratori terrieri ve n’erano sempre di meno. Si calcola che le vittime superarono i 10 milioni! E solo in questa prima fase. Tutto questo rese possibile a Robert Wilton, preziosissimo testimone in quanto corrispondente del London Times in Russia in quegli anni orribili, di scrivere nel suo libro: “The last day of the Romanoff” che: “L’intera vicenda del bolscevismo in Russia ha lo stampo indelebile di un invasione straniera. A partire dall’assassinio dello Zar, deliberatamente pianificato da Sverdlov e messo in atto dagli ebrei Goloshekin, Symolotov, Sverdlov, Voikov, Yurvsky. Fu appunto un atto, non del popolo russo, ma di invasione straniera”. Riguardo a tale eccidio consumato a Ekaterinburg è utile aggiungere che la famiglia imperiale fu sottoposta a una fucilazione nelle forme di un vero e proprio sacrificio rituale, anch’esso voluto dal diabolico Jacob Schiff, condito di frasi deliranti, in ebraico ed estrapolate dal Talmud, che vennero scritte dagli assassini sui muri già ricoperti del sangue delle principessine Olga, Tatiana, Maria, Anastasia, la zarina Aleksandra Fedorovna, l’imperatore Nicola II ed il piccolo erede al trono Alessio. Sui giornali ebraici occidentali quali “L’american hebrew magazine” oppure il “Jewish Chronicle”, venne rivendicato il ruolo fondamentale dell’elemento ebraico nella rivoluzione bolscevica. Tanto che su 556 funzionari dello Stato sovietico negli anni 1918/19 si contano: 17 russi, 2 ucraini, 11 armeni, 35 lettoni, 15 tedeschi, 1 ungherese, 10 georgiani, 2 polacchi, 2 finlandesi, 1 kazako e ben 457 ebrei! Riguardo all’American hebrew, il suo editore, a quindici anni dalla presa del potere dei bolscevichi in Russia, scrisse sui fatti dei giorni della rivoluzione che:…” mentre in Russia fino ad alcune settimane fa non una singola sinagoga ebraica è stata abbattuta, centinaia, forse migliaia, delle chiese greco-cattoliche sono state rase al suolo.” Il reverendo George E. Simmons, sovrintendente della chiesa metodista episcopale a S. Pietroburgo tra il 1907 ed il 1918, testimoniò al Senato USA che: “Tra 388 membri del nuovo governo russo, solo 16 erano di origine russa. Uno tra loro era un nero americano. Tutto il resto, i rimanenti 371 membri, erano ebrei. Di questi 371 dirigenti bolscevichi ebrei, 265 erano americani del Lower East Side di New York City.”

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

 

Alcuni accenni su un popolo eroico (sesta parte)

Alcuni accenni su un popolo eroico (sesta parte)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Al principio del ventesimo secolo il continente europeo viene sconvolto dalla grande guerra. Dopo i venti milioni di morti seminati tra la Renania, le Alpi, la Carinzia e le pianure del bassopiano germanico, niente sarà più lo stesso. L’Europa perde, per sempre, il suo dominio sul mondo. L’impero russo, come noto, uscì fuori dal carnaio della guerra con il trattato di Brest-Litovsk, in buona sostanza aveva ceduto agli imperi centrali, Germania e Austria. Questa capitolazione è merito del governo comunista appena salito al potere. Ma cosa sia stata in realtà la rivoluzione comunista-bolscevica è materia di dibattito ancora oggi, anzi, proprio negli ultimi anni si è registrato un notevole sviluppo nelle indagini sui protagonisti di quella rivoluzione che per ben settanta anni ha tenuto il potere su tutte le Russie. Nel precedente capitolo si era fatto cenno alla vendetta degli europei, ormai definitivamente giacobini, materialisti, sul mondo russo ortodosso che li aveva sconfitti al tempo dell’invasione napoleonica. Questo fallimento, lungi dal moderare le ambizioni occidentali, sortì, negli ambienti della borghesia dominatrice in Europa e negli USA, la voglia di revanscismo. Non lo si nota tanto facilmente ma in effetti sulle pianure percorse dalla Beresina gli europei occidentali subirono il loro primo grande smacco, e con esso fu sconfitto tutto un mondo positivista fatto di progresso e vittoria in tutti i campi, laddove quello militare sanziona solamente, e da sempre, la superiorità culturale dell’invasore. Ebbene, questi europei ex sudditi dell’Impero Romano d’Occidente nonché organizzati in nazioni da circa mezzo millennio, non potevano tollerare che un popolo di selvaggi, così definivano i russi, disprezzandoli, continuasse a vivere tradizionalmente e libero dai tentacoli del capitalismo internazionale. Cosa poteva sconfiggerli? Un altro tipo di internazionalismo, in buona sostanza l’altra faccia della stessa medaglia, il lato della cosiddetta rivoluzione proletaria. Marx, il sommo teorico del mondo della comune, ultimo arrivato di una schiera di individui partoriti dai borghi commerciali, aveva in realtà tutte le qualità per essere inserito nel mondo liberista. Era un prodotto di quel mondo borghese che pure diceva di combattere. Il dato fondamentale per comprendere meglio, ed in sintesi, chi era realmente questo personaggio, risiede nel luogo geografico di gran parte della sua vita e delle sue opere letterarie. Marx visse nella nazione che per prima, fin dal tempo della rivoluzione di Cromwell, aveva messo sul trono l’economia di mercato: l’Inghilterra. In questa terra e nella vicina Olanda vennero fondati i primi istituti borsistici; si stabilì il prezzo di gran parte dei prodotti che provenivano da ogni angolo del mondo. Ora, in una siffatta società risultava del tutto naturale giungere a conclusioni che da un lato offrono un oggettivo, e lodevole, giudizio biasimevole sull’alba del capitalismo moderno, (fatto di sfruttamento dell’umanità), ma anche una serie di soluzioni che avevano in nuce lo stesso programma liberista, ossia: la fine delle identità nazionali. Marx nutriva nei confronti degli europei la naturale diffidenza della sua comunità, era di famiglia e cultura ebrea, e questo, purtroppo è un dato storico inconfutabile, ha influenzato non poco il suo pensiero. Va aggiunto, inoltre, che queste tesi da lui espresse mirabilmente finivano con la giustificazione di una naturale alleanza col mondo della produzione e del commercio, anche questo, soprattutto in Inghilterra, appannaggio delle potenti famiglie ebraiche: ricordiamo che i Rotschild raggiungono il baronato e Benjamin Disraeli diviene primo ministro proprio al tempo in cui Marx scriveva. Dunque i fondatori ideologici e politici della “nuova Russia” non avevano avuto soltanto la stessa culla culturale, ebraica, altro tratto distintivo che contraddistingue questi comunisti è il ritrovarsi, come per incanto, tutti e negli stessi anni, in Inghilterra. Non solo Marx, l’Inghilterra è la Patria di tutti gli oppositori politici ai vecchi regimi: da Mazzini e Garibaldi fino a Lenin e Trotsky: tutti vissero ed operarono in funzione degli interessi britannici. In cambio ovviamente c’erano soldi e appoggio, anche militare, per la fazione cullata nel Regno Unito, allora impero mondiale di natura talassocratica, dunque in netta opposizione con quello politico e territoriale, di stampo feudale, che governava la Russia o gli imperi centrali. D’altronde le rivoluzioni necessitano di denaro, e molto, soprattutto se si vuole scardinare un impero, quello russo, che si espandeva da oltre mezzo millennio. Per farci un idea di come il comunismo infettò e distrusse un impero dobbiamo procedere illustrando la paternità culturale di chi operò simili atrocità: Lo svelamento del gande piano si ebbe nel 1881, quando Alexander II venne ucciso a seguito di un complotto ordito da famiglie ebraiche. A scatenare simile odio pare vi fosse stata la volontà, da parte dei Romanoff, di rendere la popolazione ebraica partecipe della vita comune con gli altri sudditi dell’Impero, come se questo non fosse buon senso. Ma in quale modo li si voleva uniti al resto della popolazione? Gli Zar dei secoli XVIII e XIX offrirono agli ebrei vasti appezzamenti di terreno assieme alle sementi, scorte alimentari, utensili, bestiame e case d’abete, laddove anche i ricchi vivevano, in talune zone remote, in dimore di fango! Tutto però risultò invano. Gli ebrei abbattevano gli animali da lavoro per poi cibarsene e dichiarare che erano morti di stenti, affittavano ai russi il lavoro e spesso non li pagavano, trascuravano gran parte del terreno loro affidato, e spesso o rivendevano oppure distruggevano gli attrezzi. In pratica preferivano continuare a prestare denaro a usura ai poveri mugiki, trattandoli da schiavi, oppure distillare vodka con la quale compravano la lealtà dei contadini. Gli ebrei avevano il terrore di integrarsi con gli altri, perché, dicevano, avrebbero perduto la propria identità. Questa vera e propria quinta colonna all’interno dell’Impero zarista venne abilmente cooptata dal capitalismo occidentale per distruggere un impero che, lo ricordiamo, era ben più vasto anche dell’URSS. Dall’Alaska alla Finlandia e la Polonia, tutto un pianeta all’interno del pianeta terra risultava sotto il Cesare d’Oriente: quello russo fu l’impero più vasto che la storia umana ricordi. Ma questa immensità era diventata anche la sua fragilità perché, come sempre accade agli imperi “maturi”, i quali tendono a ridurre la capacità offensiva-difensiva, cominciò a far gola all’intraprendente economia occidentale, che ora aveva un nuovo alleato nel movimento sionista talmudico.

Il 1902 può essere indicato come l’anno in cui i progetti, che definire diabolici è riduttivo!, di distruzione dell’Impero Russo si palesarono al mondo, o meglio diventarono di dominio pubblico. In un convegno di ebrei antirussi tenuto a Berlino il dr. Paul Nathan chiese espressamente la distruzione dell’Impero Russo, ovviamente per far ciò fece appello ai poteri finanziari. Inoltre, per eccitare gli animi all’azione, citò una circolare zarista nella quale si ordinava alla guarnigione di Odessa di schiacciare la rivoluzione che mira a creare un impero ebraico sulla Santa Madre Russia: tutto questo venne riportato in seguito in un articolo apparso sul New York Times. Evidentemente la corte imperiale aveva capito da dove proveniva la minaccia. E, almeno nei primi anni del secolo, lo Zar riuscì a rintuzzare gli attacchi; il punto è che l’appello di Nathan non cadde nel vuoto, perché iniziarono ad arrivare copiosi finanziamenti da parte di esponenti della stessa cultura che si diceva discriminata dal potere zarista.

Uno di questi finanziatori ebrei, che impersonava entrambe le nature, quella capitalistica e quella talmudica, si chiamava Jacob Henry Schiff. Già emissario Rothschild in America era socio della banca d’investimento Kuhn, Loeb & Co, anch’essa fondata da miliardari ebrei, oltre alla Banca di New York grazie alla quale nel 1905 riuscì a finanziare il Giappone invitandolo ad attaccare la Russia. Nello stesso periodo, l’attacco ovviamente fu complesso, non ci si poteva limitare a una guerra nelle province orientali, Schiff si prodigava per finanziare, sempre tramite organizzazioni ebraiche, una serie di scioperi nella Russia europea, la più ricca, col precipuo scopo di paralizzare l’amministrazione dello Zar e facilitarne la caduta. Al 1905 risale anche la rivolta dei marinai stanziati a Odessa, celebrata nell’opera cinematografica “la corazzata Potemkin”. Non mancarono, in quegli anni, frequenti e importanti furti di denaro pubblico, a seguito di veri e propri assalti condotti dai seguaci di Israel Helphand, detto Alex Parvus, (questo signore sarà anche uno dei finanziatori dei giovani turchi, altra congrega di cripto-giudaici che opererà lo sterminio degli armeni) e Leiba Bronstein, anche lui russificò il proprio nome ebraico in quello di Trotsky. Tuttavia il governo legittimo zarista resistette a questi assalti, represse le rivolte partorite dall’estero e ristabilì l’ordine. Purtroppo le 20.000 vittime di questi primi tumulti rappresentavano solo l’alba del genocidio.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Alcuni accenni su un popolo eroico (quinta parte)

Alcuni accenni su un popolo eroico (quinta parte)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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A questo punto a guidarci lungo gli ultimi due secoli della storia russa dovrebbe esserci, come colonna sonora, l’overture 1812 di Tchaikovsky; facile intuizione dato che gli attacchi dell’occidente, alla Russia, si intensificarono all’indomani della rivoluzione giacobina ed il conseguente terrore napoleonico sparso per tutta Europa. Le divisioni, le cesure, nei rapporti interpersonali ed anche internazionali, scavano fiumi carsici fino a provocare profonde fenditure nei terreni, a volte delle vere e proprie doline. Ecco che, applicate alla cosiddetta geopolitica, scopriamo come i frequenti sconquassi nei rapporti tra oriente ed occidente abbiano provocato fratture sempre più vaste, divaricando le distanze tra i due mondi. Dunque, alla tremenda faglia del 1055, separazione della cristianità orientale da quella latina, è susseguita quella culturale nei secoli del rinascimento italiano, il quale, sebbene fortemente condizionato proprio dall’elemento bizantino, che in Italia aveva trovato rifugio, (ricordiamo il patrimonio neoplatonico di Gemisto Pletone che tanta influenza esercitò sull’arte michelangiolesca e manieristica in genere), vede  proprio in quei secoli XV-XVI l’acuirsi dell’incomprensione tra i figli della romanità. Un cristiano di rito greco non avrebbe mai accettato lo stravolgimento di determinati canoni, e non mi riferisco a quelli estetici. L’estetica, e i greci l’avevano intuito già secoli prima della venuta di Cristo, era materia concernente il mondo immanente; in altri termini si può accettare il cambiamento nell’acconciatura dei capelli, nella foggia dei mantelli oppure il timbro delle opere teatrali, ma per ciò che concerne il culto degli dei esso doveva, e deve, restare circoscritto entro determinati canoni stabiliti fin dall’alba delle varie comunità. Il cambiamento, e gli elleni l’avevano saggiato sulla propria pelle, aveva affievolito la forza mistica delle immagini per cui dal rigido Apollo, modellato dai padri nella terracotta, si giunse ai virtuosismi plastici che Prassitele scolpiva nel marmo. E la società si sfaldava e non credeva più in quelle statue sempre più umane, i cui nervi parevano vibrare mostrando passioni che gli uomini non riconoscevano più negli dei. Socrate aveva indicato un nuovo modo per comprendere Dio, un essere supremo che non agisce al modo degli umani, che non può espletare le sue caratteristiche nel tempo perché il suo tempo è eterno: Gli si era avvicinato, più di tutti prima di Socrate e Platone, solo il grande Omero quando faceva smuovere l’intero universo dal battito del ciglio di Giove. Dunque, l’arte sacra necessitava di nuove rappresentazioni che incutessero negli uomini il senso dell’eterno. E come giungervi? La rivelazione cristiana chiuse il ciclo platonico nelle raffigurazioni teistiche, il fondo oro rappresenta il tempo e lo spazio di Dio. Non esiste prospettiva, dunque nessuna scala di valori tra un proscenio e una retroscena. Dal Cristo Pantocrator prende via il tutto, come il primo motore immobile aristotelico. Per questo campeggia sulla cupola di Aghia Sofia a Costantinopoli. I monaci greci digiunano, abbandonano il mondo immanente per entrare, in modo estatico, a contatto con il trascendente. Al termine di questa prova, senza nessun modello reale dinanzi, preparati in questo dall’Idea platonica, mano ai pennelli prendevano ad eseguire le S. Vergini con Bambino e le varie immagini iconiche. Mentre tutto questo patrimonio veniva accolto con entusiasmo nel granducato di Mosca, poi impero Russo, in Occidente si sceglieva un’altra strada. Pur attingendo agli stessi valori, come detto, gli artisti occidentali optano per la “catabasi” della divinità. Si incaponiscono nel raffigurare l’umanità di Cristo fino a sfociare, sovente, nell’arianesimo formale, premessa di quello sostanziale! Dato che gli stessi pontefici rinascimentali si comportano come adepti di una divinità pagana al pari delle altre che la riscoperta degli scritti antichi aveva portato in dote nei palazzi. Raffaello, il più grande pittore di tutti i tempi, nelle stanze vaticane alterna splendide fanciulle incarnanti Galatea a S. Pietro in carcere. Ed il Cristo del giudizio universale della cappella sistina?: “Pare un soldato tedesco, gli manca solo la sciabola al fianco”. Disse Dostojevskyi dopo aver visitato la celebre cappella del conclave; ovviamente, solo un russo poteva giungere a questa conclusione. I russi, e diciamolo francamente, anche noi credenti occidentali, fatichiamo a segnarci con la croce dinanzi ai pur magnifici capolavori del genio italico; troviamo più sacro, e tendiamo a portarvi rispetto, all’icona dipinta con i canoni descritti sopra. Ecco spiegata per sommi capi la seconda frattura, conseguente alla prima, tra i due mondi della romanità. Dopo fu del tutto naturale vedere nell’avvento del giacobinismo l’ulteriore passo per la definitiva eliminazione del trascendente dalla vita pubblica degli europei occidentali. Quando Napoleone entrò in Mosca sbeffeggiò il popolo russo giudicandolo primitivo perché aveva costruito un numero tale di chiese da superare tutte quelle del resto d’Europa. La tecnica, la scienza, occidentali, avevano permesso alla Russia di poter competere con le potenze occidentali, questo l’aveva capito lo Zar Pietro, ciò che invece non avevano capito gli europei, e ancora oggi non riescono a ficcarselo in testa, è che un conto è introdurre la carrucola o la sega dentata, un altro modificare il rapporto olistico. I russi non potevano rinunciare, per amore di scienza, all’incommensurabile patrimonio che la religione cristiana aveva loro infuso. Pedissequi dell’ortodossia bizantina, avevano risolto alla radice il rapporto tra fede e ragione evitando le lotte per le investiture; che l’imperatore fosse anche capo della Chiesa non solo era ritenuto normale ma anche incentivato in tale compito, qualora nel Basileus fossero affiorate titubanze nella fede. La sovranità autarchica, presentarsi come spada del Cristo, faceva dell’imperatore di Costantinopoli e poi Mosca il naturale complemento del Patriarca. Le ripartizioni delle funzioni fatte da Montesquieu erano incomprensibili, nonché soggette a severe critiche da parte della classe imperiale russa. Sconfiggere le armate napoleoniche significava, in definitiva, sconfiggere non solo un nemico invasore ma tutto un mondo votato al transeunte, alla caducità del tempo degli uomini, alla stessa sovranità dell’uomo che scalza Dio. Per il momento, e siamo nel glorioso 1812, il grande assalto del decadente occidente era stato sventato. Purtroppo il veleno destabilizzatore massonico aveva in serbo ancor più vaste sciagure per il popolo russo. La vendetta aveva il nome di bolscevismo.  …(continua).

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Alcuni accenni su un popolo eroico (quinta parte)

Alcuni accenni su un popolo eroico (quinta parte)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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A questo punto a guidarci lungo gli ultimi due secoli della storia russa dovrebbe esserci, come colonna sonora, l’overture 1812 di Tchaikovsky; facile intuizione dato che gli attacchi dell’occidente, alla Russia, si intensificarono all’indomani della rivoluzione giacobina ed il conseguente terrore napoleonico sparso per tutta Europa. Le divisioni, le cesure, nei rapporti interpersonali ed anche internazionali, scavano fiumi carsici fino a provocare profonde fenditure nei terreni, a volte delle vere e proprie doline. Ecco che, applicate alla cosiddetta geopolitica, scopriamo come i frequenti sconquassi nei rapporti tra oriente ed occidente abbiano provocato fratture sempre più vaste, divaricando le distanze tra i due mondi. Dunque, alla tremenda faglia del 1055, separazione della cristianità orientale da quella latina, è susseguita quella culturale nei secoli del rinascimento italiano, il quale, sebbene fortemente condizionato proprio dall’elemento bizantino, che in Italia aveva trovato rifugio, (ricordiamo il patrimonio neoplatonico di Gemisto Pletone che tanta influenza esercitò sull’arte michelangiolesca e manieristica in genere), vede  proprio in quei secoli XV-XVI l’acuirsi dell’incomprensione tra i figli della romanità. Un cristiano di rito greco non avrebbe mai accettato lo stravolgimento di determinati canoni, e non mi riferisco a quelli estetici. L’estetica, e i greci l’avevano intuito già secoli prima della venuta di Cristo, era materia concernente il mondo immanente; in altri termini si può accettare il cambiamento nell’acconciatura dei capelli, nella foggia dei mantelli oppure il timbro delle opere teatrali, ma per ciò che concerne il culto degli dei esso doveva, e deve, restare circoscritto entro determinati canoni stabiliti fin dall’alba delle varie comunità. Il cambiamento, e gli elleni l’avevano saggiato sulla propria pelle, aveva affievolito la forza mistica delle immagini per cui dal rigido Apollo, modellato dai padri nella terracotta, si giunse ai virtuosismi plastici che Prassitele scolpiva nel marmo. E la società si sfaldava e non credeva più in quelle statue sempre più umane, i cui nervi parevano vibrare mostrando passioni che gli uomini non riconoscevano più negli dei. Socrate aveva indicato un nuovo modo per comprendere Dio, un essere supremo che non agisce al modo degli umani, che non può espletare le sue caratteristiche nel tempo perché il suo tempo è eterno: Gli si era avvicinato, più di tutti prima di Socrate e Platone, solo il grande Omero quando faceva smuovere l’intero universo dal battito del ciglio di Giove. Dunque, l’arte sacra necessitava di nuove rappresentazioni che incutessero negli uomini il senso dell’eterno. E come giungervi? La rivelazione cristiana chiuse il ciclo platonico nelle raffigurazioni teistiche, il fondo oro rappresenta il tempo e lo spazio di Dio. Non esiste prospettiva, dunque nessuna scala di valori tra un proscenio e una retroscena. Dal Cristo Pantocrator prende via il tutto, come il primo motore immobile aristotelico. Per questo campeggia sulla cupola di Aghia Sofia a Costantinopoli. I monaci greci digiunano, abbandonano il mondo immanente per entrare, in modo estatico, a contatto con il trascendente. Al termine di questa prova, senza nessun modello reale dinanzi, preparati in questo dall’Idea platonica, mano ai pennelli prendevano ad eseguire le S. Vergini con Bambino e le varie immagini iconiche. Mentre tutto questo patrimonio veniva accolto con entusiasmo nel granducato di Mosca, poi impero Russo, in Occidente si sceglieva un’altra strada. Pur attingendo agli stessi valori, come detto, gli artisti occidentali optano per la “catabasi” della divinità. Si incaponiscono nel raffigurare l’umanità di Cristo fino a sfociare, sovente, nell’arianesimo formale, premessa di quello sostanziale! Dato che gli stessi pontefici rinascimentali si comportano come adepti di una divinità pagana al pari delle altre che la riscoperta degli scritti antichi aveva portato in dote nei palazzi. Raffaello, il più grande pittore di tutti i tempi, nelle stanze vaticane alterna splendide fanciulle incarnanti Galatea a S. Pietro in carcere. Ed il Cristo del giudizio universale della cappella sistina?: “Pare un soldato tedesco, gli manca solo la sciabola al fianco”. Disse Dostojevskyi dopo aver visitato la celebre cappella del conclave; ovviamente, solo un russo poteva giungere a questa conclusione. I russi, e diciamolo francamente, anche noi credenti occidentali, fatichiamo a segnarci con la croce dinanzi ai pur magnifici capolavori del genio italico; troviamo più sacro, e tendiamo a portarvi rispetto, all’icona dipinta con i canoni descritti sopra. Ecco spiegata per sommi capi la seconda frattura, conseguente alla prima, tra i due mondi della romanità. Dopo fu del tutto naturale vedere nell’avvento del giacobinismo l’ulteriore passo per la definitiva eliminazione del trascendente dalla vita pubblica degli europei occidentali. Quando Napoleone entrò in Mosca sbeffeggiò il popolo russo giudicandolo primitivo perché aveva costruito un numero tale di chiese da superare tutte quelle del resto d’Europa. La tecnica, la scienza, occidentali, avevano permesso alla Russia di poter competere con le potenze occidentali, questo l’aveva capito lo Zar Pietro, ciò che invece non avevano capito gli europei, e ancora oggi non riescono a ficcarselo in testa, è che un conto è introdurre la carrucola o la sega dentata, un altro modificare il rapporto olistico. I russi non potevano rinunciare, per amore di scienza, all’incommensurabile patrimonio che la religione cristiana aveva loro infuso. Pedissequi dell’ortodossia bizantina, avevano risolto alla radice il rapporto tra fede e ragione evitando le lotte per le investiture; che l’imperatore fosse anche capo della Chiesa non solo era ritenuto normale ma anche incentivato in tale compito, qualora nel Basileus fossero affiorate titubanze nella fede. La sovranità autarchica, presentarsi come spada del Cristo, faceva dell’imperatore di Costantinopoli e poi Mosca il naturale complemento del Patriarca. Le ripartizioni delle funzioni fatte da Montesquieu erano incomprensibili, nonché soggette a severe critiche da parte della classe imperiale russa. Sconfiggere le armate napoleoniche significava, in definitiva, sconfiggere non solo un nemico invasore ma tutto un mondo votato al transeunte, alla caducità del tempo degli uomini, alla stessa sovranità dell’uomo che scalza Dio. Per il momento, e siamo nel glorioso 1812, il grande assalto del decadente occidente era stato sventato. Purtroppo il veleno destabilizzatore massonico aveva in serbo ancor più vaste sciagure per il popolo russo. La vendetta aveva il nome di bolscevismo.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Alcuni accenni su un popolo eroico (quarta parte)

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Alcuni accenni su un popolo eroico (quarta parte)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

A destare le preoccupazioni maggiori nello Czar Pietro erano sempre le relazioni con l’Europa occidentale, sul Baltico in particolare, dove s’erano focalizzate le ambizioni degli svedesi. Ed è in questo periodo che nasce (e si svilupperà in seguito, con crudeltà inaudita) la “sindrome della steppa”, la maniacale ricerca della vittoria contro la Russia da parte di piccole entità politiche europee che, a vario titolo, si sono sentite “minacciate” dalla vastità dell’impero degli Zar, questo per nascondere le vere intenzioni degli europei occidentali, consistenti nel desiderio, folle, di conquistare le immense risorse: cerealicole, forestali, pellame, di cui disponeva già all’epoca la Russia. E’ facile immaginare quali appetiti stimoli oggi il più grande giacimento di gas naturale, quello siberiano, in particolare dell’immensa repubblica russa della Yakuzia, ne parleremo in seguito. Per ora è necessario focalizzare la bramosia occidentale nell’invasione di Carlo XII re di Svezia. Costui si presentava alla sfida con lo Zar Pietro nella posizione, diremmo classica, del terzo erede, colui che, a tutti gli effetti, assume il ruolo del depositario dei soli vizi di chi l’ha preceduto. E’ una regola generale, nelle vicende umane, quella che vuole alla terza generazione la dissipazione di chi ha costruito le fortune. Andiamo con ordine: nel caso svedese abbiamo un prologo in Gustavo II Adolfo, vincitore della guerra dei trent’anni e vero costruttore dell’effimero impero del Nord, degli svedesi. Dalla pace di Westfalia del 1648, che portò la pace in tutto il continente, Cristina, la mite figliola del tremendo Gustavo Adolfo, il sovrano campione dei luterani, consolidò per la sua Svezia il dominio sulle terre tedesche per poi scegliere la conversione al cattolicesimo con conseguente fuga a Roma. Prima di questo passo, che sconvolse i protestanti, ebbe comunque il tempo di abdicare in favore del cugino, il principe Carlo X. Una volta salito al trono costui rinnovò l’offensiva svedese contro polacchi, russi, danesi e tedeschi del Brandeburgo, tutto per il possesso del fatale golfo che racchiude il mar Baltico. Successivamente passò la mano alla seconda generazione, a suo figlio Carlo XI che consolidò l’esercito facendone il primo moderno e nazionale, utile strumento che a sua volta trasmise al figlio Carlo XII che lo utilizzò per portare a termine il ciclo breve dell’egemonia svedese. Come dicevamo, la tracotanza scaturisce dal susseguirsi dei successi, cosicché dopo aver sconfitto i danesi e immediatamente dopo i russi, a Narwa, maturò in lui l’ambizioso progetto di invasione delle steppe della Russia, l’Earthland intorno al quale gravita il mondo intero. Da queste iniziali sconfitte Pietro seppe trarre gli utili insegnamenti. Dopo Narwa incrementò l’ammodernamento dell’esercito russo per poi spostare le sue truppe ancora verso il Baltico, nel tentativo di portare le frontiere dell’Impero sulle sponde di questo prezioso mare. Nel 1707 l’operazione si concluse con successo insediando un grosso forte, alla foce del fiume Neva, che sbocca poco a Sud della frontiera con l’attuale Finlandia, era solo l’inizio; lo Zar Pietro diede ordine di fondarvi la sua città, nonché futura residenza degli imperatori. Mentre si concludevano queste operazioni l’alleato dell’Impero Russo, la Polonia, in quel frangente ottimo baluardo anti-svedese, cedette dinanzi all’avanzata di Carlo XII concludendo con questi la pace; era il 1706. Rimasto solo a fronteggiare il poderoso esercito svedese, forte di 24000 cavalieri e 20.000 fanti, Pietro inaugurò la tattica della terra bruciata, ritirandosi verso Sud e rafforzando le difese di Mosca. L’avanzata svedese pareva incontenibile; dopo aver conquistato Grodno e Minsk l’esercito di Carlo XII passò il celebre fiume Beresina spazzando via un contingente di 16000 soldati dello Zar. Nel mese di luglio del 1708 gli scandinavi si accampavano sul Dnieper in attesa dei rinforzi che i russi avevano reso difficili da far giungere, per via della guerriglia e della devastazione lasciata dietro le colonne svedesi. Tuttavia l’impedimento nelle retrovie, a Nord, pareva essere bilanciato dall’alleanza trovata con i cosacchi di Ucraina, dei quali in realtà solo una minima parte aspirava all’indipendenza. Era questo il momento in cui la tracotanza si ripresentava, e lo fa sempre, come fata morgana nel deserto, ogni qual volta la vittoria balugina all’orizzonte. Fu proprio la smania di giungere nelle piane ucraine inondate di frumento, con la convinzione che i cavalieri cosacchi gli avrebbero apportato l’aiuto per la vittoria finale, a far perdere a Carlo il contatto con la realtà. Dimentico della sorte delle colonne rimaste addietro, alle quali si era limitato a diramare l’ordine di raggiungerlo in Ucraina, dando per scontato che l’esercito russo si fosse liquefatto del tutto, il sovrano svedese si ritrovò solo e circondato dallo sterminato territorio imperiale, mentre lo stillicidio delle sue forze continuava e si palesava al suo campo. I 7000 carri di rifornimento, viveri e munizioni, assieme ai cadaveri di 8000 soldati svedesi, giacevano nei pressi di Propoisk. A guidare l’annientamento della colonna di rinforzi era stato lo Zar Pietro in persona. Intanto, la stragrande maggioranza dei cosacchi operava per annientare tutti coloro che cercavano di recare aiuto agli svedesi, cosicché, degli aiuti promessi a Carlo, giunsero solo 2000 cavalieri guidati dall’”irredentista” cosacco ucraino Mazepa. In ultimo, i russi giunsero per primi nella preziosa città di Baturin, luogo dove erano concentrati i più grandi depositi di viveri della regione. Ormai, nella primavera del 1709, l’esercito svedese, o quel che ne restava dopo gli stremi patiti nell’inverno d’inedia, si accingeva alla dissoluzione senza incrociare le armi in uno scontro decisivo. Ma, più come beffa utile a prolungare l’agonia che come riscatto, a mio modo di vedere, venne individuata sul fiume Vorskla, affluente del Dnieper, la cittadina di Poltava, ultimo luogo dove poter trovare abbastanza rifornimenti per poter continuare la guerra, o magari trovare le forze necessarie per tornare a casa, portando a termine l’Anabasi dell’età moderna. Fatto sta che la guarnigione della cittadina resistette all’assedio degli svedesi lasciando stupefatto Carlo e soprattutto dando il tempo di farvi affluire lo Zar Pietro in persona e alla guida di 42000 uomini più 100 cannoni. Dall’altra parte gli svedesi potevano schierare nella pianura di Poltava solo 24000 soldati, la metà di quelli al principio dell’invasione. In più, i soldati dello Zar traevano motivazioni superiori a quelle degli svedesi non solo per via della accresciuta, quanto naturale, rabbia che sopraggiunge in chi è aggredito, invaso, ma anche a seguito della natura eretica dell’invasore; gli svedesi infatti erano luterani, (oggi non sono più nemmeno questo, anzi, non sono niente al pari di tutti gli altri europei occidentali) i russi erano e sono cristiani di rito grecobizantino, e trattavano con odio e disprezzo chi insultava le sacre icone. Non fu quindi difficile per lo Zar Pietro motivare i suoi uomini a costruire un campo trincerato nonché una serie di fortini che tagliavano in due il campo di battaglia, col preciso scopo di dividere gli attaccanti svedesi. Infatti l’ala sinistra, dov’era presente lo stesso Carlo, avanzò superando le fortificazioni, travolgendo le poche difese appiedate fino a giungere a ridosso del campo russo, mentre l’ala destra si incagliò nel tentativo, inspiegabile, di espugnare i piccoli fortilizi zaristi. L’esercito invasore, nonostante fosse diviso, continuava l’avanzata inculcando in Carlo l’ottimismo in un rapido ricongiungimento delle sue forze, che però non avvenne mai perché la destra svedese, attardata nell’attacco ai fortilizi, fu annientata dal sopraggiungere dell’ala sinistra russa guidata dal generale Rensel. Carlo, ridotto a mal partito, a questo punto decise di attaccare cercando almeno di colpire di sorpresa il resto dell’esercito di Pietro, che risultava ancora in fase di schieramento dinanzi al proprio campo. Tuttavia lo stesso Rensel, dopo aver “sistemato” gli svedesi dell’ala destra, fece in tempo a ricongiungersi allo Zar che intanto, per coprire il ricongiungimento e lo schieramento dell’intero esercito, fece aprire il fuoco ai cannoni, circa un centinaio di pezzi. Metà dei fanti svedesi vennero falciati in questa fase ma, nonostante la furia di questo bombardamento, i sopravvissuti riuscirono con sforzo immane a sfondare la prima linea russa per poi cadere eroicamente travolti, durante la feroce mischia fatta a suon di sciabole, dalla sopraggiungente seconda linea russa. Lo Zar Pietro guidava l’avanzata dei suoi ma data la sua possanza, era alto due metri, si mostrava come un facile bersaglio, infatti venne centrato da ben tre proiettili, uno conficcato nel suo tricorno, l’altro nella sella, ed il terzo, il più pericoloso, deviato dalla croce che portava sul collo, quando si dice un vero miracolo! A Carlo andò peggio poiché la lettiga, dall’alto della quale conduceva la battaglia, fu centrata da una cannonata russa. Tramortito fu trasportato fuori del campo di battaglia. Bilancio finale, gli svedesi rimasero sul campo 9.000 dei loro connazionali, dei russi 1.300. La nazione s’era cementata, come sempre accade, nel momento più duro, durante l’ennesima invasione; e questa volta ancor più pericolosa di quelle dei polacchi, dei tartari o dei lituani, succedutesi nei secoli precedenti. Tramontato così, e per sempre, il ricorso storico di un regno gotico come al tempo della dinastia Amala, l’Impero degli Zar s’accingeva ad affermarsi come potenza intercontinentale. Con Pietro il Grande raggiunse stabilmente il mar Baltico, mentre a oriente annetteva l’enorme penisola di Kamchatka e l’ultimo lembo di Siberia fino allo stretto di Bering, per finire poi con un ulteriore spinta verso meridione, operata nell’Asia centrale. (continua)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Alcuni accenni su un popolo eroico (quarta parte)

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Alcuni accenni su un popolo eroico (quarta parte)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

A destare le preoccupazioni maggiori nello Czar Pietro erano sempre le relazioni con l’Europa occidentale, sul Baltico in particolare, dove s’erano focalizzate le ambizioni degli svedesi. Ed è in questo periodo che nasce (e si svilupperà in seguito, con crudeltà inaudita) la “sindrome della steppa”, la maniacale ricerca della vittoria contro la Russia da parte di piccole entità politiche europee che, a vario titolo, si sono sentite “minacciate” dalla vastità dell’impero degli Zar, questo per nascondere le vere intenzioni degli europei occidentali, consistenti nel desiderio, folle, di conquistare le immense risorse: cerealicole, forestali, pellame, di cui disponeva già all’epoca la Russia. E’ facile immaginare quali appetiti stimoli oggi il più grande giacimento di gas naturale, quello siberiano, in particolare dell’immensa repubblica russa della Yakuzia, ne parleremo in seguito. Per ora è necessario focalizzare la bramosia occidentale nell’invasione di Carlo XII re di Svezia. Costui si presentava alla sfida con lo Zar Pietro nella posizione, diremmo classica, del terzo erede, colui che, a tutti gli effetti, assume il ruolo del depositario dei soli vizi di chi l’ha preceduto. E’ una regola generale, nelle vicende umane, quella che vuole alla terza generazione la dissipazione di chi ha costruito le fortune. Andiamo con ordine: nel caso svedese abbiamo un prologo in Gustavo II Adolfo, vincitore della guerra dei trent’anni e vero costruttore dell’effimero impero del Nord, degli svedesi. Dalla pace di Westfalia del 1648, che portò la pace in tutto il continente, Cristina, la mite figliola del tremendo Gustavo Adolfo, il sovrano campione dei luterani, consolidò per la sua Svezia il dominio sulle terre tedesche per poi scegliere la conversione al cattolicesimo con conseguente fuga a Roma. Prima di questo passo, che sconvolse i protestanti, ebbe comunque il tempo di abdicare in favore del cugino, il principe Carlo X. Una volta salito al trono costui rinnovò l’offensiva svedese contro polacchi, russi, danesi e tedeschi del Brandeburgo, tutto per il possesso del fatale golfo che racchiude il mar Baltico. Successivamente passò la mano alla seconda generazione, a suo figlio Carlo XI che consolidò l’esercito facendone il primo moderno e nazionale, utile strumento che a sua volta trasmise al figlio Carlo XII che lo utilizzò per portare a termine il ciclo breve dell’egemonia svedese. Come dicevamo, la tracotanza scaturisce dal susseguirsi dei successi, cosicché dopo aver sconfitto i danesi e immediatamente dopo i russi, a Narwa, maturò in lui l’ambizioso progetto di invasione delle steppe della Russia, l’Earthland intorno al quale gravita il mondo intero. Da queste iniziali sconfitte Pietro seppe trarre gli utili insegnamenti. Dopo Narwa incrementò l’ammodernamento dell’esercito russo per poi spostare le sue truppe ancora verso il Baltico, nel tentativo di portare le frontiere dell’Impero sulle sponde di questo prezioso mare. Nel 1707 l’operazione si concluse con successo insediando un grosso forte, alla foce del fiume Neva, che sbocca poco a Sud della frontiera con l’attuale Finlandia, era solo l’inizio; lo Zar Pietro diede ordine di fondarvi la sua città, nonché futura residenza degli imperatori. Mentre si concludevano queste operazioni l’alleato dell’Impero Russo, la Polonia, in quel frangente ottimo baluardo anti-svedese, cedette dinanzi all’avanzata di Carlo XII concludendo con questi la pace; era il 1706. Rimasto solo a fronteggiare il poderoso esercito svedese, forte di 24000 cavalieri e 20.000 fanti, Pietro inaugurò la tattica della terra bruciata, ritirandosi verso Sud e rafforzando le difese di Mosca. L’avanzata svedese pareva incontenibile; dopo aver conquistato Grodno e Minsk l’esercito di Carlo XII passò il celebre fiume Beresina spazzando via un contingente di 16000 soldati dello Zar. Nel mese di luglio del 1708 gli scandinavi si accampavano sul Dnieper in attesa dei rinforzi che i russi avevano reso difficili da far giungere, per via della guerriglia e della devastazione lasciata dietro le colonne svedesi. Tuttavia l’impedimento nelle retrovie, a Nord, pareva essere bilanciato dall’alleanza trovata con i cosacchi di Ucraina, dei quali in realtà solo una minima parte aspirava all’indipendenza. Era questo il momento in cui la tracotanza si ripresentava, e lo fa sempre, come fata morgana nel deserto, ogni qual volta la vittoria balugina all’orizzonte. Fu proprio la smania di giungere nelle piane ucraine inondate di frumento, con la convinzione che i cavalieri cosacchi gli avrebbero apportato l’aiuto per la vittoria finale, a far perdere a Carlo il contatto con la realtà. Dimentico della sorte delle colonne rimaste addietro, alle quali si era limitato a diramare l’ordine di raggiungerlo in Ucraina, dando per scontato che l’esercito russo si fosse liquefatto del tutto, il sovrano svedese si ritrovò solo e circondato dallo sterminato territorio imperiale, mentre lo stillicidio delle sue forze continuava e si palesava al suo campo. I 7000 carri di rifornimento, viveri e munizioni, assieme ai cadaveri di 8000 soldati svedesi, giacevano nei pressi di Propoisk. A guidare l’annientamento della colonna di rinforzi era stato lo Zar Pietro in persona. Intanto, la stragrande maggioranza dei cosacchi operava per annientare tutti coloro che cercavano di recare aiuto agli svedesi, cosicché, degli aiuti promessi a Carlo, giunsero solo 2000 cavalieri guidati dall’”irredentista” cosacco ucraino Mazepa. In ultimo, i russi giunsero per primi nella preziosa città di Baturin, luogo dove erano concentrati i più grandi depositi di viveri della regione. Ormai, nella primavera del 1709, l’esercito svedese, o quel che ne restava dopo gli stremi patiti nell’inverno d’inedia, si accingeva alla dissoluzione senza incrociare le armi in uno scontro decisivo. Ma, più come beffa utile a prolungare l’agonia che come riscatto, a mio modo di vedere, venne individuata sul fiume Vorskla, affluente del Dnieper, la cittadina di Poltava, ultimo luogo dove poter trovare abbastanza rifornimenti per poter continuare la guerra, o magari trovare le forze necessarie per tornare a casa, portando a termine l’Anabasi dell’età moderna. Fatto sta che la guarnigione della cittadina resistette all’assedio degli svedesi lasciando stupefatto Carlo e soprattutto dando il tempo di farvi affluire lo Zar Pietro in persona e alla guida di 42000 uomini più 100 cannoni. Dall’altra parte gli svedesi potevano schierare nella pianura di Poltava solo 24000 soldati, la metà di quelli al principio dell’invasione. In più, i soldati dello Zar traevano motivazioni superiori a quelle degli svedesi non solo per via della accresciuta, quanto naturale, rabbia che sopraggiunge in chi è aggredito, invaso, ma anche a seguito della natura eretica dell’invasore; gli svedesi infatti erano luterani, (oggi non sono più nemmeno questo, anzi, non sono niente al pari di tutti gli altri europei occidentali) i russi erano e sono cristiani di rito grecobizantino, e trattavano con odio e disprezzo chi insultava le sacre icone. Non fu quindi difficile per lo Zar Pietro motivare i suoi uomini a costruire un campo trincerato nonché una serie di fortini che tagliavano in due il campo di battaglia, col preciso scopo di dividere gli attaccanti svedesi. Infatti l’ala sinistra, dov’era presente lo stesso Carlo, avanzò superando le fortificazioni, travolgendo le poche difese appiedate fino a giungere a ridosso del campo russo, mentre l’ala destra si incagliò nel tentativo, inspiegabile, di espugnare i piccoli fortilizi zaristi. L’esercito invasore, nonostante fosse diviso, continuava l’avanzata inculcando in Carlo l’ottimismo in un rapido ricongiungimento delle sue forze, che però non avvenne mai perché la destra svedese, attardata nell’attacco ai fortilizi, fu annientata dal sopraggiungere dell’ala sinistra russa guidata dal generale Rensel. Carlo, ridotto a mal partito, a questo punto decise di attaccare cercando almeno di colpire di sorpresa il resto dell’esercito di Pietro, che risultava ancora in fase di schieramento dinanzi al proprio campo. Tuttavia lo stesso Rensel, dopo aver “sistemato” gli svedesi dell’ala destra, fece in tempo a ricongiungersi allo Zar che intanto, per coprire il ricongiungimento e lo schieramento dell’intero esercito, fece aprire il fuoco ai cannoni, circa un centinaio di pezzi. Metà dei fanti svedesi vennero falciati in questa fase ma, nonostante la furia di questo bombardamento, i sopravvissuti riuscirono con sforzo immane a sfondare la prima linea russa per poi cadere eroicamente travolti, durante la feroce mischia fatta a suon di sciabole, dalla sopraggiungente seconda linea russa. Lo Zar Pietro guidava l’avanzata dei suoi ma data la sua possanza, era alto due metri, si mostrava come un facile bersaglio, infatti venne centrato da ben tre proiettili, uno conficcato nel suo tricorno, l’altro nella sella, ed il terzo, il più pericoloso, deviato dalla croce che portava sul collo, quando si dice un vero miracolo! A Carlo andò peggio poiché la lettiga, dall’alto della quale conduceva la battaglia, fu centrata da una cannonata russa. Tramortito fu trasportato fuori del campo di battaglia. Bilancio finale, gli svedesi rimasero sul campo 9.000 dei loro connazionali, dei russi 1.300. La nazione s’era cementata, come sempre accade, nel momento più duro, durante l’ennesima invasione; e questa volta ancor più pericolosa di quelle dei polacchi, dei tartari o dei lituani, succedutesi nei secoli precedenti. Tramontato così, e per sempre, il ricorso storico di un regno gotico come al tempo della dinastia Amala, l’Impero degli Zar s’accingeva ad affermarsi come potenza intercontinentale. Con Pietro il Grande raggiunse stabilmente il mar Baltico, mentre a oriente annetteva l’enorme penisola di Kamchatka e l’ultimo lembo di Siberia fino allo stretto di Bering, per finire poi con un ulteriore spinta verso meridione, operata nell’Asia centrale. (continua)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda