I FIGLI DEL SOLE

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Immagine tratta daWeb by Ivan Larotonda

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

I figli del Sole-parte seconda

Un’altra conferma dell’origine nordico-europea degli Hyksos, o almeno della loro aristocrazia militare, risiede oltre che nelle attestazioni linguistiche dei nomi di Re, anche in strani reperti come carri egizi risalenti all’epoca della loro dominazione o poco posteriore, costruiti con telai o timoni di legno di betulla, (albero che cresce a latitudini ben superiori a quelle mediorientali). Ad esso si accompagnava anche, quasi sempre, il solito metallo “esotico”; quel bronzo le cui  primitive fornaci sono state rinvenute lungo il Danubio e oltre, addirittura a nord della Crimea, nell’Attuale Ucraina. Questi Re nordici, dappertutto, in qualsiasi luogo giungessero a dominare, usavano giurare patti su divinità solari, ed al proposito è magnifica la preghiera del Re Hittita Muvatallis, (anche gli hittiti sono europei), che tradotta assume un senso quasi protocristiano:

Dio del Sole del cielo,

Mio Signore, pastore del genere umano!

Tu sorgi, o Dio del Sole del cielo, dal mare e Sali in cielo.

O Dio del Sole del cielo, mio Signore,

giornalmente tu siedi a giudizio

dell’uomo, del cane, del porco, delle bestie selvagge dei campi.

Questa primitiva speculazione teologica è tipica degli europei, e sarà un carattere essenziale nella trasposizione della ricerca sulla spiritualità-divinità nei cieli, in seguito nell’oltre-cielo, l’Iperuranio di Platone.

Ma intanto questi conquistatori europei, o sarebbe meglio dire indoeuropei, dato che i loro regni si stendevano dall’Indo all’Atlantico, erano destinati a forgiare, tramite le loro scorrerie e fondazioni di regni, la coscienza religiosa dell’intero medio oriente, risultando determinanti anche per la nascita delle religioni semitiche. Spazzate via le sovranità delle città stato del nord Mesopotamia, i mitanni, altro ramo dell’invasione Hittita,  vi fondarono il loro regno nell’attuale ansa dell’Eufrate. L’aristocrazia che impera su queste terre non solo è europea, ma consolida la sua politica tramite guerre coi vicini e stringendo accordi commerciali e politici con l’Egitto, nel quale l’indipendenza dagli Hyksos è recente, ma dove è rimasta forte l’impronta degli invasori ex padroni. Infatti oltre all’evoluzione tecnica nell’uso dei metalli e di quanto già detto sopra, i membri delle dinastie che si susseguono nel nuovo regno, (1500-1200 a.C.), presentano una spiccata fisionomia europea. Inoltre, trovano naturale imparentarsi con principesse hitttite e mitanne. Come se si trattasse della nobiltà normanna del nostro medioevo. Una in particolare, di queste regine europee, ha impresso una svolta epocale riguardo al credo tradizionale in uso lungo le sponde del Nilo, con ripercussioni che giungono fino ai nostri giorni. Un antica tradizione, valida in tutte le epoche e le latitudini, vuole che siano le madri a insegnare ai propri figli le preghiere e dunque il credo nazionale. A questa regola non sembra sia fuggito il giovane Amenophis IV, figlio di una principessa Mitanni di nome Tije, dipinta con gli occhi azzurri. E’ interessante vedere come le preghiere al Sole, recitate dagli europei Mitanni e Hittiti saranno molto simili a quelle che farà recitare il faraone Amenophis IV, una volta assunto il potere. E’ lui il celeberrimo eretico che si muterà il nome in Ekhnaton, che vuol dire “Prediletto figlio del Sole”, che scaccia tutti gli dei del tradizionale Pantheon egizio; è lui ad introdurre il primo grande culto monoteistico della storia, e questo grazie alle influenze materne e di tutto il popolo che le era dietro. Ecco uno stralcio del suo inno al Sole-Aton:

Sorgi bello all’orizzonte del cielo,

Aton vivente che hai dato inizio alla vita…

Sei lontano, ma i tuoi raggi sono sulla terra

Sei davanti agli uomini, ma essi non conoscono la tua via…

Sembra scritto dalla stessa mano del poeta di Muvatallis, eppure li separano trecento anni. Il dato oggettivo è che, semplicemente, appartenevano alla stessa civiltà.

Come sposa, l’”eretico” Ekhnaton non poteva che scegliere una principessa Mitanni, l’ennesima; la celeberrima Regina Nefertiti, la cui eccellente scultura, capolavoro assoluto dell’arte dell’antico Egitto, ci ha fatto conoscere come del tutto europea. Ora, è interessante scoprire che nel periodo in questione, (il regno di Ekhnaton risale agli anni 1353-1335), in Egitto dimorasse una cospicua minoranza cananea, insediata soprattutto nel delta ed impiegata anche come milizia ausiliaria dell’esercito del faraone. Facile intuire che la crescita numerica di elementi stranieri, ospiti sul territorio, susciti sempre in ogni epoca il malcontento della popolazione locale, soprattutto se si ha a che fare con persone per niente integrabili nel tessuto sociale indigeno. Ne conseguì l’insorgere di sempre più diffuse lamentele dei visir del faraone, i quali non facevano altro che fungere, a corte, da cassa di risonanza di un malessere generale che esacerbava gli egizi. Alla fine si optò per una forzatura nei confronti di queste genti cananee che iniziavano a definirsi israeliti, discendenti del patriarca Giacobbe, (detto Is-ra-el, colui che ha combattuto con Dio). Ma in cosa consisteva questa forzatura? Pare di intenderla in una richiesta, ai suddetti israeliti, di lavorare nella costruzione delle opere pubbliche, dalla quale erano stati fino ad allora esentati. In pratica si chiedeva un ulteriore sforzo affinché potessero usufruire dei sussidi in grano forniti dai silos del faraone. Agli israeliti non dovette piacere questo cambio, avrebbero preferito continuare a fare i mercenari, e così ebbe inizio il periodo di aperte ostilità che portarono alla fuga di questi che saranno chiamati più comunemente ebrei, con conseguente guerra mossagli contro dai “traditi” egizi. E’ più che probabile che gli israeliti abbiano trafugato ingenti tesori nella loro dipartita dall’Egitto. Fatto sta che, e qui interviene a nostro soccorso il libro dell’Esodo, gli ebrei non rubarono solo i tesori materiali; dalla terra del Nilo presero come modello per la loro idea di divinità anche il culto solare. Culto che era stato da meno di un secolo rovesciato da una rivolta dei sacerdoti nazionalisti di Amon Ra. Mosè trovò un senso nella sua vita, e come credente ritengo certa la rivelazione catafatica che Dio gli ha fatto, ma è anche vero che il Dio unico fu chiamato dagli ebrei dell’Esodo Adonai, direttamente da Aton aj. Mio signore, inteso al Sole. Da qui il cammino sulla via per la verità prese un’altra strada. Ma tutto ebbe inizio nelle steppe uraliche, e sui carri che portavano i primi europei. Coloro ai quali sarà ancor più che naturale accettare un Dio sceso in Terra, e che prima portava il Sole libero e bello, Come cantava Orazio.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

I FIGLI DEL SOLE

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Immagine tratta daWebby Ivan Larotonda

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

I figli del Sole-parte prima

Nell’odierno immaginario collettivo gli europei, dopo essere stati sottoposti ad un rituale quaresimale della durata di ben settanta anni, risultano a tal punto ridotti al mutismo penitenziale da celarsi dietro un indefinito aggettivo geografico, Occidentale. Pur di farli scomparire, come insieme di popoli dalla ben definita nazionalità, è stato inventato di tutto; dalla negazione stessa della Patria Nazionale, in luogo della quale si è imposto di chiamarla, immancabilmente e definitivamente, Paese, (come se si trattasse dell’ultimo dei villaggi), per poi diluirne i componenti, gli autoctoni, in mezzo a miriadi di individui provenienti da ogni angolo del pianeta. Ridurre, alla maniera di Metternich, un continente e una civiltà intera, che dovrebbe chiamarsi ancora e sempre, e questo sì a ragione, romana e cristiana, ad un generico “Occidente” vuol dire buttare nella cloaca maxima della storia tutto ciò che è stato fatto, fin dagli albori dell’umanità, da un insieme di popoli che entrarono nel processo di civilizzazione nei modi, certo tra i più irruenti, (ma chi altri s’è risparmiato dall’usare violenze, in passato e ancora oggi?), ma il cui apporto al miglioramento delle condizioni di vita dell’intera umanità è stato di gran lunga innegabile nonché maggiore rispetto a qualsiasi altra gente. Un dato da cui iniziare per comprendere i primi europei risale innanzitutto alla negazione che esso sia, o fosse stato, esclusivamente “occidentale”. Esistevano aree geografiche del tutto estranee, tanto all’Europa che al resto del cosiddetto emisfero occidentale, all’interno delle quali insisteva la presenza di elementi europei, e già da alcuni millenni prima della nascita di Cristo. Va dato atto, tuttavia, che le comunità cittadine, le prime nate nelle grandi aree fluviali: Indo, Yang Tze, Mesopotamia, Nilo, con l’elemento europeo non ebbero nulla a che fare, almeno durante la fase iniziale della loro formazione, (affermare il contrario significherebbe comportarsi come chi tende ad escludere l’esistenza stessa degli europei), ma furono proprio queste grandi città Stato, come la famosissima Babilonia che, già entrate nell’età della registrazione-catalogazione scritta degli eventi, ci ha fatto conoscere i lontani progenitori di coloro che abiteranno stabilmente l’estrema appendice occidentale dell’Eurasia. A cominciare dai resoconti inerenti l’anno 1740 a. C., quando i Cassiti, preceduti dai Gutei, (il cui nome pare significasse i biondi), invasero la Mesopotamia portando quello che i primigeni babilonesi definivano “l’asino delle montagne”, il cavallo, (per montagne intendevano la catena montuosa del Caucaso, a Nord del quale erano le prime sedi degli europei); animale del tutto sconosciuto nel medio oriente prima dell’arrivo degli europei. E non era tutto, ai cavalli, questi primi europei, aggiogavano i carri da guerra, dalle ruote alleggerite per poter correre più veloci; a bordo di questi si trovavano guerrieri alti e dalla pelle chiara, che utilizzavano archi e frecce dalla punta di bronzo nonché, dello stesso metallo, erano fabbricate anche le asce che brandivano, (anche il bronzo, al pari dei cavalli, risultava del tutto sconosciuto in Mesopotamia). I babilonesi ci informano che questi invasori nordici veneravano il Dio Surias, (il cui significato è Sole, nella lingua vedica). Siamo venuti a conoscenza anche che la tipica titolatura dei Re arcaici europei, come del resto la lingua stessa parlata da queste genti, risaliva a un comune ceppo etnico: “Abirattas” (che in sanscrito vuol dire l’uomo dal carro perfetto), oppure Indara, Mirtashil e Nashartyanna; rispettivamente rifacendosi alla triade maschile dell’arcaica India vedica: Indra, Mitra e Varuna, il cui eco della comune origine si riverberava all’altro capo del mondo, tra gli italici, i quali avevano come triade: Iou, Mars, Vofonio, di qui la triade romana arcaica: Iuppiter, dal vedico Iou Pitar, che in Italia come in India  significa Dio Padre; e poi Marte, Dio guerriero dalle proprietà simili al sanguinario Mitra, in ultimo il Dio pacifico Quirino, da Co-Viri, la terza persona, nient’altro che il Dio vedico Varuna. Questi invasori europei dunque, presero a sciamare dappertutto, partendo da regioni situate nell’odierna steppa uralica, e dopo aver invaso l’India e il Medio Oriente puntarono alla terra delle due annuali mietiture di frumento: Il ricchissimo Egitto. Qui, nel 1680 a. C. giunsero col nome di Hyksos, e vi dominano per ben 200 anni. Se i faraoni del nuovo regno ameranno far scolpire la propria immagine sempre a bordo dei carri, lo devono a questi invasori europei.

continua….

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

La libertà del XXI secolo

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Immagine tratta da repertorio Web by Iva Larotonda

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Si parla giornalmente delle espansioni economiche prodotte dalla finanza speculativa, di una forza che immette nel mercato globale milioni di dollari che non hanno reale corrispettivo cartaceo o in metallo prezioso. In questa bolla, medesima, si può inserire l’illusione di appartenere a un villaggio globale, teoria molto in voga nei “rampanti” anni ’90, per intenderci quelli con il “democratico” Clinton: che suonava il sax, frequentava giovani stagiste, e preparava la fine dell’economia occidentale! Oltre che a bombardare misera gente dei paesi poveri, con la scusa del terrorismo. Ovviamente, complementare a tutto ciò, erano l’abbattimento delle frontiere, inutile orpello, un qualcosa di retrò che procurava angoscia nei giovani dinamici che corrono a lavare piatti a Nova York e tornando in Patria, (scusate, giovani rampanti, per il maschilista titolo di terra dei padri, so bene che voi la terra d’origine tutt’al più la definite: Paese!), quando tornano, dicono a tutti che è bello conoscere il mondo! Immagino la grande soddisfazione per il genitore che ha speso centomila euro per farlo studiare. Sarebbe stato molto più onorevole che quel giovane non avesse mai scavallato il colle che racchiude l’orizzonte del suo borgo natìo. Che mille tramonti avessero continuato ad arrossare il suo volto di giovane cameriere nell’osteria locale. Comunque, con la speranza che i tempi del “multi” (culturale, etnico, religioso ecc.), siano giunti al tramonto, (la riedizione Clinton l’abbiamo scampata ed è già molto!), scostiamo ora lo sguardo alle migrazioni di un tempo, quelle vere! Dettate da seri motivi, non organizzate dai miliardari “project” umanitari “no profit”. Ci fu un tempo in cui le migrazioni erano spontanee, per davvero si fuggiva dalle guerre, per davvero si cercavano luoghi meno aridi se non verdi pascoli sui quali far ingrassare gli armenti, e di conseguenza allevare nuove generazioni. Se poi si dice che le migrazioni, sia quelle antiche che le contemporanee, rappresentano l’alba di un nuovo mondo, ne siamo consapevoli tutti: come si fa a sostenere il contrario? Il punto è che i cambiamenti non sono sempre stati favorevoli a tutti, persino riguardo ai sopraggiunti, dato che si tengono a cuore, solo ed esclusivamente, gli ultimi arrivati. Le onde di marea generano nuovi campi, o ne sottraggono altri preesistenti. La palingenesi, in natura, si forma nei tempi e nei modi che abbracciano distanze superiori non solo alla nostra esistenza biologica, personale, ma anche culturale, di un intera civiltà. Chi infatti assisterà al, a detta dei geologi, ritorno della Pangea? La riunificazione di tutti i continenti. Ci sarà ancora l’uomo, o la terra, o finirà tutto prima del ricongiungimento? L’identico sistema si applica all’elemento propriamente antropologico. L’uomo con tutte le sue attività. Ebbene chiarire, una volta per tutte, cosa comporta per l’umanità intera lo sradicamento di milioni di esseri umani, trasportati da un capo all’altro della terra come fossero merci su mega-navi container, e per giunta in un tempo talmente breve che abbraccia, spesso, una sola generazione! Come nel caso dell’Europa meridionale, già devastata dal brigantesco sistema capitalistico di borsa ed ora invasa anche da milioni d’individui. Che poi l’enorme massa non porta a nulla di duraturo, l’unica cosa che perdurerebbe, col passare degli anni, è il caos, i cui prodromi sono sotto gli occhi di tutti: le comunità sono state devastate e, col plauso di chi ha voluto lo sconquasso migratorio, (ripeto, che è voluto da entità economiche superiori agli stati nazionali), si è scatenata la guerra dei poveri: per un casa popolare, corsi e ricorsi per l’accaparramento delle prestazioni sanitarie gratuite, gli asili e le mense scolastiche. Qui non siamo di fronte a nulla di spontaneo, niente è genuino nel mondo odierno occidentale, un luogo più simile al cesto di aspidi che alla terra delle libertà. Che poi questa libertà dovrebbero spiegarcela in cosa consiste, intanto sugli altari di questa nuova religione occidentale sono tornati gli antichi sacerdoti, come Tony Blair, che ha definito praticamente degli imbecilli i suoi concittadini, rei di aver votato contro la libertà che ci dona l’UE, e della quale gioiscono i greci e noi italiani. Ad esso si unisce, in una azione congiunta che è nello stile “casuale”, tipico di quest’epoca delle libertà occidentali, l’altro grande profeta ammantato dall’iridescente bandiera dell’”umanità unita”, Mark Zuckerberg, pronto a salvarci dal mostruoso stato-mostro “trumpiano”, il retorico sovranista che pretende ancora di profanare tutta questa libertà raggiunta, rialzando muri e confini, abominio delle genti “progredite”! Come osi tu, miliardario col ciuffo biondo, osare di abbattere l’appena riedificata Torre di Babele? Perché giochi a farti Dio? Non si possono sparigliare nuovamente i popoli, essi devono costruire il tempio-torre delle libertà e dell’unità di tutti i popoli. Nei tempi arcaici la Bibbia descrisse un Dio irato che divideva i popoli per nazioni e lingue, che dunque abbatteva l’unità primigenia. Ora, grazie a 200 anni di accecante luminosità massonica, siamo finalmente liberi, uguali, e fratelli, nella morte, nel caos, e nella schiavitù alla libertà dei pochi miliardari che vogliono così amorevolmente unirci tutti. Perché una fossa comune è pur sempre il raggiungimento di un unità.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Delle fatiche antiche e nuove.Discorsi sopra l’arte della guerra “all’italiana”.

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Immagine tratta da repertorio Web

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

Delle fatiche antiche e nuove.Discorsi sopra l’arte della guerra “all’italiana”

(parte seconda)

Non è casuale come proprio durante l’età imperiale si registri un ulteriore diminuzione degli italici negli altri corpi militari, ad esempio nella cavalleria, o tra gli arcieri e i frombolieri; questo, proprio perché i peninsulari erano preferibilmente impiegati nella fanteria pesante legionaria, dove erano la stragrande maggioranza, perché avevano le caratteristiche sopra menzionate.

Ancora durante l’età di mezzo i comuni italiani opponevano la salda fanteria comunale alla superiore velocità e forza d’impatto delle cavallerie feudali franco germaniche, Legnano docet.

L’italiano vince perché conosce il sacrificio, lo sopporta, faticare gli è naturale; ecco spiegata la, (oggi fin troppo denigrata), vanteria degli italiani popolo d’eroi. E’ stata questa sindrome della sopportazione della fatica a giustificare le miriadi di imprese compiute da singoli e comunità di questo popolo. Un ultimo aspetto che voglio presentare a conferma di questa specialità italiana, la volontà di resistere oltre ogni limite, risiede in un invenzione che ha cambiato la storia non solo militare. Gli antichi castelli, alti il più possibile per vincere le scalate del nemico, e costruiti con mura che dovevano resistere alle bordate di macchine da lancio a corde torsionali, con l’entrata in scena delle armi da fuoco cominciarono il loro declino. Fu così che l’antico mondo cavalleresco feudale si sgretolò letteralmente sotto i colpi dei volgari fantaccini, che imparavano in fretta ad usare dei semplici ma micidiali cannoni, colubrine, mortai. Ancora una volta, chi poteva inventare qualcosa che fosse in grado di reggere alle cannonate se non gli esperti della difesa ad oltranza? Infatti proprio in Italia e dagli ingegneri indigeni, fu inventata la fortezza moderna. A partire dal XVI secolo, nel bel Paese prima, (la Ferrara degli Estensi sarà riconosciuta già a quel tempo la prima città moderna, per via dei suoi nuovi modelli architettonici militari), e nel resto d’Europa poi, ci tengo a precisare, sempre progettate dagli italiani, si costruiscono e diffondono le nuove fortezze; bastioni a pianta stellata, con muri bassi e spessi, in modo da resistere alle bordate scagliate dalle macchine da fuoco, ma anche pieni di spigoli acuti e rientranze per deviare le palle di cannone. Dai francesi, in ogni epoca invidiosi e frustrati dalla competizione puntualmente persa nei confronti degli italiani, questa fortezza nuova venne chiamata trace italienne. Era l’emanazione architettonica più peculiare di un modo di vincere che solo gli italiani sanno ottenere, resistendo.

Sul perché poi la gente della penisola italiana, praticamente fin dall’alba dei tempi, abbia maturato questa immensa forza di volontà nella difesa, ovviamente non possiamo formulare altro che ipotesi delle quali, quella che azzarderei come fondamentale, risiederebbe nel fatto di essere un popolo di antica origine agricola. Analizzando la figura del contadino, antico ovviamente, subito ci viene in mente il duro lavoro nei campi unito alla pazienza proverbiale di chi deve attendere il “risultato finale” del raccolto; così, vivendo tra fatica e speranzosa attesa si finisce col maturare geneticamente una predisposizione al sacrificio e alla sorte. Sembra quasi di ascoltare l’eco di Cicerone quando in pratica faceva intendere che i romani erano stoici prima che Panezio,  (il primo maestro di questa scuola giunto a Roma), sbarcasse in Italia. Caratteristiche che non si riscontrano nei popoli di allevatori, nomadi e seminomadi, predoni nati e per nulla votati al sacrificio, che vogliono tutto e subito. Di qui anche la nascita dei grandi organi statali proprio tra gli agricoltori.

Effettuando un paragone, per meglio comprendere la portata storica di tali “caratteri delle genti”, scopriamo che chi, nel resto del mondo, per spirito è “gemello degli italiani”, sviluppato però su scala smisurata, è il popolo cinese. Anche loro grandi agricoltori e pazienti costruttori di titaniche imprese militari e civili, ma anche in questo caso l’italiano stacca gli abitanti della Cina per superiore volontà individuale, che moltiplicata per il resto della popolazione ha dato vita al sistema repubblicano, (l’esatto opposto di oggi dove l’individualismo senza Stato, creatura dei liberal, ha cancellato l’identità comune). La gente d’Italia ha vissuto di agricoltura libera per gran parte della sua esistenza storica. Il feudalesimo, che ha dominato ininterrotto l’intero resto del mondo, (compresa la Cina), qui non vi ha attecchito che in minima parte e per limitati periodi; e dove la terra che si lavora non soltanto sostiene la popolazione ma è anche sua proprietà materiale, naturalmente troverà come suoi abitanti dei perfetti contadini, coloni, soldati, inquadrati in un sistema cittadino che vigilerà sempre sulle baronie feudali, sostenendo la libertà fondiaria dei piccoli proprietari.

In questo risiede la grandezza del sistema repubblicano e cittadino! In Italia sempre ripresentato in tutte le epoche, resistendo anche a tante invasioni straniere; conoscendo il suo periodo più florido proprio all’indomani della fine della guerra punica, trainandosi seco, come sua naturale emanazione, il sistema coloniale, soprattutto applicato ai veterani. Di qui l’esplosione demografica degli italici, che in numero di oltre mezzo milione di ex combattenti furono inviati a sorvegliare e presidiare aree che andavano dall’Anatolia alla penisola iberica, dalle Gallie all’Africa settentrionale; quanta differenza con l’oggi, da De Gasperi che pagava il carbone belga e tedesco con le braccia dei minatori italiani, ai centomila giovani che si levano dai piedi e fanno contento Poletti. E poi tutti questi sapienti cinti d’arcobaleno sfoggiano pure la faccia di bronzo di parlare, in senso spregiativo, di nostalgici del nazionalismo! Come se fosse un orrore amare il proprio prossimo, quest’ultimo nient’altro che i nostri concittadini. Che eresia nei nostri tempi parlare di queste cose. Si sente già urlare: “Al rogo, al rogo!” Novello coro simil verdiano uscito dai giovani petti degli “apatridi” dell’Erasmus.

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

 

 

 

 

 

Delle fatiche antiche e nuove.Discorsi sopra l’arte della guerra “all’italiana” .

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Immagine tratta da repertorio Web.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Delle fatiche antiche e nuove.Discorsi sopra l’arte della guerra “all’italiana”

(parte prima)  Essendo le genti europee ridotte oggi a fantasmi, (ma pur sempre politicamente corretti, s’intende!), forse può essere un utile esercizio scolastico descrivere le peculiarità delle medesime genti, al tempo in cui erano vive e vegete, presentando e sviluppando i tradizionali caratteri di questi popoli, ormai “passati di moda”, ridotti come gli indiani d’America dall’alta scienza economica dei mercati! Questo carattere etnico, o come meglio definirlo, anima dei popoli, era stata teorizzata già alla fine del XIX secolo da Gustave Le Bon, secondo il quale: << Ogni popolo possiede una costituzione mentale altrettanto fissa quanto i suoi caratteri anatomici >>.

Specificando tale concetto sosteneva che le nazioni erano guidate più dai propri avi, (dunque i morti) che i vivi, in pratica era la stratificazione culturale a costituire l’anima di un popolo. L’esatto contrario dell’attuale situazione: finti vivi pretendono di poter guidarsi senza gl’indottrinamenti degli avi.

Quale miglior collegamento tra un uomo dalla spiccata mentalità positivista ed il mondo romano, che aveva teorizzato religiosamente il Genius Publicus? Così, osservando più dettagliatamente il carattere, l’anima, il Genius Publicus del popolo di questa penisola che, piaccia o meno, ha storicamente conquistato cum manu militari, l’Impero multinazionale più duraturo di tutti i tempi, scopriamo un particolare interessante, che denota una caratteristica specifica e millenaria, un vero e proprio retaggio culturale del popolo italiano, e che ha visto il suo primo vagito durante la seconda guerra punica, in specie al suo epilogo di Zama.

Questa caratteristica, comune prima agli italici e successivamente agli italiani, evidenziata soprattutto in campo militare, è la capacità di resistenza fisica; la forza che più di tutte ha fatto grande l’Impero Romano risiedette infatti proprio nel riuscire a vincere le battaglie tramite una costante, lenta ed inesorabile progressione sul campo dei suoi eserciti, laddove gli avversari opponevano a quest’organizzazione tattico-strategica, tipicamente romana, il furor guerriero di cui tanto parlavano gli annalisti classici, (su tutti Tacito a proposito dei germani), ma che era una costante in battaglia anche dei celti e di tutti i popoli europei. Sempre la letteratura storiografica latina si vantava di descrivere, di contro a questo feroce disordine primitivo tutto barbarico, la patientia del legionario che vinceva le sue guerre con l’ordine, la disciplina, ottenuti dopo sfibranti lavori di fortificazione che portavano alla costruzione di valli, trincee, campi: diceva l’eccelso Corbulone, uno dei migliori generali del primo impero, che si vinceva più con la dolabra,(la zappa),  che con il gladio.

Ovviamente in questo lavoro di tempra del legionario rientrava anche la resistenza agli attacchi del nemico, quello che anche nelle manifestazioni sportive viene descritto, manco a dirlo proprio dalla stampa tedesca, a mo di spregio, catenaccio!

Eccola, è questa la caratteristica principe del popolo italiano, e che gli ha garantito le sue maggiori vittorie, in tutti i campi. E quello sportivo, che in pratica è una simulazione di guerra antica, ne è una dimostrazione lampante; quante volte infatti la nazionale di calcio italiana, grazie alla sua memorabile difesa, ha vinto eroici incontri nelle fasi finali di mondiali ed europei, trascinando gli avversari fino ai supplementari o ai calci di rigore, anche quando costoro si sono dimostrati tecnicamente superiori? Perché nell’atletica, ai pessimi risultati che provengono dalla velocità, gli atleti italiani rispondo vincendo nelle gare dove la resistenza fisica è portata agli estremi? Guardiamo ai trionfi nelle maratone olimpiche, da Dorando Pietri a Bordin e Baldini, senza dimenticare le vittorie pur prestigiose di Pizzolato e Poli, o nella marcia, altra disciplina massacrante, annovero gli atleti che hanno conquistato le vittorie più prestigiose: Frigerio, Da Milano, Sidoti, Brugnetti, e nel mezzo fondo i mitici: Mei, Cova, Antibo, Panetta. Vogliamo tralasciare, in questo excursus sportivo, l’eroico ciclismo della prima metà del novecento? Girardengo, Bindi, Guerra, Bartali, Coppi, ed ancora negli ultimi anni Moser, Pantani, Nibali ecc… tutti accomunati dalla tempra d’acciaio tipica degli scalatori. Cos’altro è questa forza “mistica” che trascina oltre l’ostacolo l’agonista, sia sportivo che guerriero, italiano, se non la superiore forza di volontà supportata dalla biologica, e su questo pianeta non comune, resistenza fisica? Certamente, al confronto con le genti degli altipiani africani, gli atleti italiani sono naturalmente inferiori in resistenza sugli allunghi nel mezzofondo; ma è proprio questa forza di volontà superiore, che spingendo oltre il limite una corporatura meno portata, rispetto a quella di un abissino, rende epiche le imprese di questi atleti azzurri, ed in definitiva tempra anima e corpo per il raggiungimento della vittoria finale. Non è un caso se Rommel, all’alba dell’eroica battaglia di El Alamein, dichiarò di preferire soldati italiani per i suoi eserciti, perché più votati al sacrificio rispetto all’impeto germanico, esaurientesi nel breve termine.

Nelle torride sabbie della depressione di Qattara, fermi al loro posto i fanti italiani non indietreggiarono di un solo passo, di fronte a quel mezzo mondo anglofilo scatenato contro di loro, e per giunta meccanizzato!

L’Italia vinse la Prima Guerra Mondiale combattendo sulla difensiva, resistendo fino all’ultimo sul Piave; a Zama la linea di fanteria romana, dopo che Annibale era riuscito a bloccare la manovra di aggiramento scipionico, resistette fino al ritorno delle cavallerie, eroicamente ferma a respingere un soverchiante nemico, in pratica vinse col catenaccio, difesa e contropiede! Fermo restando che Zama fu solo l’epilogo di una guerra che gli italici hanno vinto innanzitutto in casa loro, resistendo ad oltranza e per sedici anni all’invasione africana; nessun popolo ha saputo risollevarsi dopo ben quattro sonore sconfitte militari, contornate da una miriade di scontri minori e marce che hanno devastato l’Italia. Al confronto l’impero achemenide, pur contando su di un territorio smisuratamente più esteso rispetto a quello italico, è crollato nel giro di quattro anni e tre battaglie!

E sempre, soprattutto da allora in poi, le legioni combatteranno al passo, sfiancando gli attacchi nemici per poi avanzare progressivamente. Di questa resistenza fisica fanno parte, naturalmente, anche le marce di spostamento da e verso i campi di battaglia; al proposito non si esagera nel dire che le fanterie arruolate nella penisola italiana hanno fatto qualcosa di mai visto nella storia dell’uomo, nessun esercito infatti si è mosso a piedi con la celerità di quello romano. Cesare fece raggiungere record che nemmeno le fanterie moderne riusciranno a eguagliare, nonostante queste ultime si addossino la metà del peso rispetto agli antichi legionari, chiamati manco a dirlo i muli di Mario per via dell’enorme fardello di armi, utensili, pali di costruzione degli accampamenti che portavano a spalla. Marcia e trasporto, ennesima prova di resistenza fisica del popolo peninsulare… (continua…)

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

IL MATRIARCATO GERMANICO PORTA IL CATTOLICESIMO AL TRIONFO

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Immagine tratta da repertorio Web.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

IL MATRIARCATO GERMANICO PORTA IL CATTOLICESIMO AL TRIONFO (parte terza)

I duchi ariani, comunque e per il momento, non potevano agire apertamente per sovvertire il regno, subivano un chiaro isolamento da parte di una schiacciante maggioranza della nobiltà e del popolo, dato che comunque i successi militari e politici di Agilulfo erano notevoli. Sotto il suo regno si registra la grande avanzata dei longobardi al centro sud, il ducato di Benevento nasce proprio in tale contesto, in più, ci fu anche il modo per contentare gli stessi ariani dato che nell’invasione a meridione Agilulfo giunse a minacciare la stessa Roma, costringendo Papa Gregorio a pagare 500 libbre d’oro! Al re longobardo. Tuttavia, come detto, il rapporto con il pontefice, ed in questo si vede l’opera della regina, si rasserenò subito poiché il re concesse la piena libertà a Roma e il cosiddetto patrimonio petrino, il territorio che sarebbe diventato lo Stato della Chiesa. Mentre anche a nord est, schiacciando le rivolte dei duchi, il potere regio giunse fino alle Alpi Giulie e a quei territori che erano, sia pur solo formalmente, ancora sotto dominio bizantino: mi riferisco all’attuale Veneto e Romagna. Agilulfo fece in tempo a nominarsi: “Gratia Dei rex totius Italiae”. Rivendicando con questo non solo il raggiungimento di un obiettivo politico, ma anche presentandosi come continuatore dell’opera iniziata dal suo predecessore, Autari. Dopo tutta questa mirabile opera poté calarsi nella tomba felicemente, anche perché è uno dei pochi sovrani longobardi a morire naturalmente, ed ancora una volta lei, Teodolinda, tornò a reggere le sorti del regno, ora sorvegliando il minorenne successore, suo figlio Adaloaldo, il cattolico, il primo sovrano fedele alla Chiesa romana. E fu proprio l’appartenenza del giovane sovrano a questo credo a favorire il riemergere degli ultimi rigurgiti di nazionalismo ariano germanico, nonostante siano trascorsi 25 anni di regno del padre, anni in cui la coppia regia si era spesa con ogni mezzo per fondere i due popoli in uno solo; popolo che sarà chiamato proprio a seguito di ciò, italiano, il che significa che proviene dagli italici ma non è più tale. Intanto tutto era ormai pronto per la rivincita degli eretici nazionalisti, perché la loro guida era Arioaldo, ariano nonché cognato del re cattolico, (avendo sposato sua sorella Gundeperga), e fu proprio questa parentela che gli rese possibile portare a compimento l’opera di spodestamento. Ma quest’atto, lungi dal rappresentare la rinascita dell’elemento arcaico, germanico-orientale, rese palese a tutti che una restaurazione ariana era impensabile tant’è che proprio Gundeperga, moglie di Arioaldo, con l’appoggio del potentissimo duca del Fiurli, Tasone, tentò fin da subito, a sua volta, di spodestare il nuovo re; la politica dei longobardi continuava ad essere una questione si spola e talamo, oltre che di spada e codici. In questo caso comunque il partito cattolico pareva sconfitto perché Arioaldo resistette all’assalto muliebre e rinchiuse Gundeperga in una torre accampando, per giustificare l’atto, il solito adulterio. Quest’ultimo capo d’accusa tuttavia lo si potrebbe pure sostenere, (intendiamoci! Relativamente ai tempi), dato che la libertà di agire, di cui godevano le regine longobarde, favorivano le frequentazioni diciamo “fuori ordinanza” che dunque erano più che probabili. Però, essendo l’epoca sottoposta a regimi che facevano della forza guerriera un attributo divino utile per l’asserzione della verità, (e che chiamavano apposta giudizio di Dio), un campione della regina cattolica, a nome Carello, scese in tenzone sfidando il campione della parte accusatoria, dietro la quale c’era ovviamente il Re ariano. Carello vinse il duello cavalleresco e restituì al trono la regina. Dopo aver lavato l’onta Gundeperga poté dare avvio alla rivalsa dell’elemento cattolico su quello ariano, e il re Arioaldo dovette cedere, cercando i modi per almeno lenire quella che era a tutti gli effetti un avanzata che stava portando all’estinzione l’eresia ariana. Dopo la morte di re Arioaldo, nel 636, ancora le regine, che detenevano ormai “costituzionalmente” l’interregno, e a volte la co-reggenza, furono chiamate a legittimare un nuovo re. Gundeperga così, sulle orme della sua ormai mitica madre, Teodolinda, scelse il suo sposo nella figura di Rotari, duca di Brescia. Tuttavia anche questo matrimonio fu infelice per la regina, anche se in un certo modo continuò a influenzare i rapporti coi latini cattolici. L’editto che emanò Rotari infatti vede un ulteriore passo verso la romanizzazione completa dei longobardi. Anzitutto fu scritto in latino, si rifaceva al diritto romano, anche se regolava le vertenze tra privati longobardi, perché la popolazione latina continuava a regolarsi con il diritto giustinianeo. Ciò non toglie che in seguito, nel 700, esso divenne, con gli adeguamenti dovuti al rispetto delle leggi romane, un codice unico per tutta la popolazione, sempre più un copro solo, latino-longobardo, ossia italiano. E proseguiva, durante questo regno, l’avanzata territoriale del ducato longobardo di Benevento, prosecuzione del regno del nord Italia, e mai come al tempo di Rotari unito ad esso. Ormai solo gli scarsi possedimenti del papa, e dei bizantini, che si stendevano lungo i territori che costituiranno in seguito lo stato della chiesa, impedivano la riunificazione della penisola. Morto anche Rotari, Gundeperga riprese il consueto ruolo di guida del regno, divenendo reggente per il figlio di Rotari, Rodoaldo, che però rimase per poco tempo,  venendo a mancare nel giro di pochi mesi. A quel punto non restava altro da fare, per la regina, che rinchiudersi in monastero, (non prima di aver fondato, a Pavia, la basilica di S. Giovanni), perché tanto l’opera pia di dissoluzione dell’eresia ariana s’era compiuta definitivamente. Al trono era salito suo cugino Ariperto I, re cattolico che procedette alla definitiva romanizzazione dei longobardi. Da adesso e fino alla dissoluzione operata da Carlo Magno, il regno si poteva definire a tutti gli effetti un regno italiano. Ed il ruolo svolto dalle regine, soprattutto Teodolinda, fu fondamentale per la pacificazione, e riunificazione, se non politica almeno spirituale, della penisola. I duchi, guerrieri fedeli alle tradizioni ancestrali, che mal sopportavano i cambiamenti imposti dalla corte. Alla fine furono beffati proprio dalla loro indole arcaica, che li induceva a venerare la figura femminile e che, un poco per volta, li portò inesorabilmente ad accettare i cambiamenti che queste regine portavano nel loro mondo. Fino a renderli un’altra gente dai rudi uomini delle steppe quali erano, fino a farli latini e cattolici, apostolici e romani.

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

IL MATRIARCATO GERMANICO PORTA IL CATTOLICESIMO AL TRIONFO

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Immagine trattada repertorio Web.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

IL MATRIARCATO GERMANICO PORTA IL CATTOLICESIMO AL TRIONFO (parte seconda)

Trascorso un ventennio dalla morte del primo re, durante i quali i longobardi dovettero faticare non poco per mantenere salde le loro posizioni, pur restando a lungo senza il potere centrale, i vari duchi decisero, anche perché stanchi dei contrasti con i locali, di “romanizzarsi” assumendo spesso gli appellativi propri dell’antica gente latina, uno dei quali, Flavio, era divenuto il titolo preferito fin dai tempi di Odoacre e Teodorico, e tramite il quale i sovrani germani d’Italia cercavano di compiacersi popolo e senato romani. E così nel 584 i duchi, pressati anche dalle perenni guerre coi franchi a ovest e le incursioni slave a est, decisero di eleggersi un re nella persona di Flavio Autari. Costui era figlio di re Clefi, ucciso un decennio prima, (il regicidio era divenuta una pericolosa tradizione in voga tra i longobardi, e forse l’anarchismo latente in noi italiani viene proprio da questi lontani tempi), episodio che aveva comportato il ritorno al frazionamento del potere tramite i duchi: del Friuli, di Trento, Brescia, Verona ecc. Ma ora, riportati questi potenti locali nell’alveo della legalità regia, grazie a re Autari, costui si apprestava a compiere grandi opere. E non fu un esagerazione; col suo regno in effetti l’Italia fu preservata da ulteriori disastri provenienti dall’esterno e, come detto, si avvicinò più d’ogni altro suo predecessore ai latini, non solo assumendone un titolo a loro grato, ma soprattutto conciliandosi, lui ariano, al credo cattolico. Questa operazione tuttavia fu portata a compimento grazie a una principessa bavarese, Teodolinda, che Autari chiese e, in circostanze degne del miglior poema d’amor cortese, volle andare a conoscere, in incognito, superando le alpi innevate per giungere fino al suo castello. Sono sicuro che Autari, una volta realizzato il capolavoro diplomatico consistente nell’alleanza coi cattolici di Baviera, comunque e andando oltre ogni tradizione filogina germanica, sia rimasto alquanto sorpreso dal fatto che la nuova regina, Teodolinda, tutto si accingeva a fare tranne che il solo e semplice bell’arredo di corte nonché madre di prole guerriera. Da subito l’operato della regina è incentrato ad una vera e propria, energica, evangelizzazione dei longobardi, strappandone quanti più possibile all’arianesimo, al contempo favorendo l’edificazione di chiese e monasteri in tutto il suo regno. I tempi sono ormai maturi per l’unità spirituale degli abitanti peninsulari, e non si creda che l’aspetto religioso sia qualcosa di secondario; non lo è oggi dove gli stati occidentali in cui pure albergano: massonici-cartesiani-razionalisti, vanno puntualmente in tilt dinanzi ai maomettani, figuriamoci millecinquecento anni fa, quando un solo dogma di un solo credo generava sconquassi generali.  Intanto il prode Autari affrontava gli invasori franchi che, gelosi del benessere longobardo, erano calati in Italia instaurando un altro pericoloso precedente, quello dell’invasione straniera ogni volta che l’Italia si gode le sue ricchezze. Ciò fu preso da Autari come utile pretesto per rivendicare, per la prima volta da parte del suo popolo, la necessità di riunificare politicamente l’Italia, già percepita fin dal tempo dei cesari come unita etnicamente in uno spazio ben definito geograficamente, dalle Alpi allo stretto di Messina. Chissà cosa avrebbe portato a termine Flavio Autari se fosse vissuto ancora qualche anno, forse avrebbe costruito una nazione italiana molto prima? Le cronache ci tramandano che purtroppo il buon re morì dopo soli sei anni di regno, forse anch’egli ucciso. A quel punto ritornò in scena, e questa volta prepotentemente, il matriarcato germanico. Infatti furono gli stessi duchi a lasciare, spontaneamente, alla regina Teodolinda la scelta del nuovo re. L’antica nobiltà romana, cattolica, tradizionalmente patriarcale, era stupefatta da cotanta tracotanza, da quella che sembrava una vera e propria barbarie, (che però faceva comodo, per ragioni di credo e politica); loro, i discendenti degli antichi signori del mondo, non solo erano dominati da un popolo che al tempo di Augusto e Tiberio era sottomesso a Roma, ma che ora osava farsi consegnare un padrone da una donna, e che dunque erano le regine a tanto assurte nel dominio da sottomettere l’antica patria dei romani! Teodolinda sapeva comunque reggere, e con dolcezza, (tramite quei rossori con cui la dipinge spesso Paolo Diacono, lo storico dei longobardi), la parte latina dei suoi sudditi, infatti, come dicevo, la sua opera di rendere cattolici i suoi consanguinei proseguiva col plauso di tutti. Impose il battesimo cattolico a suo figlio, Adaloaldo, principe avuto dal nuovo re che lei aveva scelto, Agilulfo; costruì la nuova reggia a Monza, perché città fortemente legata al rito del Santo Padre Romano, (e in quel periodo regnava Gregorio Magno! Con il quale la regina Teodolinda intratteneva un assiduo contatto epistolare), in netta contrapposizione all’”ariana” Pavia e, inoltre, favorendo le missioni di San Colombano e dei suoi monaci per tutta la Padanìa, i quali poterono sfruttare le grandi vene d’acqua, come la Trebbia ed il Po, navigandoli con dispensa regia, dunque senza spese doganali. Ne trasse beneficio tutto il regno longobardo, le conversioni erano a miriadi, e presto l’antica eresia si ridusse al nucleo degli irriducibili nazionalisti della prima ora, la nobiltà longobarda più antilatina… (continua…)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda